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Religiosi e secolari

Marco Marzano

05-07-2010

Argomenti: Arti e culture

 

I libri di Ulrich Beck sono giustamente celebrati anche se presentano spesso un intreccio complesso, pienamente dipanabile solo a patto di conoscere la densa grammatica teorica del sociologo tedesco e della disponibilità a seguirlo nei meandri di ragionamenti spesso tortuosi, pieni di deviazioni, di incisi e di svolte tematiche improvvise.
Non fa eccezione quest’ultimo lavoro sulla religione e «il Dio personale», la cui principale originalità consiste nel mettere in relazione in modo creativo certi indirizzi della sociologia religiosa europea con la riflessione post-secolare habermasiana e quella dello stesso Beck sulla società cosmopolita. 

La tesi centrale del libro è che le tradizionali teorie della secolarizzazione, quelle che prevedevano la scomparsa o la marginalizzazione della religione in un mondo moderno sempre più dominato dalla scienza e dal razionalismo, vadano accantonate una volta per tutte. E questo malgrado Beck non neghi affatto la costante diminuzione nel numero di partecipanti ai riti domenicali e, più in generale, il netto affievolirsi dei sentimenti di appartenenza alle istituzioni ecclesiastiche da parte di tanti cittadini europei. Ma prima di tutto l’Europa non è il mondo, scrive Beck. 

Se si guarda al di là dei suoi confini, si constata facilmente che la religione è tutt’altro che in crisi e che anche le chiese cristiane (e non solo l’islam) sono in ascesa costante e massiccia. Inoltre le religioni, e ancora una volta il soggetto privilegiato è il cristianesimo, sembrano cavarsela relativamente molto meglio dei loro tradizionali competitori, e cioè delle ideologie politiche, di partito o di Stato che esse siano. 
Forse perché esse, molto meglio di quanto sia nei fatti riuscito all’appassito socialismo welfarista, coltivano da sempre al proprio interno una genuina vocazione globalizzante a superare le frontiere culturali e linguistiche, ad acquisire una dimensione pienamente cosmopolitica. Una tendenza irrobustita, secondo Beck, proprio dalla rottura dell’alleanza con lo sconfitto storico della transizione dalla prima alla seconda modernità, e cioè lo Stato nazionale, e dall’esaurimento dell’interesse per la dimensione temporale e normativa, a tutto vantaggio di quella propriamente spirituale (in verità ancora da registrare nel caso della Chiesa cattolica, al contrario sempre più invadente su quel terreno). 

Dunque la secolarizzazione è proprio finita? Siamo davvero di fronte, come sostengono alcuni, al «ritorno del sacro»? Sì e no, risponde Beck. Quella che non può più essere considerata valida, secondo il sociologo tedesco, è, per così dire, la «vecchia» teoria della secolarizzazione, cioè quell’assunto deterministico secondo il quale il bisogno di sacro nella modernità è destinato a estinguersi, a lasciar spazio al disincanto e alla razionalità. 

Ma la secolarizzazione per qualche verso si è invece compiuta, perché il ritorno del sacro si svolge oggi completamente al di fuori dei confini delle chiese tradizionali, nella soggettivizzazione della fede, nel trionfo di una spiritualità sincretica, non più «monogamica», che attinge da diverse fonti, che non teme il meticciato religioso, la scomparsa del Dio unico e l’avvento di un nuovo «politeismo soggettivo» (molto diverso da quello ufficiale o di Stato  ell’antichità). È la religiosità anticipata da personaggi come Gandhi e Martin Luther King, in grado di rimediare a quelli che secondo il filosofo giapponese Nakamura sono i due grandi errori del pensiero occidentale e cioè: la fiducia nel monoteismo e quella nel principio di non contraddizione.
 
È questa la religiosità completamente deistituzionalizzata del «Dio personale», del believing without belonging di cui ha parlato per la Gran Bretagna Grace Davie, della spiritualità-puzzle, adatta all’epoca dell’individualizzazione e della scelta personale nella quale l’unico fondamento di verità che gli individui sono ancora disposti a riconoscere è quello della propria coscienza. Come scrive un’altra straordinaria analista delle trasformazioni della religiosità in Occidente, Danielle Hervieu-Léger (citata da Beck a pagina 161): «Due teenager francesi su tre provenienti da famiglie cattoliche non hanno mai partecipato a una messa o a una messa per bambini. D’altro canto conoscono senza dubbio film come «Piccolo Buddha», «Sette anni in Tibet» o «Il Testimone». Attraverso questi film, finiscono per entrare in contatto con il mondo delle altre religioni o con i temi del movimento New Age e dell’ecologia spirituale. È possibilissimo che essi abbiano conosciuto per la prima volta i vangeli attraverso un popolare musical».  Se dalla religiosità pre-secolare scaturivano esclusione e violenza, univocità e visioni monopolistiche della verità e della fede, dalla religiosità secolare e altamente personalizzata possono derivare la tolleranza, la pace e la comprensione tra gli uomini, sostiene Beck. 

