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241 - 29.11.03


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Verranno tempi digitali

Alessandro Ovi con Mauro Buonocore


“L’innovazione più importante per la tv è il digitale, il linguaggio del computer applicato alla diffusione e alla produzione di programmi televisivi. Quando poi i costi e le condizioni delle tecnologie consentiranno a un elevato numero di persone di accedere alla programmazione digitale, allora forse potranno nascere dei veri e propri canali europei”. Per Alessandro Ovi, direttore dell’edizione italiana di Technology Review, amministratore delegato di Tecnitel e consigliere del Presidente della Commissione europea Romano Prodi per le Politiche industriali e per l’innovazione, il satellite è la tecnologia che ha i più ampi spazi di diffusione e di applicazione per la tv del futuro.


Che cos’è che la fa guardare con tanto favore alla televisione digitale?

Le caratteristiche del digitale applicate alla tv. Sono principalmente tre: una qualità dell’immagine molto superiore a quella che eravamo abituati a vedere con la televisione analogica, la moltiplicazione dei canali e una elevata capacità di interazione.

Però ci sono diversi modi per diffondere canali televisivi in digitale: il cavo, il satellite, oppure il digitale terrestre che è uno dei punti più in evidenza della legge Gasparri e del progetto di riforma della tv italiana.

Io ho parlato delle tre caratteristiche che differenziano profondamente il digitale dalla televisione analogica, che rappresentano gli elementi di innovazione. Poi, che queste si realizzino via satellite, via cavo o per via terrestre non fa alcuna differenza. Il problema vero riguarda la diffusione e le infrastrutture. In Italia non abbiamo una cablatura tale da giustificare e permettere una diffusione via cavo. Rimangono il satellite e il digitale terrestre, di cui ora tanto si parla. Ora, il primo è uno strumento molto diffuso tra gli utenti italiani, basta considerare che sono stati venduti circa sei milioni di decoder. Il digitale terrestre, invece, è stato preso in considerazione soltanto da poco tempo, ed è una tecnologia che richiede una infrastruttura che in Italia non esiste e che andrebbe realizzata dal nulla, con costi evidenti e molto elevati.

Qual è la differenza tra la diffusione via satellite e il digitale terrestre?

Le differenze riguardano il tragitto che compie il segnale dall’emittente fino ad arrivare al televisore che abbiamo dentro casa. Nel primo caso un emittente acquista un trasponder su un satellite, cioè uno spazio per irradiare il proprio segnale su tutto il territorio coperto dal satellite e trasmetterlo a chiunque possegga un impianto di ricezione adeguato. Con il digitale terrestre invece le emittenti inviano il loro segnale a una serie di punti radio distribuiti sul territorio che, utilizzando le stesse frequenze che sono attualmente in uso, emettono verso gli apparecchi ricettori delle informazioni in forma digitale. Rispetto al modo di diffusione analogico, il vantaggio è che su una stessa frequenza possono viaggiare diversi segnali digitali.

Entrambi segnali digitali, uno arriva da un satellite, l’altro da una serie di ponti radio che sono sul territorio. Lei perché preferisce il satellite?

Innanzitutto, come ho già accennato, perché è una tecnologia che è già in uso, ha un’utenza diffusa e quindi aumentarne l’utilizzo da parte dei telespettatori è un’operazione che non prevede costi elevati. Il digitale terrestre invece presenta una serie di problemi. L’infrastruttura necessaria per realizzarlo non esiste e va costruita dal nulla, se poi pensiamo ai tempi necessari per coprire l’intero territorio italiano allora non possiamo certo ragionare in tempi brevi. Un altro aspetto riguarda gli utenti. Tutti sarebbero costretti a comprare un nuovo decoder per guardare la nuova televisione.

E poi c’è un aspetto che non va sottovalutato. La televisione satellitare consente di diffondere programmi su tutto il territorio europeo e di vedere trasmissioni di canali non solo italiani, ma provenienti da tutta l’Europa. Il digitale terrestre è invece strettamente legato alla dimensione nazionale, riguarda solo la televisione italiana. E poi bisogna anche eliminare un luogo comune che avvolge la tv satelittare: la si associa spontaneamente alla pay tv, ma così non è. Nel mondo i decoder chiamati free ware, cioè quelli che consentono di vedere canali gratuiti non sottoposti a criptaggio sono molto di più dei decoder per la tv a pagamento, questo testimonia che è molto diffusa la tendenza a utilizzare il satellite come strumento di tv gratuita. Esiste quindi una possibilità molto forte di offrire servizo pubblico gratuito via satellite, un servizio che adesso, senza alcuna spesa aggiuntiva per le infrastrutture, sarebbe visto da sei milioni di famiglie, cioè molte più persone di quante, ad esempio, non vedono Rai Tre a dieci anni dalla sua nascita.

