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241 - 29.11.03


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Ma l’antisemitismo è un’altra cosa

Siegmund Ginzberg


Questo articolo è apparso sul quotidiano L'Unità

Sono diversi secoli che in Europa (e dintorni: dalla Russia all’America), quando le cose si mettono male, non si capisce più dove buttano, cosa sta succedendo, si tende a dar la colpa agli ebrei (o comunque all’altro, al diverso, allo straniero, all’immigrato). Succede nei momenti di maggior confusione, cambiamento e ansietà per il futuro. E comunque quando sono crollati o si sono indeboliti i punti di riferimento, s’è fatta piazza pulita della storia. Quando sulle complessità della politica e della ragione prevalgono le semplificazioni della propaganda e dell’oscurantismo, le favole ancestrali o moderne, la cultura da quiz, telenovela o rissoso ma vacuo talk show televisivo.

In questo senso è inquietante che quasi il 60 per cento dei rispondenti ad un sondaggio promosso dalla Commissione europea dichiarino di ritenere Israele un “pericolo per la pace mondiale” più di quanto ritengono che lo siano la Corea del Nord, l’Iran e gli Stati uniti di George W. Bush. Ma altrettanto inquietanti sono alcune delle reazioni che ha suscitato. Il ministro “russo” di Ariel Sharon, Natan Sharansky non ha dubbi: “dar colpa agli ebrei per i guai del mondo” è “un’ulteriore prova che dietro la critica ‘politica’ di Israele c’è il puro antisemitismo”, l’Europa “farebbe meglio a porre un freno al lavaggio dei cervelli e alla demonizzazione di Israele prima che la situazione si deteriori nuovamente in direzione dei capitoli più oscuri del suo passato”. Non gli fa senso che tra chi ora in Europa lo applaude ci siano anche quelli che hanno l’Olocausto nel Dna politico.

Altri, nello stesso governo israeliano, propendono per una diagnosi più complessa, tendono a dare una lettura più “politica”, collegano gli umori all’asprezza della politica di questo governo israeliano, notano che il 95% degli incidenti di antisemitismo in Europa lo scorso anno avevano coinvolto immigrati islamici (ad avvertire recentemente che le tattiche usate contro i palestinesi rischiano di rivelarsi “contrarie ai nostri interessi strategici”, di fargli “esplodere in faccia” odio e terrorismo anziché combatterli, era stato niente meno che l’attuale capo di Stato maggiore israeliano, il generale Moshe Yaalon). L’ex capo della diplomazia israeliana Alon Liel è andato oltre e ha suggerito che sarebbe più saggio chiedersi perché tanti europei la pensino a quel modo: “Davvero ci odiano, o sono davvero allarmati? La nostra predilezione è tirare in ballo l’antisemitismo, ma probabilmente in questo caso è fuori posto”. Persino un commento sul Jerusalem Post, molto schierato sulla linea dura di Sharon, nota che “definire antisemita chi ritiene che le politiche dell’attuale governo israeliano siano un pericolo per la pace è uno spregevole svilimento del termine antisemitismo”.

L’antisemitismo vero, quello di cui è lastricata la strada per l’inferno di Auschwitz, nasce dall’ignoranza e dalle semplificazioni. Prospera quando saltano le bussole. Nella storia d’Europa è esploso nei momenti di più acuto malessere, quando si annebbiavano le prospettive e mancavano modi per capacitarsi di quel che stava succedendo. C’è chi ha osservato che ritorna in molte forme (di cui indubbiamente una è l’avversione bigotta agli immigrati), proprio nel momento in cui il vecchio continente è in una difficile fase di transizione, dall’era della guerra fredda in cui l’Europa occidentale era tutt’uno con gli Stati uniti, a qualcosa che nessuno sa se potranno essere i futuri “Stati uniti d’Europa”. In America, ebbe la sua più acuta espressione nel vecchio Henry Ford, il protagonista dell’innovazione che avrebbe segnato l’intero secolo: la catena di montaggio. Era convinto che gli ebrei fossero il male della terra, avessero scatenato la prima guerra mondiale, si stessero impadronendo della politica americana, di Wall Street e della Federal Reserve, di Hollywood e persino del football. Lo scrisse e divenne il maestro di Hitler.

In Russia risale a molto prima che Vadimir Putin lo rispolverasse, nelle lotte di potere al Cremlino, per montare sull’avversione popolare agli “oligarchi” (additati come quasi tutti ebrei). Ci si è rimesso persino il vate Aleksandr Solzhenitsyn, fresco autore di Dvesty let vmeste, 1795-1995, in cui vorrebbe spiegare il perché della difficile convivenza tra russi ed ebrei negli ultimi “duecento anni insieme”. Già nel suo interminabile romanzo storico La ruota rossa i cattivi erano immancabilmente gli ebrei. Forse c’è un filo rosso tra le teorie (ricorrenti: c’è un boom dei falsi Protocolli di Sion su internet) del complotto ebraico per cui ebrei erano i capitalisti e i rivoluzionari comunisti, ebrei o condizionati dagli ebrei sarebbero stati Roosevelt e Churchill, oltre a Rockefeller, e l’idea che la politica estera di Bush (come un tempo si diceva della politica dell’impero britannico) sarebbe determinata da una “cabala” di ebrei e da Israele. Queste sono sciocchezze davvero pericolose. E non ha scusanti che, con le bussole rotte, possano attecchire anche “a sinistra”.

Ma altrettanto inescusabile è che si tenda a tacciare di “antisemitismo” qualsiasi critica all’attuale politica israeliana (come di “antiamericanismo” qualsiasi dubbio sull’attuale politica della Casa bianca). Antisemita l’ex presidente della Knesset israeliana Avraham Burg (sette generazioni a Hebron, metà famiglia massacrata dagli arabi, l’altra metà salvata da un arabo) che scrive: “Dopo duemila anni di lotta per la sopravvivenza la realtà di Israele è uno stato coloniale, governato da una cricca corrotta che si fa beffe della legge e della morale civica”? Antisemita Tony Judt, ebreo britannico e professore di storia a New York, che annuncia che “la novità deprimente è che oggi in Israele non stanno bene gli ebrei”, sostiene che “lo stato ebraico è un anacronismo”, e propone, controcorrente, un unico Stato binazionale? Antisemita l’economista ebreo Paul Krugman, quasi linciato perché in una delle sue column sul New York Times si è azzardato a sostenere che le dichiarazioni del premier uscente malese Mahathir Mohamad (“Gli europei hanno ucciso 6 milioni di ebrei su 12. Ma oggi sono gli ebrei a governare per procura il mondo”) sono inaccettabili, ma bisogna cercare di capire perché si sia messo a dire cose del genere e che parte ne abbia la politica di Bush? Si può essere d’accordo con loro o no. Si può contestarne le argomentazioni. Ma non dargli dell’antisemita. E non solo perché sono ebrei. Perché l’antisemitismo, quello vero, è sempre stato legato al semplificare – per fini ignobili - il mondo che diviene più difficile a capire, non a interrogarsi sulle sue complessità.




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