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246 - 07.02.04


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“Ecco perché non abbiamo pubblicato il dossier”

Francesco Margiotta Broglio con Mauro Buonocore


Lo scorso anno l’Eumc, Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia con sede a Vienna, aveva commissionato al Centro per la ricerca dell'Antisemitismo di Berlino la compilazione di un dossier che verificasse le manifestazioni di antisemitismo in tutti i paesi membri dell’Unione. Il risultato fu un documento in cui si leggeva un’escalation di episodi antisemiti a partire dal 2000: molte le reazioni da parte da parte del mondo ebraico e delle istituzioni politiche, soprattutto di fronte alla scelta dell’Eumc che, dopo aver commissionato lo studio, ha deciso di non pubblicarlo. A Francesco Margiotta Broglio, professore ordinario all’Università di Firenze e membro dell’Eumc, abbiamo chiesto di aiutarci a capire meglio questi fatti.

Professor Margiotta Broglio, negli ultimi tempi l’antisemitismo ha conquistato un ruolo da protagonista nelle discussioni dell’opinione pubblica. Prima il sondaggio dell’Eurobarometro per cui la maggioranza dei cittadini europei considererebbe Israele un pericolo per la pace mondiale; poi il dossier sull’antisemitismo che l’Eumc non ha voluto pubblicare; poi le polemiche tra Prodi e i presidenti dei Congressi ebraici mondiale ed europeo; e, ultimo in ordine cronologico, il Rapporto Eurispes secondo il quale si può parlare dell’Italia di un paese in cui esiste un latente sentimento antisemita.
Come mai, secondo lei, l’antisemitismo è tornato ad essere un argomento così diffuso?


L’Unione europea (e prima la Comunità europea) ha iniziato a preoccuparsi di razzismo e antisemitismo ben prima della tardiva e superficiale scoperta mediatica di questi fenomeni. Il Parlamento Europeo mise in guardia contro il razzismo, la xenofobia e l’antisemitismo con due risoluzioni dell’aprile e del dicembre 1993, ribadendo condanne e avvertimenti nell’ottobre dell’anno successivo. Il Consiglio europeo iniziò a condannare razzismo, xenofobia e antisemitismo nell’ottobre ’95, invocando anche il coinvolgimento, nella lotta a questi fenomeni, dei sistemi educativi nazionali. Il 1997 venne poi proclamato “Anno europeo contro il razzismo” e tutte le istituzioni comunitarie vennero coinvolte nel programma che si sviluppò sulla base dell’art.3 del Trattato sull’Unione Europea. La Dichiarazione di intenti congiunta (Unione, Parlamento, Commissione) del 30 gennaio ’97 invitava inoltre espressamente le istituzioni europee, i poteri pubblici e le organizzazioni private nazionali ed europee a “contribuire alla lotta contro il razzismo, la xenofobia e l’antisemitismo” nella vita quotidiana, nella scuola e nel lavoro. Ne seguì una serie di azioni che portarono alla formazione dell’Osservatorio di Vienna, voluto e presieduto nel suo primo triennio da Jean Kahn, Presidente del Concistoro ebraico di Francia, una delle più eminenti personalità dell’ebraismo europeo. Le accuse che si vogliono rivolgere alla Commissione, a Prodi e alle istituzioni europee sono, quindi, ingiuste e ingiustificate.

Quanto poi al sondaggio di Eurobarometro, anche se la domanda poteva non essere formulata in modo appropriato, è anche vero che il sondaggio ha rivelato uno stato d’animo di cui è necessario tener conto ma che va depurato di un equivoco che coinvolge la politica del governo israeliano: non può essere chiamato antisemita chi critica le scelte di Sharon, che tra l’altro ha avversari e critiche anche all’interno del suo stesso paese.
Se prendiamo poi la presa di posizione del presidente della Commissione di fronte alle accuse lanciate dalle pagine del Financial Times, va ricordato che Prodi si è impegnato molto nella lotta al razzismo e l’antisemitismo e quindi le sue reazioni mi sono parse del tutto comprensibili e giustificate. Ripeto: per anni le istituzioni europee si sono impegnate nella definizione di problemi legati al razzismo e alla xenofobia e nella ricerca di soluzioni a questioni che sono da tempo sul tavolo delle istituzioni e per cui questa recente impennata mediatica da parte dell’opinione pubblica mi pare un po’ tardiva.

Cos’è che ha portato l’Eumc a non pubblicare il dossier commissionato sull’antisemitismo?

I motivi riguardano il non apprezzabile impianto scientifico della ricerca, la mancata disamina della ricca e validissima letteratura francese e italiana sulla materia e lo scarso rigore metodologico. Pensi che le fonti sull’antisemitismo in Italia considerate dal dossier ammontavano semplicemente ad un paio di titoli; inoltre non si riusciva a capire dalle pagine del dossier che cosa gli autori intendessero, in maniera chiara ed univoca, per antisemitismo.
Un altro difetto era nella prospettiva storica con cui è stato affrontato il lavoro. E’ importante notare che mancava integralmente, all’interno dello studio, ogni dato, analisi e valutazione dei residui del razzismo degli anni 30 e 40 del Novecento: si pensi che in alcuni paesi non si riesce ancora a recuperare i beni sottratti agli ebrei europei dai nazisti e finiti nei musei o in collezioni private; in italia, ad esempio, solo l’anno scorso si è riconosciuto il diritto all’indennizzo dei cittadini ebrei espulsi nel 1938 dalle scuole pubbliche.
Inoltre manca nella ricerca qualsiasi riferimentio alle politiche antisemite dei diversi stati europei tra il 1933 e il 1945, come se la “questione ebraica” fosse stata la medesima in tutti i paesi e come se fosse possibile analizzare l’antisemitismo di oggi senza tenere conto della ben diversa eredità storico-politica dell’antisemitismo nei singoli paesi membri dell’Unione. Insomma, una totale mancanza di prospettiva storica e di dimensione politica di una questione cha ha antiche e profonde radici dalle quali è necessario partire se si vuole studiare seriamente il fenomeno attuale.

Dalle discussioni nate intorno all’antisemitismo, emerge il fatto che resistono all’interno della società europea dei luoghi comuni come l’idea di una cospirazione mondiale ebraica, le accuse dii deicidio o la confusione tra antisemitismo e antisionismo. Come giudica la resistenza di questi luoghi comuni?

La questione che lei pone è proprio quella che i ricercatori di Berlino non hanno voluto o saputo affrontare. La resistenza dei luoghi comuni si può spiegare solo tenendo in debito conto il peso della storia e della tradizione antisemita e, ripeto, non confondendo il razzismo antisemita con i diffusi sentimenti critici verso l’attuale politica del governo israeliano.

Cosa resta da fare alle istituzioni europee per continuare in modo costruttivo la questione sull’antisemitismo?

Le istituzioni europee devono continuare a tenere sotto attenta osservazione le manifestazioni di antisemitismo nel quadro della politica dell’Unione contro il razzismo e la xenofobia. Sulla base delle analisi e dei dati raccolti, le istituzioni dell’Ue possono adottare nuove e più mirate azioni per contrastare tali fenomeni nel quadro più generale della protezione dei diritti dell’uomo (individuali e collettivi) e delle identità religiose e culturali, senza isolare l’antisemitismo da fenomeni paralleli come la xenofobia e l’islamofobia. Fenomeni che, peraltro, sono storicamente diversissimi e cronologicamente molto più recenti.


 

 

 


 

 

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