Lei ci ha spiegato che la televisione digitale offre la poissibilità di moltiplicare i canali fino a un numero elevatissimo. Questo significa che ci sarebbe la possibilità di vedere più attori sul mercato televisivo nazionale per poter realizzare un pluralismo che superi il duopolio italiano. Allo stesso tempo però, in un suo articolo ha scritto che la frammentazione dell’audience e la nascita di canali di nicchia conduce a una dimnuzione delle risorse a disposizione e quindi soltanto “chi avrà modo di scaricare costi di produzione su più mercati potrà sostenere l’onere di produzioni tematiche costose”. Il pensiero corre a Rupert Murdoch: se l’intero mercato della tv satellitare è nelle mani di un solo soggetto, che fine fanno le speranze di pluralismo?

Murdoch ha potuto assumere una posizione dominante sul mercato della tv satellitare solo a fronte di obblighi molto cogenti che gli sono stati imposti dalla Commissione europea. Primo fra tutti è il fatto che Sky è obbligata a concedere accesso ai propri canali a chiunque lo chieda, soprattutto se si tratta di canali sviluppati in una delle lingue europee, a costi ragionevoli indicati dall’andamento del mercato. Se io voglio fare un canale e diffonderlo via satellite, Murdoch deve permettermi di utilizzare la sua piattaforma al prezzo di costo, quindi senza speculazioni. Inoltre deve impegnarsi a dare visibilità a questi canali inserendoli per ordine tematico all’interno della Epg (electronic programs guide) la guida elettronica dei programmi in cui sono contenute le offerte di tutti i canali. Quindi è vero che c’è un monopolista, ma le norme imposte dalla Commissione europea garantiscono l’accesso alla diffusione televisiva, e quindi le condizioni del pluralismo favorite anche dalla tecnologia digitale.

Una caratteristica del digitale è che un canale può essere visto su un territorio molto vasto. Un programma può allora avere contempraneamente telespettatori italiani, tedeschi, francesi e scandinavi. Ma esiste davvero un’Europa televisiva?

No, l’unico canale che forse può dirsi europeo in senso pieno del termine è Euronews, che nasce da un consorzio di tv dei diversi paesi d’Europa, ma non si può dire che sia un successo visto che gli ascolti sono abbastanza bassi. A parte gli argomenti sportivi, è difficile trovare programmi di successo che abbiano un’impronta europea. Uno degli ostacoli più evidenti è la lingua, non è facile trovare un’audience numerosa in grado di guardare programmi in una lingua straniera.

E allora come può cambiare il consumo e l’offerta della tv in una realtà che va oltre i confini geografici e culturali dei singoli stati come l’Unione europea?

Ci sono teorie diverse. C’è chi sostiene che la programmazione televisiva, soprattutto per quello che riguarda l’informazione, dovrebbe tendere a un processo che la porterebbe a “regionalizzarsi” più che a “continentalizzarsi”, dando così spazio ai mercati locali e a canali attenti alle dimensioni molto piccole, in grado di servire le esigenze e i gusti di un pubblico ristretto.
Altri sostengono invece che l’Europa diventerà un unico mercato come gli Stati Uniti, ma io ho molti dubbi perché il tema della lingua, anche se la tecnologia digitale offre delle soluzioni – come la possibilità di fruire di programmi stranieri nella propria lingua - , rimane un tema delicato e prima che il digitale abbia una diffusione tale da ammettere questo multilinguismo passerà ancora del tempo.
Ma è un mercato che ancora non ha detto tutto, anzi deve ancora farci vedere molto. Stiamo attraversando una fase in cui ci sono segnali che ci indicano una direzione precisa anche se non si vede nitidamente dove conduce. Un tendenza evidente è quella dell’abbattimento dei costi del decoder, quando costerà davvero poco, allora saranno in molti a poter accedere alle piattaforme digitali e allora forse si potrà pensare a delle vere e proprie tv europee, perché allora ci sarà un audience che la giustificherebbe.




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