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251 - 17.04.04


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Quando il potere esagera

Sara Bentivegna con Mauro Buonocore


Aznar ha mentito, e gli elettori lo hanno punito. Schroeder ha dimostrato nel 2002 coerenza con la sua linea contro l’intervento in Iraq, e gli elettori lo hanno premiato. Blair ha insistito sulla presenza di armi di distruzione di massa ma le sue informazioni non avevano fondamento, e la fiducia degli inglesi verso di lui ne esce ridimensionata.
Gli elettori sembrano guardare molto attentamente ai loro governanti, e sono pronti a dare e togliere voti, a premiare e punire, alzando la voce di una opinione pubblica che in Europa si fa sentire non solo nelle piazze ma anche nelle cabine elettorali. Ma da qui a parlare di una opinione pubblica europea di strada ce ne è ancora molta, dice Sara Bentivegna, soprattutto perché “i cittadini non hanno un rapporto diretto con le istituzioni dell’Unione; se queste rappresentano soltanto dei riferimenti in negativo che impongono delle misure sui bilanci o che introducono una nuova moneta. In queste condizioni è molto difficile che si formi una sfera pubblica europea, uno spazio pubblico in cui si sviluppino delle mediazioni tra i privati e le istituzioni. Però possiamo dire che esiste una opinione pubblica europea che si manifesta su questioni specifiche. E le iniziative che hanno portato in piazza milioni di persone in tutto il continente dopo gli attentati di Madrid ne sono una testimonianza”.

Sara Bentivegna è docente di Comunicazione politica e Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa all’Università La Sapienza di Roma; per capire in quale terreno va a scavare la sua ricerca basta leggere i titoli di alcuni dei suoi libri, come Mediare la realtà (Franco Angeli, 1994), Al voto con i media (Carocci, 1997), La politica in rete (Meltemi, 1999), Comunicare in politica (Carocci, 2001) e il più recente Politica e nuove tecnologie della comunicazione (Laterza, 2002). Al circuito che prende corpo tra potere politico, mezzi di comunicazione e opinione pubblica guarda la Bentivegna, affondando l’occhio della ricerca al racconto della realtà a cui i media danno vita nel delicato rapporto tra istituzioni politiche e cittadini.

Di fronte a eventi eclatanti come gli attentati di Madrid, che hanno mobilitato manifestazioni di piazza su tutto il territorio dell’Unione, possiamo dire che facciamo parte di una opinione pubblica europea?

E’ difficile trovare una definizione per individuare l’opinione pubblica europea, ma io credo che questa esista e si manifesta su questioni specifiche come la pace e la paura degli attentati. E’ un discorso complicato perché da una parte l’idea che i cittadini hanno dell’Europa è molto rarefatta. Allo stesso tempo però esistono delle condizioni per cui l’opinione pubblica si dimostra a livelli molto più ampi di quelli che abbiamo conosciuto in passato. Le manifestazioni seguite ai fatti di Madrid ne sono un esempio: la società civile dei paesi dell’Unione ha dimostrato di reagire rivendicando una sua presenza a livello continentale perché era stato colpito un paese europeo e abbiamo pensato tutti che potevamo essere colpiti anche noi come la Spagna.

E gli spagnoli non si sono limitati a scendere per le strade, ma in cabina elettorale hanno manifestato un giudizio sul potere politico. Le ultime elezioni in Spagna fanno pensare che la paura del terrorismo sia stato un elemento che abbia sollecitato i cittadini a svolgere un ruolo attivo nella vita politica del paese a partire dal voto.


In un libro recentemente pubblicato in Italia (La lezione spagnola, il Mulino), Victor Perez-Diaz sostiene che la società spagnola sia riuscita a metabolizzare la dittatura e i problemi che hanno caratterizzato la storia recente grazie al ruolo della società civile. Alla luce di questa affermazione è interessante leggere i motivi che hanno portato gli elettori a rovesciare tutte le previsioni che davano per certa la vittoria del candidato del Partito popolare di Aznar. Io credo che in occasioni drammatiche, come quelle nate dagli attentati, la società civile sia in grado di manifestare un grande attivismo che in questo caso si è risolto nella bocciatura della spregiudicatezza del potere politico. Di fronte a eventi che coinvolgono tutti, il potere politico ha tentato di alterare le carte in tavola, ha cercato di utilizzare quegli eventi drammatici per tentare di difendere innanzitutto se stesso e il suo futuro politico, e questo comportamento è stato sanzionato in un modo molto e netto.

