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242 - 13.12.03


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Attacco alla cerniera dei mondi

Siegmund Ginzberg


Questo articolo è apparso sul quotidiano L'Unità.


Non c’è da prenderla alla leggera. Ad Istanbul stanno martellando la cerniera, la porta di passaggio, di comunicazione tra due mondi. Sanno che la Turchia è in bilico, per questo puntano a scardinarla. I terroristi hanno scelto con cura, niente affatto a casaccio, i loro simboli. Prima le sinagoghe, poi una banca e il consolato britannici. Volevano farci sapere, ancora una volta, che ce l’hanno innanzitutto con i dragoman, gli interpreti tra le diverse culture, le soluzioni diplomatiche.

Cerchiamo di spiegare l’immagine. Da quando Elisabetta I aveva nominato il primo ambasciatore di Londra alla Sublime Porta del sultano di Costantinopoli nel 1580, sino alla nascita della Turchia moderna dopo la Prima guerra mondiale, avevano fatto ricorso ad una figura particolare e decisiva, il dragoman (corruzione del turco tercuman, interprete), l’esperto di lingua, leggi, costumi, politica locale, quello che meglio poteva capire le sottigliezze degli interlocutori e della situazione con cui avevano a che fare, gestire i rapporti coi visir, i cadì, i capi dei giannizzeri e dell’esercito, gettare un ponte, impedire catastrofici errori o malintesi, insomma tenere aperte le comunicazioni. Non a caso i migliori dragoman venivano reclutati tra ebrei, armeni, cristiani. Gli andò bene finché gli diedero retta, malissimo le volte che si azzardarono a fare di testa propria, ignorare complesse interazioni e interlocutori, marciare come se non esistessero (era successo persino a Winston Churchill in visita a Costantinopoli nel 1909, che finì per consegnare la “nuova Turchia” nelle mani del Kaiser, stava quasi per succedere a Paul Wolfowitz, quando alla vigilia della guerra all’Irak sembrò incoraggiare i generali turchi al golpe contro il governo islamico uscito dalle urne). Il senso più profondo delle bombe di Istanbul - sia di quelle contro la comunità ebraica che da cinque secoli era passata più indenne da pogrom e massacri, compresi quelli nella più “civile” Europa, sia di quelle contro la rappresentanza diplomatica britannica - potrebbe essere proprio eliminare gli “interpreti”, tagliare le comunicazioni, nella speranza che il caos faccia saltare le cerniere che ancora tengono, aprire un “fronte turco” da aggiungere agli altri.

Nessuno può sottovalutare l’importanza della cerniera turca. É, all’estremo orientale del Mediterraneo, la porta decisiva tra Est e Ovest. Da anni ha fatto la scelta e cerca di entrare a pieno titolo in Europa. Storicamente ne aveva fatto sempre parte, quanto, e anzi più della Russia (l’impero ottomano veniva definito il “gran malato dell’Europa”, non, per dire, dell’Asia). Ne diverrebbe il nuovo membro più popoloso, l’unico prevalentemente islamico, e come tale in grado dialogare proficuamente con i vicini islamici dell’Europa. É l’unico grande paese islamico ad avere un rapporto estremamente solido (qualcuno dice ormai addirittura di vera e propria “alleanza strategica”, persino militare) con Israele. L’unico degli Stati islamici che si affacciano sul Mediterraneo a non avere mai fatto la guerra allo Stato ebraico. Questo gli consente di poter avere un ruolo decisivo nella stabilizzazione del conflitto arabo-israeliano in Medio oriente. Nello stabilizzare la polveriera irachena potrebbe avere un ruolo fondamentale, non di meno conto di quello dell’Iran. Potrebbe rivelarsi la chiave per tenere sotto controllo le altre polveriere vicine in lenta ebollizione, dal Caucaso all’Asia centrale ex sovietica.

Tanto più che gran parte dei problemi più “insolubili” che tormentano il nuovo secolo erano iniziati proprio da lì nel secolo scorso, alla fine della guerra che avrebbe dovuto “porre fine a tutte le guerre”, e che invece finì per alimentarle quasi tutte. La Palestina era una provincia turca. Così come lo era l’Irak prima che lo inventassero, divisa nei “vilayet” di Mosul (il nord curdo), Baghdad (il centro sunnita), Bassora (il sud sciita). Avevano preso riga e matita, e creduto di poter risolvere tutto sulla carta e con le baionette, senza star ad ascoltare, non solo i popoli interessati, ma nemmeno alcun dragoman. Istanbul fu, durante l’occupazione alleata del 1919-21, la prima città pattugliata congiuntamente da carabinieri italiani, marines americani, tommies britannici e fantassins francesi. Ma non poteva essere quella la soluzione.

Da allora, la Turchia è stata quasi costantemente in bilico. Tra Germania e alleati nella Seconda guerra mondiale. Tra Oriente e Occidente. Tra democrazia e dittatura. Non ha scelto il peggio. Ma quel che è in bilico è per definizione instabile, esposto alle spallate. É l’unico paese nella regione, accanto a Israele, in cui si vota davvero, anche se con una democrazia ancora fragile e “sotto tutela” da parte dei militari. C’è chi ha sostenuto che potrebbe essere il vero modello cui far riferimento nella grande scommessa sulla compatibilità tra islam e democrazia. Le ultime elezioni le ha vinte un partito islamico moderato, una sorta di “democrazia cristiana islamica”, s’è detto. Ma l’attrito coi generali è perennemente in agguato. Ha un’economia dissestata, problemi sociali immani; non ha petrolio, ma è dal Bosforo, dal Mar nero e dagli oleodotti in Anatolia che passerà gran parte del petrolio che l’Europa consuma oggi e consumerà nei decenni a venire di questi secolo.

Questa è la cerniera che le bombe, in tutta evidenza, vorrebbero far saltare. Chiunque abbia mosso i manovali, al Qaida o chi per loro, che si tratti degli estremisti turchi che le autorità sostengono di avere già individuato, o di terrorismo d’importazione, dalla Siria, dall’Afgahnistan o da altrove. Sullo sfondo certo c’è la guerra e il dopoguerra in Irak. Gli attentati suicidi antibritannici sono avvenuti proprio nel momento in cui George W. Bush era in visita a Londra agli alleati britannici. La strage nelle sinagoghe, pochi giorni prima, in una città che non ha mai avuto ghetti, appariva volta a interrompere secoli di relativa tolleranza nei confronti degli ebrei, in fuga dalle persecuzioni dell’Inquisizione, dei cosacchi, dei persiani, dei principati Balcanici e del Danubio. Ma nel perverso simbolismo del terrorismo ci deve essere una ragione se non hanno deciso di colpire obiettivi americani, o ad Ankara. Certo non era una “punizione” nei confronti di una partecipazione turca alla guerra che non c’è mai stata. La posta è apparentemente ancora più grossa.

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