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242 - 13.12.03


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Hollywood, Keynes e l’esportazione targata America

Jeff Faux


L’autore è membro fondatore dell’ Economic Policy Network di Washington. Il testo che segue è tratto dall’intervento di Jeff Faux al Convegno Europa sociale. Problemi e prospettive, svolto a Roma a cura della Fondazione Di Vittorio il 18 e 19 novembre 2003.


I film di Hollywood rappresentano l’esportazione più diffusa del modello americano. Un altro tipo di esportazione contiene anch’essa una larga parte di fantasia. Si tratta dell’idea che gli Stati Uniti abbiano in qualche modo fondato il modello economico “anglo-americano”, presumibilmente superiore ad altre forme di economia di mercato, e ritenuto in particolare migliore delle forme socialdemocratiche dell’Europa continentale.
Il modello americano viene venduto nel mondo con etichette diverse (come ad esempio “neo-liberalismo” o “consenso di Washington”) ma sempre con l’idea che le dimensioni e l’influenza degli Stati Uniti attribuiscano al loro modello un grande potere nel conflitto di idee sulla politica economica esistente nel mondo. E’ un dibattito questo che riguarda non solo il futuro dell’Europa, ma il governo dell’economia globale.

Nel 1996, poco dopo essere diventato segretario dell’Organizzazione Internazionale del Commercio (Wto), Renato Ruggiero osservava: “non stiamo più scrivendo le regole dell’interazione tra diverse economie nazionali. Stiamo scrivendo la costituzione di un’unica economia globale”.
Questa costituzione globale è stata scritta per lo più in segreto – senza democrazia - e in più posti, come il Fondo Monetario Internazionale, il Wto, la Banca Mondiale e altre istituzioni internazionali. Poiché non esiste un meccanismo che permetta una partecipazione politica globale, il dibattito avviene per le strade, a Jakarta, a La Paz a Genova, un dibattito che può essere un po’ astratto, ma le cui implicazioni politiche sono invece assai reali.

Molti sostenitori del modello americano, affermano l’idea che l’Europa occidentale ha avuto nel recente passato una crescita lenta perché il suo mercato del lavoro è poco elastico, consente che i lavoratori siano iper-protetti, si fonda su uno Stato sociale troppo generoso che non fornisce abbastanza incentivi a lavorare sodo.
Probabilmente in questo ragionamento qualche verità c’è e non sarà difficile indicare esempi di rigidità del mercato del lavoro, regolamentazioni eccessive e inefficienze burocratiche. Ma, allo stesso modo, si potrebbero portare esempi di sfruttamento, di grandi iniquità e di corruzione del governo rispetto al rapporto con la sanità privata negli Stati Uniti.
In realtà i veri sostenitori del modello americano ammettono che la vita economica negli Usa è, per i normali lavoratori, meno sicura di quella europea, che la società è fragile e che il settore pubblico è abbandonato. Esempio notissimo è quello del sistema sanitario. Noi americani paghiamo molto per la nostra assistenza sanitaria, e in compenso abbiamo copertura inferiore, prezzi tra i più cari al mondo per i medicinali, un’attesa di vita inferiore a quella delle nazioni più importanti del mondo e anche a quella della ormai impoverita Cuba.

Ma, secondo coloro che vendono il modello americano all’estero, questi valori sono meno importanti per la persona media rispetto all’opportunità di arricchirsi. Questa visione, cioè, segue le parole della signora Thatcher che una volta disse che “la società non esiste”, con la conseguenza che il perseguimento della ricchezza da parte dell’individuo dovrebbe essere l’obiettivo principe della politica economica.
Conclusione naturale di tutto questo ragionamento sarebbe allora la necessità di seguire il modello americano con i suoi mercati deregolamentati, con lo scopo di realizzare una società in cui il potere dei sindacati sia molto ridotto, i servizi sociali privatizzati, e in cui si promuova austerità in campo macro-economico e grandi libertà per le imprese. Ebbene, se volessimo seguire questa strada, si otterrà la prosperità all’americana. Qualsiasi danno ai valori della comunità, della solidarietà e dell’uguaglianza sarà più che compensato da un aumento della produttività e della crescita economica, che a sua volta dovrebbe alimentare la prosperità per tutti coloro che vi abbiano contribuito.

