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254 - 29.05.04


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Qual œ l'alternativa europea?

Joanne Barkan


Se foste stati degli americani sfavorevoli alla guerra, cosa avreste scelto ad aprile 2003, alla fine delle "grandi operazioni"? Avreste invocato il ritiro delle truppe statunitensi, lasciando gli iracheni a combattere da soli con il colossale e tragico disastro prodotto dall'amministrazione Bush? Avreste concesso a Bush altri 87 miliardi di dollari da spendere come gli pareva? Sareste andati in giro a dire che le Nazioni Unite avrebbero dovuto intervenire fin dall'inizio, perch¹ tutta quella violenza e quel caos avrebbero potuto essere gestiti solo da una coalizione pi¦ ampia e meglio organizzata?

Dopo l'invasione, molti di noi hanno sperato che l'Europa si unisse in uno sforzo costruttivo, per contrastare l'occupazione miope ed egoista promossa dall'amministrazione americana in carica. Pi¦ in generale ci aspettavamo che i nostri naturali alleati - i partiti di sinistra europei, sia di governo che di opposizione - agissero congiuntamente per rendersi protagonisti di una concreta alternativa all'egemonia statunitense. In realtù, la maggior parte della sinistra europea non ha mostrato alcun interesse alla contrapposizione attiva. Come sostengono alcuni attivisti italiani, nel mondo esiste una seconda superpotenza, costituita da tutti coloro che vogliono la pace. Nel dopoguerra iracheno, gran parte della sinistra europea si œ limitata a gridare ai quattro venti lo slogan "Stop all'occupazione adesso", tema cruciale anche della mobilitazione internazionale del 20 marzo di quest'anno.

Nel giro di qualche settimana il dilemma dell'occupazione potrebbe diventare un problema inesistente. Il primo luglio l'autoritù nominale verrù ritrasferita agli iracheni, e le Nazioni Unite probabilmente stabiliranno dei compiti per le truppe che resteranno nel paese. A quel punto anche le nazioni che finora si erano rifiutate di partecipare alle missioni senza il mandato dell'Onu potranno inviare nella regione i propri soldati. Ma resta l'interrogativo su quale alternativa la sinistra europea possa contrapporre all'egemonia americana. Come riferimento, possiamo prendere due casi, uno che ci fa nutrire qualche speranza e l'altro no: Spagna e Italia.

La svolta di Zapatero
Il terribile attacco terroristico dell'11 marzo a Madrid e lo straordinario capovolgimento elettorale verificatosi appena tre giorni pi¦ tardi hanno rivoluzionato la fisionomia della politica estera europea, a quanto ne sappiamo per il meglio, almeno stando alla posizione dei detrattori di Bush. Gli elettori spagnoli hanno defenestrato (termine quanto mai adatto, data l'istantaneitù e violenza dell'accaduto) il Partito popolare del primo ministro Jose Maria Aznar, sostituendolo nelle proprie preferenze con quello socialista di Jose Luis Rodriguez Zapatero. Il nuovo premier ha immediatamente dichiarato che avrebbe fatto della lotta al terrorismo la sua principale prioritù e che avrebbe ritirato i contingenti spagnoli dall'Iraq a fine giugno, a meno che nel frattempo non subentrasse un mandato dell'Onu.

Zapatero in quell'occasione non ha fatto menzione del terrorismo islamico (e in particolare dei responsabili dell'attentato di Madrid). Ha avuto la meglio in un'elezione democratica e ha delle promesse di campagna elettorale da mantenere, prima fra tutte quella di abbandonare l'Iraq. Il voto spagnolo ha sconfessato la confusa convinzione dell'amministrazione Bush che la guerra avrebbe messo il mondo al riparo dal terrorismo. Ma gli elettori non si sono dimostrati sfavorevoli all'intervento militare solo in conseguenza dell'attentato alla metropolitana. L'85 per cento circa della popolazione era contrario a partecipare all'occupazione fin dall'inizio del conflitto. E sebbene il governo di Aznar avesse ignorato la posizione dell'opinione pubblica sull'argomento, molti spagnoli avevano ugualmente intenzione di rivoltarlo come segnale di approvazione per i risultati raggiunti in politica interna. Ma le cose sono cambiate quando dopo l'attentato Aznar, nonostante fosse sempre pi¦ evidente la falsitù di quella tesi, ha cercato di attribuire la responsabilitù di tale barbarie ai ribelli baschi, facendo propria quella politica della menzogna che negli ultimi decenni ha sempre accompagnato le maggiori tragedie nazionali spagnole.