Aznar avrebbe potuto scegliere di difendere la sua politica estera
mettendo davanti agli occhi di tutti i costi della partecipazione alle operazioni in Iraq, ribadendo sin dall’inizio il suo governo era consapevole dei rischi verso cui stava portando il paese e soprattutto dichiarando che le indagini procedevano a tutto campo, senza escludere alcuna alternativa. Invece, al posto di questo coraggio, c’è stato il tentativo di aggirare le conseguenze della presenza di truppe spagnole in Iraq.
Nel fatto che gli elettori abbiano sanzionato in maniera inequivocabile le menzogne del governo sta la grande maturità dimostrata dalla società civile spagnola.

Qundi Aznar, secondo lei, avrebbe potuto evitare la sconfitta elettorale .

L’opinione pubblica spagnola si è sempre dimostrata largamente contraria all’intervento in Iraq, eppure tutto ciò non si traduceva in azioni di sfiducia verso il governo, perché sappiamo che i sondaggi avevano già parlato della nuova vittoria del Ppe; questo ci fa pensare che esistesse uno iato tra la posizione sulla guerra e le scelte della politica interna, altrimenti i sondaggi avrebbero dovuto evidenziare un forte calo dei partiti di governo, cosa che invece non sarebbe accaduta.
La sconfitta è nata da una spregiudicatezza eccessiva. Noi siamo abituati a pensare che il potere politico possa dire e fare tutto, invece esistono dei limiti che portano a una saturazione degli abusi concessi al potere politico: oltre quei limiti non si può andare e la Spagna lo ha dimostrato.

Manipolazione e controllo sono due estremi opposti nei discorsi sui rapporti tra media e politica. Da una parte il potere che cerca di utilizzare la comunicazione per creare consenso anche a costo di alterare la realtà, dall’altra i media che cercano di smascherare le malefatte dei politici e di gettare luce sul loro operato. Nel caso spagnolo c’è stato un corto circuito: il tentativo di mistificazione da parte del governo è stato scoperto ed è fallito. Come si è sviluppata la vicenda degli attentati di Madrid dal punto di vista dei mezzi di comunicazione?

E’ stato un caso esemplificativo del rapporto tra sistema dei media e sistema politico. Quest’ultimo ha immediatamente tentato di controllare l’attenzione dei media nella maniera più diretta possibile.
Lo staff di Aznar ha lavorato molto per avvisare direttamente le redazioni degli organi di informazione e accreditare la responsabilità del terrorismo basco sulle bombe. E’ stato un tentativo comprensibile all’interno della strategia politica che Aznar aveva scelto di adottare.

Cosa esattamente è stato comprensibile?

Che il governo abbia tentato di influenzare i media. Nel momento in cui il potere politico ha bisogno di avvalorare un’affermazione è necessario fare pressioni sui media. Ma questo non è stato sufficiente, perché si tratta di un’operazione molto difficile per motivi diversi. Innanzitutto il sistema dei media si è evoluto verso una moltiplicazione di forme e di strumenti che rendono il successo delle manipolazioni della realtà sempre più difficile. Nel caso di Madrid, poi, la mobilitazione civile, la forte presenza dell’opinione pubblica che è andata in piazza, è intervenuta in maniera così compatta da scompaginare il racconto dei media, per cui mentire era difficile oltre che rischioso. Infine sono convinta che il sistema dei media ha dei meccanismi che ne proteggono l’autonomia, non si può forzare la manipolazione oltre un certo limite perché alla perdita di credibilità segue la delegittimazione da parte del pubblico e di conseguenza una caduta nel sistema editoriale e commerciale.


 

 

 

 

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