C’è qualcosa di profondamente falso intorno a questa argomentazione. Come i film di Hollywood, il cosiddetto “modello americano” non rispecchia la realtà. Un prodotto destinato all’esportazione può differire dal prodotto che con la stessa etichetta è venduto sul mercato nazionale; quando parliamo di “modello americano”, infatti, ci riferiamo un riflesso super-semplificato, idealizzato e distorto, di come si muove attualmente l’economia americana.
Devo dire che molti, politici miei concittadini e sapientoni vari, vendono al resto del mondo un paradigma economico, il riflesso del sogno di ciò che vorrebbero imporre in America, ma che non sono stati capaci di realizzare, soprattutto perché gli americani non lo acquisterebbero.
La gente comune non perde il proprio tempo a pensare a come fare del mondo la propria immagine. La classe di governo del mio paese ha però la tendenza ad appioppare al resto del mondo nozioni astratte che non sono andate del tutto bene negli Stati Uniti. Per esempio, dopo la prima guerra mondiale, Woodrow Wilson, un democratico, cercò di imporre la sua idea di democrazia all’estero nel momento in cui molti dei nostri cittadini non avevano diritto di voto. Dopo la seconda guerra mondiale, Roosvelt e i fautori del New Deal, con più successo di Wilson, influenzarono la ricostruzione dell’Europa occidentale con idee socialdemocratiche che erano troppo radicali per l’America a quel tempo. Oggi, gli ideologi repubblicani vogliono rifare l’Iraq secondo una versione che faccia piacere all’economia americana. Il governatore americano dell’Iraq ha annunciato recentemente la sua intenzione di stabilire un sistema di “imposta unica” che i conservatori repubblicani hanno cercato di attuare senza successo negli Stati Uniti per trent’anni.
Alcuni iracheni, guardando ai loro interessi, si sono dichiarati favorevoli alla proposta; allo stesso modo sono in molti che dagli Stati Uniti vedrebbero con piacere una situazione che portasse l’Europa verso un sistema americanizzato, ma gli europei dovrebbero osservare con attenzione cosa succede negli Usa prima di acquistare il modello americano.

Partiamo dall’affermazione per cui la ricchezza americana sia dovuta al fatto che il suo mercato del lavoro è flessibile. Tutti noi sappiamo che, in generale, il mercato del lavoro americano è meno protettivo e fornisce i datori di lavoro di maggiore forza sui lavoratori che quello europeo. Ma questo è accaduto per almeno mezzo secolo, anche quando la crescita statunitense era più bassa e la disoccupazione più alta di quella delle economie dei maggiori paesi europei.
Negli ultimi due decenni, effettivamente, l’economia americana è cresciuta più velocemente di quanto non sia accaduto in Europa. La domanda è, allora: possiamo attribuire questa recente crescita più rapida negli Usa – o anche una significativa parte di essa – a leggi più flessibili in materia di lavoro? Se per “flessibilità” intendiamo la capacità dei manager di utilizzare la forza lavoro in modo più efficiente, invece che più semplicemente di far lavorare di più e con paga più bassa, la risposta è, no. Infatti, le leggi sul mercato del lavoro in America sono diventate meno flessibili negli ultimi dieci anni. Dopo l’elezione di Bill Clinton nel 1992, il Congresso approvò una legge che permetteva ai lavoratori di avere del tempo libero per badare alla famiglia senza essere penalizzati; è aumentato il salario minimo, le agenzie federali che regolano il mercato del lavoro hanno aumentato il loro organico per affrontare le violazioni delle regole sulla salute e sulla sicurezza, le ingiuste condizioni di lavoro e lo sfruttamento del lavoro. È vero che il tasso di sindacalizzazione è sceso (ma è questa una tendenza che si verifica da venticinque anni) e che esso è, piuttosto, il risultato dello svuotamento dell’industria manifatturiera e delle leggi sul lavoro restrittive in vigore fin dal 1946.