La catastrofe non œ stata il "prezzo" da pagare per il capovolgimento della situazione politica: nessuno ha accettato, per non dire desiderato, l'accaduto, ad eccezione dei responsabili e dei loro sostenitori. Ma il risultato di questa elezione rivoluzionerù la politica estera spagnola. Il nuovo primo ministro Zapatero ha subito elencato i suoi obiettivi per quanto riguarda l'Unione europea: una politica estera coerente, una costituzione (gli ultimi tentativi sono andati a vuoto proprio per colpa della Spagna di Aznar e della Polonia), un recupero dei rapporti tra Francia e Germania. Alcuni di noi ritengono che Francia, Germania e Russia abbiano giocato un ruolo significativo nel fallimento del tentativo di scongiurare la guerra di Bush in Iraq (le loro politiche di potere e i loro interessi in Medioriente sono storia nota). Ma un'Europa pi¦ unita, conforme alla promessa di Zapatero di focalizzarsi sulla lotta al terrorismo - attenzione del tutto assente nei media americani - farebbe un gran bene. Implicherebbe migliori servizi di intelligence, maggiore coordinazione delle forze di polizia, opposizione pi¦ efficace a guerre imprudenti.

Le divisioni della sinistra italiana
Qualsiasi nazione œ esposta al rischio del terrorismo islamico. Ma secondo una certa logica - forse semplicistica - Inghilterra, Spagna e Italia sono da sempre gli obiettivi pi¦ vulnerabili, perch¹ i loro governi sono quelli pi¦ strettamente legati all'amministrazione Bush. Il governo italiano di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi, tanto per fare un esempio, conta in Iraq 2700 soldati. L'opposizione alla guerra, in Italia, œ stata molto forte, prima, durante e dopo l'invasione. Il 15 febbraio 2003 oltre un milione di italiani hanno manifestato per la pace a Roma, nell'ambito di un'iniziativa su scala internazionale. Il successo dell'evento ha aumentato il peso politico del fronte antiguerra, e a luglio, in Parlamento, tutti i partiti di sinistra hanno votato contro l'invio di truppe italiane in Iraq, considerando il conflitto un atto non legittimato e rifiutando di sostenere l'occupazione americana. Del caos in Iraq a nessuno importava granch¹.

I sette partiti italiani di sinistra e centrosinistra sono logorati da divisioni croniche. Quando lo scorso febbraio œ arrivato il momento di rivedere i finanziamenti per le missioni militari in corso (Bosnia, Kosovo, Macedonia, Albania, Afghanistan, Medioriente, Africa orientale e Iraq), la sinistra si œ lanciata in una fitta rete di negoziati, fatta di concitate alleanze in vista delle elezioni per il parlamento europeo di giugno e di rapporti con i pacifisti. Nessuno si œ interessato alle conseguenze che un eventuale ritiro delle truppe avrebbe avuto per l'Iraq. I sette partiti, seppur divisi, si sono esibiti in tutta una serie di no, astensioni, rifiuti assoluti di presentarsi al voto, a seconda della specifica sfumatura politica. "Un autentico kamasutra di posizioni", li ha scherniti un esponente di destra. Ci… nonostante, nessuno dubitava dell'esito finale delle votazioni. La maggioranza berlusconiana approv… il piano di investimenti.

