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240 - 15.11.03


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Quell’ansia di dirci europei

Slavoj Zizek con Mauro Buonocore


Trovare una sola parola e descrivere Slavoj Zizec sembra un’impresa impossibile per chiunque.
Eclettico. I suoi studi toccano interessi e ambiti molto diversi, dalla teoria lacaniana alla critica dei mezzi di comunicazione, dall’impegno politico alla ripresa dei temi marxisti del feticismo delle merci applicato alla società delle immagini e delle informazioni.
Esplosivo. Sembra avvolto da un’energia neìascosta e interminabile mentre parla, discute, gesticola animatamente. E potrebbe continuare per ore se non riuscissi, di tanto in tanto, a bloccarlo con qualche domanda.

Professore, ha un ritratto tutto suo dell’Unione europea?

Quando rispondo a domande come questa molti miei amici dicono che sono un paradosso vivente. Vede, io mi considero un eurocentrista, ma allo stesso tempo non sostengo affatto un’idea forte di Europa. Credo fortemente che l’Europa nasca da una eredità culturale che possiamo definire radicale e universale. La cultura che ha avuto come culla questo continente, dall’antica Grecia fino ai giorni più recenti, ha visto nascere idee universali che hanno viaggiato in tutto il mondo affermandosi come diritti inalienabili. Le idee di libertà e di società nate dal pensiero classico sono le pietre miliari delle civiltà che sono seguite, dal cristianesimo fino alla rivoluzione francese. Ecco che cosa penso quando penso all’Europa, a un insieme di tradizioni ciascuna molto aderente alla propria realtà contingente, ma allo stesso tempo nate da una comune ed universale tradizione.

E crede che l’Unione che stiamo costruendo si stia facendo guidare da quest’idea di universalismo?

Le rispondo con una delle mie frasi preferite tra quelle rese famose da Freud: “Che cosa vuole una donna?”. Ponendo il quesito e lasciandolo in sospeso, Freud voleva dire che è impossibile penetrare il mistero dell’animo femminile. Per l’Europa non è molto diverso. Non possiamo dire con esattezza che cosa vorrà l’Europa; io credo che ci sia una serie di progetti fra loro diversi, alcuni sono conservatori, altri si vogliono opporre al dominio culturale americano, alla globalizzazione, alla perdita delle tradizioni europee. Quella che però io auspico è un’Europa che chiamo della democrazia radicale, che sappia guardare alla società come a un corpo di simili, a un tutto. Questa è, credo, l’unica alternativa possibile per non rischiare di essere un clone delle istituzioni che già esistono a livello globale. Se poi invece lei vuole parlare della prospettiva dell’Unione europea come unione economica, è una prospettiva della quale non sono affatto interessato.

Il mese di maggio 2004 sarà ricco di date importanti per la storia dell’Unione. Probabilmente sarà ratificata definitivamente la Costituzione, e certamente si concluderà il processo di allargamento ufficializzando l’entrata di dieci stati. La Slovenia, il suo paese è fra questi. Che cosa porta la Slovenia all’interno dell’Unione che già non ci sia o che altri paesi non possono offrire?

Vuole una risposta precisa? Niente. Credo che la Slovenia non può aggiungere qualcosa. Piuttosto può togliere. Può togliere un po’ di arroganza alle nazioni che in Europa hanno un ruolo troppo preminente, che hanno forti pretese di potere a livello internazionale. Il luogo comune vuole che quando si fanno domande di questo genere, ci si gonfi il petto di orgoglio e di compiacimento e si inizino a tessere le lodi di ciascun paese, dicendo che ha delle magnifiche doti da portare nelle sedi dell’Unione. La convinzione più diffusa è che nei paesi dell’est le democrazie occidentali appaiono stanche, un modello esausto, e quindi la Slovenia e gli altri stati usciti dall’area comunista, per cui la democrazia è una esperienza giovane, ricca di motivazioni che potrebbero dare nuova linfa per rivitalizzare anche le democrazie europee. Ma io non sono del tutto d’accordo con queste posizioni. Mi appaiono esageratamente ottimiste, soprattutto nelle conclusioni.

Ma la Slovenia vuole l’Unione e l’Unione vuole la Slovenia. Come se lo spiega?

Rispondere a questa domanda non è facile. Quando si è fatto il referendum per l’ingresso in Europa il “sì” ha vinto soltanto con un margine ristretto di voti. La maggior parte dei conservatori nazionalisti sloveni si sentiva minacciata dalla prospettiva di aderire all’Unione perché hanno paura dei controlli, delle regolamentazioni e dei parametri che riguardano i diritti umani, le pari opportunità delle donne. Insomma, potrebbero essere costretti ad adottare delle leggi che potrebbero minare la tradizione conservatrice slovena. Esiste poi una piccola fazione di estrema sinistra che vede l’Ue come una parte della Nato e dell’imperialismo americano, è una porzione molto marginale della politica nazionale, però si oppone in maniera molto decisa. Personalmente credo che entrambi abbiano torto, perché l’adesione all’Unione non compromette la tradizione.
Perché la Slovenia vuole entrare in Europa? Forse è una questione di comodo. Voglio dire: man a mano che i paesi entrano nell’Ue si crea una nuova linea di confine trai chi ne fa parte e chi ne rimane fuori con il risultato di essere emarginati tanto sul piano economico che su quello politico. Un aspetto tipico dell’area balcanica è l’ansia che hanno tutti di sentirsi un popolo di confine. Sloveni, croati, tutti vogliono essere riconosciuti come l’ultimo baluardo orientale della civiltà europea. Tutti sembrano presi dall’ossessivo desiderio di dire: qui finisce l’Europa, dopo di noi non c’è nulla.

Allora esiste una spinta convinta e consapevole a sentirsi parte del Vecchio Continente.

Sì esiste, ma nasce da una radice sbagliata. Se entrare in Europa ha un senso, secondo me, sta solo nella possibilità di debellare questa ridicola ansia di opposizione che porta a dire io sono dentro e tu sei fuori.
La Slovenia invece sta vivendo tutta questa faccenda con uno spirito contrario, con l’orgoglio di rappresentare un confine, di disegnare una linea che la porta dentro la civiltà, di essere la barriera di demarcazione della cultura dalla barbarie. Io sono un convinto sostenitore dell’Europa, ma mi rendo conto che stiamo affrontando la cosa con i presupposti completamente sbagliati, con delle ragioni che non ci fanno meritare di dirci europei.


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