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255 - 12.06.04


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Europa, provincia del mondo

Dipesh Chakrabarty con Alessandro Lanni


«Non c'è niente di male a mettere in discussione l'identità occidentale». Detto da un cittadino indiano all'indomani dell'insurrezione contro Sonia Gandhi potrebbe suonare sinistro. Eppure Dipesh Chakrabarty, professore di storia e studi dell'Asia del sud all'Università di Chicago, avrebbe considerato con favore l'ascesa dell'"italiana" alla guida del subcontinente asiatico. Quella scelta, ci spiega, avrebbe insegnato a molti indiani ad essere meno razzisti.
Nel suo ultimo libro, appena pubblicato in Italia, Provincializzare l'Europa (Meltemi, 2004, pagg. 365, euro 27), Chakrabarty si occupa molto del rapporto tra l'identità europea e occidentale, con la sua lunga tradizione, e il sistema di valori di altre culture, in particolare quella indiana. L'esponente di punta dei cosiddetti Subaltern studies aggredisce il tema della centralità della cultura e dei valori occidentali dal punto di un Paese ex coloniale come l'India. Non per cancellarli, né per sostituirli. Piuttosto per "provincializzarli".

Professor Chakrabarty, cosa intende con l'espressione "provincializzare" l'Europa?

Significa riconoscere che l'Europa è al tempo stesso universale e particolare. L'atto di "provincializzare", secondo me, non è un atto di rifiuto, ma il riconoscimento del fatto che l'universalismo non può completamente trascendere le sue origini storiche, particolari (e per questo provinciali). Non si tratta dunque di un argomento contro le idee universali in quanto tali.

Nel suo libro si rivolge agli abitanti di Paesi ex coloniali come l'India e non direttamente agli occidentali. Sono i suoi connazionali che devono considerare l'Europa e i suoi valori come relativi ad un contesto particolare?

Beh, è vero che io ho scritto dall'interno di un gruppo sociale che è il prodotto di un dominio coloniale e al tempo stesso da uno che è ispirato da molti elementi della modernità europea: scienza, ragione, idee sull'uguaglianza e diritti umani, sulla democrazia, la cittadinanza e così via.
Ma l'affermazione generale – la contestualizzazione dei valori europei – dovrebbe applicarsi anche ai modi nei quali solo alcune parti dell'Europa hanno storicamente affermato di essere la "reale" e "vera" Europa. Spero che il libro che ho scritto abbia qualcosa da dire anche sul dibattito interno all'Europa su quale sia il significato di "Europa".

Lei parla di un ridimensionamento del ruolo del Vecchio Continente. Non crede che un'Europa più forte possa bilanciare l'unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti?

Penso che un mondo multipolare nel quale tutti diventiamo cosmopoliti senza proclamare nessun posto come centro sarebbe buono per la diversità culturale e storica. E' vero, un'Europa più forte bilancerebbe il potere degli Stati Uniti. Ma la domanda è: "attraverso un'Europa più forte", è da intendersi anche un'Europa più democratica, un’Europa che considererebbe rifugiati, immigrati extracomunitari, coloro che chiedono asilo come suoi cittadini?

Crede che l'"indebolimento" dell'universalismo illuministico europeo possa minare valori condivisi come diritti umani, uguaglianza, giustizia, pensiero critico?

L'"indebolimento" accade comunque nella storia. Più questi concetti diventano di uso comune, più perdono la loro coerenza concettuale. Ma questa popolarità non è una cattiva cosa. Permette differenti tipi di atti democratici in differenti contesti. Allo stesso tempo, comunque, credo che sia dovere degli intellettuali di impegnarsi su questi concetti popolari per restituire ad essi almeno un po' della "forza" del loro significato per non scivolare nel pantano del relativismo.

In Italia, in questi giorni, filosofi come Nietzsche, Heidegger, Derrida, Vattimo sono attaccati e definiti "cattivi maestri" che mettono in pericolo l'identità dell'Occidente. Lei che ne pensa del cosiddetto "postmodernismo"?

Non esiste una cosa chiamata "postmodernismo". Molte cose stupide vengono dette in suo nome. Ma io penso che l'onda postmodernista registri dei cambiamenti fondamentali nel mondo occidentale: una messa in discussione delle "metanarrazioni" che hanno precedentemente permesso ad alcune potenze europee di dominare il mondo. E' stato come un’elaborazione interiore dell'Occidente rispetto al proprio passato imperiale.

Uno degli strumenti teorici che più utilizza nel suo libro è il pensiero di Karl Marx. Dopo la caduta del Muro di Berlino e dell'impero sovietico è possibile considerarlo ancora uno strumento attuale per comprendere il nostro mondo?

C'è molto di datato nel suo pensiero, ma Marx continua comunque a darci una delle più coerenti e sistematiche critiche del capitalismo. Ma che è spesso anche il suo problema, raramente infatti il capitalismo della storia e quello attuale hanno la coerenza che Marx attribuì alla sua categoria di "capitale".

Lei da una parte, afferma che l'universalismo occidentale è arrivato al capolinea. Dall'altra, riconosce che è impossibile saltare fuori quella tradizione e adottare un ingenuo relativismo culturale. Qual è la sua "terza via"?

La mia "terza via", se ce ne è una, è di mantenere una doppia visione: prendere dall'Occidente che è indispensabile ma anche essere sempre consapevoli delle sue inadeguatezze.

Qualche mese fa, nello stilare i principi fondamentali della costituzione europea ci fu una battaglia tra coloro che ritenevano fondamentali i valori illuministici e coloro che credevano imprescindibili quelli cristiani. Ai suoi occhi, cosa rappresenta quello scontro?

Molto del pensiero politico occidentale ha origini teologiche e cristiane. E questa cosa non mi disturba. Anzi, penso che sia una buona cosa conoscere queste origini. Sono diventato consapevole di come e in molti modi differenti la cristianità è anche parte della mia eredità, anche se io non sono un cristiano (né un hindu credente).

L'India è un Paese all'avanguardia nella ricerca tecnologica e scientifica. Alla fine del suo libro lei mostra come alcuni scienziati indiani – Ramanujan e Raman – partecipano tanto alla visone del mondo razionalista occidentale quanto a quella arcaica e tradizionale. Come spiega questa capacità di vivere in entrambe le culture, impossibile nei Paesi occidentali?

Il motivo è la collocazione culturale della scienza che varia a seconda delle tradizioni mentre gli scienziati, in quanto tali, spesso s'impegnano nelle stesse (o simili) pratiche di ricerca in tutto il mondo. Un amico australiano una volta mi disse che gli aborigeni moderni considerano la scienza come una serie di tecniche e procedure di conoscenza e non come una prospettiva generale. Penso che le due figure indiane che ha menzionato hanno una posizione in qualche modo simile.






 

 

 

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