Le date sono importanti, perché se la “flessibilità” era la chiave per il successo economico, allora si sarebbe dovuto avere un aumento della produttività. Invece è solo dal 1995 che la crescita della produttività statunitense è più veloce di quella europea. Prima di allora, tutte le maggiori economie europee occidentali hanno visto il loro Pil crescere più virittura elocemente che negli Usa, mentre nel 1989 Germania occidentale, Francia Belgio, Olanda e Norvegia hanno adsuperato i livelli di produttività americani.
Se, dall’altra parte, “flessibilità” significa costringere la gente a lavorare più ore e sfruttare i lavoratori più deboli, allora questa affermazione ha qualche fondamento. Le ore annuali lavorate negli Usa sono senz’altro le maggiori in tutto il mondo industriale. Inoltre, lo sfruttamento illegale dei migranti, soprattutto di quelli irregolari, è ormai prassi diffusa.
L’Amministrazione Bush sta cercando di riportare le lancette indietro. Ma, finora, poco è cambiato, se non nulla, nella struttura del mercato del lavoro perché si è verificata una forte opposizione, anche tra i membri del partito repubblicano.
Allora, come si può spiegare la maggiore crescita generale e la minore disoccupazione in America?
Credo che la risposta sia nella politica macroeconomica, piuttosto che nelle differenze strutturali tra Stati Uniti e zona Euro. Nonostante la cattiva fama di John Maynard Keynes presso i responsabili politici di Washington, i governanti americani – a prescindere dal partito di appartenenza – sono stati più keynesiani dei governi europei.

Oggi, per esempio, con un tasso di disoccupazione del 6 percento, il deficit fiscale calcolato dal governo per il 2003 è pari al 4,6% del Pil. La combinazione di tagli alle tasse e crescita delle spese militari ha acceso la crescita economica nel terzo trimestre di questo anno. George Bush, che si descrive al resto del mondo come il nemico del big government, tiene attualmente discorsi accreditandosi il merito di questa ricchezza economica a suo dire legata ai tagli fiscali. Ora, questo argomento non sta sul lato dell’offerta ma dalla parte della domanda. Il principale consulente economico del presidente ha detto recentemente: “il pacchetto del presidente mette il denaro nelle mani del consumatore”, e infatti si vede ad una forte crescita della spesa.
Negli ultimi vent’anni, noi americani siamo stati molto più rapidi nell’abbassare i tassi di interesse e nell’espandere il deficit fiscale a fronte dell’aumento della disoccupazione. Richard Nixon diceva nel 1969 cose che rimangono vere: “siamo tutti keynesiani”. Per colmo d’ironia, il presidente più keynesiano è stato Ronald Reagan, il cui deficit ha contribuito a far uscire l’economia americana dalla crisi degli anni ’80.

A fronte di questo modello macroeconomico americano, vediamo il modello europeo. L’Unione Europea nel suo insieme ha un deficit minore – il 2,5 % del Pil – mentre il suo tasso di disoccupazione è pari all’8,8%. I parametri di Maastricht rappresentano una questione politica per gli europei. Ma, comunque la si pensi sui parametri, è evidente che il costo economico è rilevante.
Analogamente, la Federal Reserve americana ha seguito una politica monetaria più espansionistica rispetto a quella europea. Negli ultimi tre anni, i tassi d’interesse reali comparabili sono stati sempre più bassi di quelli della Banca centrale europea, nonostante che il più alto tasso di disoccupazione nell’Ue. Come abbiamo capito dalla storia recente dell’economia giapponese, tagliare rapidamente i tassi d’interesse a fronte di un rallentamento della crescita è importante quanto tagliarli profondamente.
La spesa crea lavoro. Ed è l’impegno a mantenere la spesa, una politica macroeconomica flessibile – non una politica flessibile del mercato del lavoro – che può spiegare il minor tasso di disoccupazione negli Usa.