La pressione maggiore sulla sinistra italiana - e in particolare sul partito leader della coalizione, i Ds (democratici di sinistra) - viene esercitata dal movimento pacifista, in realtù molto pi¦ fluido ed eterogeneo di quanto non sottintenda il nome. Il comitato organizzativo della manifestazione "No alla guerra in Iraq" del 20 marzo 2004 comprendeva centoventi organizzazioni tra sindacati, partiti di sinistra, gruppi religiosi, associazioni di attivisti di ogni tipo. Non tutte queste organizzazioni sono pacifiste nel senso convenzionale del termine di opposizione alla violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti in qualsiasi circostanza (generalmente accompagnata al sostegno della resistenza civile non violenta). I principali portavoce del movimento invocano la fine di tutte le guerre, con lo slogan "senza se e senza ma". Sono contro la guerra in Kosovo e in Afghanistan cos– come in Iraq ma, in generale, non fanno menzione dei conflitti non promossi dagli Stati Uniti. La maggior parte dei partiti di centrosinistra ha tentato di far proprio il linguaggio del pacifismo e di adeguarsi alle richieste politiche del movimento. Ma non œ stato sempre facile. Prendete, per esempio, il caso dei finanziamenti alle truppe in Iraq. La maggioranza dei Ds ha scelto di non esprimersi: Berlusconi non avrebbe permesso che si votasse separatamente sulle singole missioni e i Ds non se la sentivano di votare contro gli interventi militari in toto. Gli organizzatori della manifestazione del 20 marzo, per…, avrebbero voluto un no, e quando non l'hanno ottenuto hanno detto ai Ds che non sarebbero pi¦ stati i benvenuti alla dimostrazione. I Ds si sono presentati comunque, con i loro slogan e i loro striscioni, ma sono stati aggrediti con lanci di bottiglie e minacce di percosse. Solo alcuni degli organizzatori dell'evento hanno espresso il proprio rammarico per l'accaduto.

Rinnegare la tradizione della Resistenza?
L'unico aggettivo che mi viene in mente per definire questo sforzo dell'attuale sinistra italiana di adottare il linguaggio del pacifismo œ "strano". La tradizione della sinistra italiana - comunista, socialista, liberale e cattolica - affonda le sue radici nella Resistenza armata al fascismo, fino agli anni Ottanta presentata come momento pi¦ alto e nobile della storia del paese. Da sempre la sinistra loda gli sforzi di emancipazione dal colonialismo del terzo mondo. Sarebbe troppo facile buttarsi alle spalle tutto questo come storia vecchia. Nel suo statuto del 2002, Rifondazione comunista si dice ispirata non da Mahatma Gandhi o da Martin Luther King, Jr., ma "dagli insegnamenti di Karl Marx". Eppure, i suoi leader sembrano trovarsi a proprio agio quando parlano la lingua del pacifismo, mentre i Ds e alcuni sindacati sembrano trovare maggiori difficoltù. Il giorno dopo la vittoria dei socialisti di Zapatero in Spagna, esponenti del centrodestra italiana hanno definito quel risultato elettorale una vittoria per il terrorismo. Lo stesso giorno, Piero Fassino, segretario dei Ds, ha chiesto agli organizzatori della manifestazione del 20 marzo di trasformare l'evento in un'occasione di protesta contro il terrorismo oltre che per la pace. La stessa richiesta œ stata avanzata dal capo di un grande sindacato, il quale aggiunto che si sarebbe dovuti tutti marciare "non come pacifisti, ma come persone pacifiche". Gli organizzatori hanno rifiutato. Padre Albino Bizzotto, dei Beati costruttori di pace, ha spiegato che "la manifestazione era giù contro il terrorismo, perch¹ œ solo con la pace che il terrorismo si pu… combattere". Per il segretario alla difesa americano Donald Rumsfeld e per quelli come lui, il pacifismo œ la dimostrazione di quanto la "vecchia Europa" - contrapposta alla "nuova" indiscriminatamente a favore di Bush - sia effimera, inefficace e fuori dalla realtù. In effetti, il pacifismo pi¦ rigoroso œ un movimento relativamente poco diffuso in tutta Europa. Ma l'affermazione su larga scala della retorica pacifista indica qualcos'altro: il relativo benessere, sicurezza e "pacificitù" dell'Unione europea. Quella retorica vuol dire: "Noi europei viviamo in pace. Non vediamo che vantaggi ci siano nel fare una guerra, quindi perch¹ anche gli altri non dovrebbero adottare la nostra stessa prospettiva illuminata?" L'Unione europea œ la nuova Europa pacifica e sarebbe un grande passo avanti se il resto del mondo le assomigliasse di pi¦. Ma la retorica pacifista non pu… sostituire una politica estera. Se la sinistra europea se ne renderù conto, potrù iniziare a lavorare su proposte concrete per una coerente politica estera europea, proposte che metteranno il mondo al sicuro dal terrorismo e al tempo stesso porranno un freno all'egemonia statunitense. Staremo a vedere se œ proprio questo quello che ha in mente il nuovo primo ministro spagnolo.

Traduzione di Chiara Rizzo

(questo articolo œ stato pubblicato nell'ultimo numero "Dissent", primavera 2004)









 

 

 

 

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