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247- 21.02.04


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Storie di bardi, celti e cavalieri

Ludovica Valori


Anne Marie Thiesse
La creazione delle identità nazionali in Europa,
Il Mulino, Bologna 2001,
295 pp. Euro 14,00

 

L’euro, il parlamento europeo, il trattato di Schengen, la bandiera: l’Europa si è data una serie di strutture che derivano da quelle statali eppure sembra mancare di tutto ciò che corrisponde effettivamente a una nazione. Ma di che cosa è fatta veramente l’anima, la sostanza di una nazione? Qual è il “kit di costruzione” ideale di una nazione e della coscienza collettiva di un popolo? E ancora: in base a che cosa un “popolo” può definirsi tale?

Il libro della storica francese Anne Marie Thiesse affronta la questione in un momento in cui i nazionalismi sembrano voler mostrare il loro volto più odioso, fatto di razzismo, xenofobia e intolleranza. Lo stesso concetto di nazione sembra doversi ripensare, ricreare, ma a partire da dove? Come confrontarsi con il multiculturalismo della tradizione - che grazie al web e ai mezzi di comunicazione di massa vede contatti e contaminazioni continue tra realtà e culture altrimenti lontane tra loro - per arrivare a una sintesi originale che riesca a rispecchiare l’identità europea?

Proprio alla “grande avventura della creazione identitaria” nei paesi europei è dedicata la prima parte del libro, La rivoluzione estetica: a partire dal XVIII secolo (“non essendovi nazioni in senso moderno, cioè politico, prima di questa data”), dal fervore della ricerca di studiosi e letterati ansiosi di trovare nuovi punti di riferimento per superare finalmente l’egemonia dei modelli della classicità greca e romana nascono i personaggi del bardo Ossian, dei galli, degli scaldi e dei cavalieri della tavola rotonda: epopee nuove di zecca, estratte dalla “miniera di cultura” rappresentata dalle tradizioni popolari delle varie zone dell’Europa, spesso grazie al “ritrovamento” di fantomatici manoscritti (il più delle volte frutto, per l’appunto, di una fortunata sintesi creativa tra il materiale offerto dai canti e dalle leggende popolari e l’estro dello scrittore/etnografo).
Il racconto dei singoli casi è assai avvincente, la lettura di questa prima parte è interessante e a tratti gustosa. Le note poste al termine di ogni capitolo forniscono poi occasione di approfondimento e abbondanti riferimenti bibliografici: forse l’aggiunta di fotografie e illustrazioni avrebbe reso la pubblicazione più completa, specialmente per quanto riguarda il capitolo dedicato ai “ritratti della nazione”.

L’analisi del termine “folclore”, termine nato nel 1847 come traduzione dal tedesco “volkskunde” (scienza del popolo), porta nella seconda parte del volume ad esaminare l’ideale del ritorno alla natura e alle origini, il mito dell’innocenza e della vitalità del popolo, visto a seconda dei casi come fossile da rianimare o reperto/reliquia da conservare onde conservare la “radice primigenia” della propria identità.
Industrializzazione, consumo di massa, nascita del tempo libero e necessità di occuparlo: turismo e intrattenimento fanno leva anch’essi sul mito del folclore, dell’artigianato, del presunto “autentico”, oggetto o immagine che possa restituire un ricordo/souvenir del sapore e del colore dei luoghi visitati (o meglio consumati).
Maghi della comunicazione ante litteram procedono nell’ibridazione di vecchie forme con nuovi contenuti, utili per creare coesione sociale oppure, come nel caso del nazionalsocialismo in Germania, per espellere “diversi” e oppositori o per combattere contro altre nazioni. Il libro analizza ampiamente le pratiche di “invenzione della tradizione” (tramite innesto su precendenti usanze e ibridazioni varie a seconda dei casi, arrivando a un vero “folclorismo di stato”) nella storia dei regimi comunisti, per arrivare fino ai moderni riti di identificazione nazionale: esempio ideale, gli eventi sportivi – che si tratti dei campionati di calcio, dei giochi olimpici o del Tour de France – creatori di una forte aggregazione attorno all’idea di nazionalità, proprio grazie alla “messa in scena del patrimonio identitario”, resa possibile dalla complicità degli ormai onnipresenti media.

E’ un lungo e affascinante viaggio nell’Europa dei bardi, dei celti e dei cavalieri, delle vicende linguistiche del greco demotico, del norvegese e dello yiddish, delle rivendicazioni patriottiche avanzate sull’onda della musica, delle cattedrali innalzate, distrutte e ricostruite per riaffermare la sovranità di alcune popolazioni e negare l’influenza di altre: il punto di arrivo si presenta inevitabilmente problematico.

Se ammettiamo dunque che l’identità di una nazione (e quindi anche l’identità europea che di nazioni e’ costituita) non può nascere senza una tradizione, e che bisogna che essa sia salda e credibile e tuttavia capace di far sognare, offrendo simboli e personaggi che rappresentino ideali capaci di riunire la collettività: tutto ciò non può comunque prescindere da un progetto politico.
Esso deve porsi l’obiettivo di fronteggiare problemi ed esigenze di una società che attraversa grandi cambiamenti - spesso traumatici - e allo stesso tempo essere capace di esprimersi anche in termini culturali, andando oltre vuote formule di propaganda e resistendo alla tentazione di “appiattire” tutto alla ricerca di una omogeneità impossibile (e del resto neanche desiderabile).

E’ ancora possibile tutto ciò, avendo davanti agli occhi non solo il passato con i suoi temibili eccessi ma anche un presente affollato di conflitti etnici e sociali?
Il compito appare arduo: può essere utile leggere tra le righe degli esempi del passato - di cui questo libro è davvero ricco - facendo attenzione a non cadere in quelle “trappole dell’appartenenza” che troppo spesso si rivelano tragiche scorciatoie verso il razzismo e la rigidità culturale.
Questo il monito dell’autrice, che accenna alla disgregazione della Jugoslavia e al conflitto in Kosovo - il libro è uscito in Francia nel 1999 - come esempi della pericolosità del territorio in cui ci si addentra ragionando su termini come identità, nazione, popolo, lingua, cultura.


Link

Da “Le monde diplomatique”: in un articolo del 1999, intitolato emblematicamente “L’invenzione delle identità nazionali”, la Thiesse affronta la disputa sul possesso del Kossovo analizzando le rinvendicazioni dei nazionalisti serbi e albanesi.
(in italiano)
www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Giugno-1999/9906lm12.01.html

Dalla “Revue des livres”, una recensione del libro (in francese):
http://assoc.wanadoo.fr/revue.de.livres/cr/thiesse.html


Per continuare il discorso:
Daniel Dayan, Elihu Katz, Le grandi cerimonie dei media. La storia in diretta, Baskerville, Bologna 1995

Clifford Geertz, Mondo globale, mondi locali: Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo, Il Mulino, Bologna, 1999

Francesco Remotti, Contro l’identità, Laterza, Roma Bari 1996.



 

 

 

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