All’inizio degli anni ’90, la maggioranza dei politici americani, come forse in Europa oggi, pensava che il problema della disoccupazione fosse sostanzialmente un problema di insufficiente qualificazione, rigidi diritti sindacali e atteggiamenti anti-sociali da parte dei lavoratori, soprattutto di quelli giovani. Tuttavia, moltissimi lavoratori appartenenti a categorie considerate all’inizio degli anni ’90 non impiegabili, nel 1999 avevano trovato occupazione a tempo pieno. Come è stato possibile? Le leggi sul mercato del lavoro non sono cambiate, gli atteggiamenti non sono miracolosamente mutati, la formazione dei lavoratori non ha fatto passi avanti, i sindacati non sono scomparsi. È successo che la più rapida crescita generata dalle politiche macroeconomiche ha creato un mercato del lavoro più rigido e i datori di lavoro hanno dovuto assumere persone che dieci anni prima non avrebbero assunto. Quando i mercati del lavoro sono rigidi, i datori di lavoro sono portati ad investire in produttività, cioè in macchinari e apparecchiature che distruggono posti di lavoro. Questo può spiegare il fatto che gli stati Uniti hanno potuto vantare una maggiore produttività solo a partire dal 1995.

C’è un altro ingrediente essenziale del vero modello americano che generalmente non viene riportato sull’etichetta per l’esportazione. È il credito a condizioni agevolate.
Il credito è la linfa del capitalismo, e i governi americani hanno cercato di pomparla nell’economia più rapidamente possibile. Le carte di credito sono spedite praticamente a tutti, inclusi i bambini, agli immigrati illegali ed anche, qualche volta, ai morti. Il credito agevolato non solo mantiene alta la domanda, ma ha aiutato a creare una cultura per la quale i negozi sono aperti 24 ore al giorno e 7 giorni a settimana e il mercato ha potuto trovare applicazione anche su Internet.
Dunque, contrariamente alla flessibilità del mercato del lavoro, il tasso di indebitamento è quello che è cambiato drammaticamente durante il boom statunitense degli anni ’90. Il debito come quota rispetto al reddito dei lavoratori è aumentato costantemente fino a raggiungere picchi assoluti. Il risparmio personale è sceso dal 8,5 per cento del reddito disponibile nel 1992 al 2,2 per cento nel 2000.

I governi degli Stati Uniti, cosiddetti conservatori, hanno sovvenzionato il credito agevolato fino al punto che con piccole quantità di denaro, tutti gli americani possono accedere a mutui trentennali, che le banche raccolgono e poi vendono ai mercati secondari dei mutui garantiti dal governo. Il possesso della casa, a sua volta, crea la sola opportunità per la maggior parte degli americani di accumulare ricchezza, e questa rappresenta una fonte costante di domanda per il settore delle costruzioni e delle abitazioni.
Il credito agevolato è anche sovvenzionato da un sistema molto liberal sul fallimento delle imprese, nel senso che il debito può essere liquidato, e il consumatore fallito o la società possono ritornare rapidamente nel mercato del credito. Un recente e drammatico esempio è quello del gigante delle telecomunicazioni, World Com, che è letteralmente crollato nel giugno del 2002, con un debito di 41 miliardi di dollari. Il tribunale fallimentare è riuscito a recuperare solo 5,8 miliardi del debito, e l’azienda ha avuto la possibilità di rinviare il pagamento mentre contemporaneamente accumulava liquidità. A gennaio Wall Street si aspetta che l’azienda sia fuori dal fallimento e possa ritornare a fare profitti sul mercato. Questo è il vero modello americano: grandi protezioni ai consumatori e alle imprese contro le conseguenze dei loro errori finanziari.

Non in questa direzione invece agiva l’amministrazione conservatrice di Ronald Reagan che reagì al collasso di una importantissima banca, così come in maniera diversa ha reagito il governo giapponese a crisi più recenti. L’Amministrazione Reagan non esitò allora ad intervenire sulle banche inviando burocrati dello stato a vedere quali banche avrebbero potuto sopravvivere e quali no; spese 500 miliardi di dollari dei contribuenti per riorganizzare il sistema bancario: non lasciò che fosse il mercato a risolvere il problema.

Quindi, se noi andiamo a guardare al di là delle etichette che vengono apposte sulla versione da esportazione del modello americano, possiamo notare che i governi americani non esitano ad intervenire nell’economia privata. I settori più grandi e di maggiore successo dell’economia americana sui mercati internazionali – prodotti militari, l’agricoltura, i sistemi informatici ad alta tecnologia – sono prodotti che vedono massicci investimenti e sostegni governativi.
Il libretto di istruzioni che viene inviato con la versione destinata all’esportazione del modello americano invita l’acquirente a rimanere aperto rispetto al rischio dell’indebitamento, ma non ricorda che oggi l’America, se ancora galleggia, è proprio grazie all’indebitamento, perché compriamo dal resto del mondo più di quanto vendiamo. E tutto questo avviene da più di venticinque anni. Non risparmiamo abbastanza per compensare il saldo e quindi abbiamo un deficit corrente, un debito netto dell’intero paese, compresi prestiti e debiti, che dalla metà degli anni ’80 è aumentato costantemente. Ormai siamo al 25% del Pil. Se la curva dovesse rimanere inalterata, gli economisti di Wall Street ritengono che da qui a tre anni arriveremo al 40%, che è il livello al quale è crollata l’economia argentina.

Quello che rende l’America diversa da nazioni come ad esempio l’Argentina, è certamente l’utilizzo del dollaro. È stata la valuta di tutte le riserve, è il metro di pagamento principale per il petrolio e le transazioni internazionali, è considerato un “porto sicuro” per gli investitori quando hanno paura di scombussolamenti politici in qualche parte del mondo.
Ma anche un paese grande e così ricco come gli Usa non può all’infinito comprare all’estero più di quanto non venda, indebitandosi per compensare la differenza. Prima o poi, il deficit commerciale dovrà essere sostanzialmente ridotto, se non eliminato completamente. Occorrerà una svalutazione del dollaro, un sostanziale rallentamento dell’economia. Un agnete di borsa di Wall Strett ha detto recentemente: “prima, o forse poi, i nostri creditori asiatici si sveglieranno”. Il risultato sarà, “un riaccendersi dell’inflazione, forse il caos nei mercati finanziari, un minor tenore di vita”.
Già oggi, intravediamo segnali che potrebbero avvicinarci a questo limite. L’euro è più forte del dollaro e, seppure lentamente, varie transazioni finanziarie oggi vengono condotte utilizzando questa moneta. È bene considerare il dollaro alla luce di quanto è avvenuto alla fine degli anni ’90 in Borsa: sappiamo che le azioni erano assolutamente sopravvalutate, sapevamo che la bolla sarebbe scoppiata ma non sapevamo quando. E neanche oggi lo sappiamo.

È utile riflettere sul modello americano e su quello europeo, così come è altrettanto utile chiedersi quanto possa funzionare il modello americano in paesi privi dello straordinario vantaggio di possedere la valuta più importante al mondo. In questi ultimi vent’anni la classe politica di molti paesi ha cercato di rendere la propria economia ad immagine e somiglianza di quella americana, con risultati poco positivi. Il Pil mondiale è diminuito, la distribuzione del reddito tra un paese e l’altro è peggiorata – e probabilmente, escludendo la Cina, sta diminuendo anche all’interno di ogni singolo paese. Ma valutare le politiche economiche di quasi 200 paesi con oltre 6 miliardi di abitanti non è facile. Però in Nordamerica abbiamo un esempio molto evidente di come si possa replicare il modello americano in altri paesi.

Come l’Ue, il Nord American Trade Agreement (Nafta) è più di un accordo di libero scambio. Parafrasando Ruggiero, è la costituzione di una economia continentale. Ma il Nafta è anche la costituzione che tutela i diritti di un unico cittadino, l’investitore delle multinazionali, è un sogno di quello che molti politici e imprenditori americani vorrebbero realizzare in America: non c’è tutela per i lavoratori, per l’ambiente, nessuna coesione sociale, non c’è nulla se non i diritti degli investitori. Ora, in cambio di questi straordinari diritti, i promotori del Nafta hanno promesso che il Messico avrebbe avuto una crescita economica protratta, che avrebbe migliorato la situazione generale del paese, elevato il tenore di vita e creato un ceto medio di consumatori ai quali Usa e Canada avrebbero potuto vendere propri prodotti. A dieci anni di distanza, la crescita del Messico è stata al massimo la metà di quanto occorrerebbe per dare lavoro sufficiente alla sua crescente manodopera disponibile. Dal 2000, il Messico ha smesso di crescere.

I vantaggi economici, allora, sono stati pochi, i costi umani e sociali molto alti. Milioni lavoratori hanno avuto la vita distrutta in alcuni paesi del Nafta. In Messico, per esempio, moltissimi lavoratori rurali si sono dovuti trasferire. Nonostante lo spostamento di molte industrie da Usa e Canada in Messico, il salario medio reale, secondo quanto afferma anche il governo messicano, nel gennaio del 2003 era inferiore del 9% a quello del gennaio del 1994. Non v’è dubbio che qualche messicano avrà avuto vantaggi su prodotti americani e canadesi a basso prezzo, ma in un paese dove il tasso di povertà arriva al 50 per cento, il costo della vita di base della stragrande maggioranza del popolo è aumentato. Non sono cresciuti i posti di lavoro, c’è una emigrazione pericolosa attraverso il confine statunitense. Lo scorso 19 maggio molti lavoratori messicani sono stati trovati morti asfissiati in un camion in Texas. Uno dei sopravvissuti ha commentato: “per migliorare la tua vita devi andare negli Stati Uniti”. L’immigrazione illegale verso gli Usa dimostra il fallimento del modello angloamericano esportato per dare ricchezza altrove.

Questo non vuol dire che l’Europa non abbia nulla da imparare dall’attuale esperienza economica americana. Rendere accessibile il credito per l’acquisto della casa ha contribuito a dare stabilità sociale ed economica ed ha reso possibile per moltissimi lavoratori mettere da parte un capitale per la vecchiaia. È riuscito a incrementare la domanda per l’industria dell’edilizia. Fare una politica fiscale e monetaria più flessibile ha senso in qualunque economia di mercato. Credo che questa è una cosa che gli europei dovrebbero prendere in considerazione. Penso anche che una maggiore mobilità sociale e lavorativa – enfatizzando di meno le credenziali legate all’istruzione – possa rappresentare un vantaggio in termini di flessibilità; questa anche è una cosa che l’Europa dovrebbe utilizzare. Una forza dell’America, inoltre, è il fatto di essere la terra che offre una “seconda possibilità”, dove è più facile per chiunque ricominciare dopo un fallimento. Questo permette di avere dei meccanismi flessibili.
Ci sono cose che gli europei possono imparare dagli americani, ma è vero anche il contrario. Ma la cosa importante è guardare alla nostra esperienza di vita reale, e non semplicemente accettare la versione hollywoodiana. Così, prima di decidere di importare qualcosa in più del modello economico americano, cercate di guardare con attenzione a come esso funziona attualmente da noi.


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