Le chiese, soprattutto quelle cristiane ma non solo, sono oggi precisamente di fronte a questo dilemma: opporsi ai processi di individualizzazione e rinchiudersi nella difesa gelosa della propria identità, del proprio ruolo, delle proprie verità incontestabili, del proprio modello organizzativo gerarchico e autoritario e così promuovere insieme alla loro inevitabile settarizzazione minoritaria anche l’imbarbarimento del mondo e i conflitti di civiltà o piuttosto aprirsi al sincretismo e alla tolleranza, promuovere la fratellanza e il reciproco riconoscimento, accettare la sincerità e l’impegno personale come elementi di legittimazione in luogo dell’autorità, riconoscere nell’individualizzazione un proprio principio fondamentale di libertà: quello che da sempre presiede alla scelta personale del credo. È del resto questa la scelta che hanno già fatto molti cattolici praticanti, che frequentano regolarmente la loro chiesa e però credono nella reincarnazione, o quegli ebrei che ammettono di trovare nella meditazione buddista l’autentico significato del loro rapporto con la Torah. E così via.

Concludendo, uno dei grandi pregi dell’opera di Beck (una felice eccezione nel panorama della sinistra intellettuale!) è di non avere mai lo sguardo rivolto all’indietro, di non accennare mai a un moto nostalgico, a una mossa conservatrice, a un elogio del passato. Ma al contrario di cogliere la bellezza e la ricchezza di opportunità del futuro e del cambiamento sociale. In questo caso, intravedendo – in barba a quei «laici furiosi» ai quali non manca di lanciare qui e là qualche strale acuminato – nella religione passata al filtro della secolarizzazione un motivo di incivilimento e pacificazione e non di inasprimento drammatico dei conflitti politici. 

Confidando, come abbiamo detto, nel trionfo del Dio personale, di un sincretismo che, per così dire, cumuli i valori insiti in ogni patrimonio religioso e diventi deposito di senso per l’azione civica. È uno scenario molto affascinante, soprattutto per il ceto intellettuale laico che può pensare finalmente di attingere con serenità alle grandi tradizioni religiose per alimentare il dibattito pubblico e per costruire la propria identità, orfana di antiche certezze. Dal quale però sono assenti, o sembrano contar troppo poco, i soggetti collettivi: quelli grandi, le chiese e le confessioni religiose, ma anche quelli piccoli, le comunità, le parrocchie, i piccoli gruppi. Che invece una parte grossa continuano a giocarla eccome, non solo nella decisione tra violenza e tolleranza, tra ecumenismo e settarismo, ma soprattutto nel trasformare le parole antiche dalle quali sono nate in slancio profetico per il presente, nell’innervare il loro messaggio fondamentale in vita comunitaria, in slancio di carità e di pace. 

Perché forse, se appresi in un film alla tv, come racconta Hervieu-Léger, o vissuti nell’assoluta solitudine dell’io sovrano, i valori del vangelo perdono una buona parte di quella forza educativa e di incivilimento della vita sociale che Beck giustamente vi scorge.
Dunque, la riforma radicale delle chiese, e mi riferisco ovviamente soprattutto a quella cattolica ma penso anche a molti settori dell’islam, continua a essere un punto ineludibile dell’agenda politica, che nessun Dio personale ci potrà, per ora almeno, consentire di cancellare. 

 


Ulrich Beck,
Il Dio personale
Laterza, 2009, pagg. XXII-258, euro 16
 


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Commenti dei lettori

religiosi e secolari

Nel grande "teatro" della storia, l'uomo(creato libero da Dio Creatore)è protagonista e ago della bilancia tra il Bene ed il Male. Già all'inizio della sua avventura terrena,l'uomo è stato sconfitto dall'astuzia sedutrice e menzoniera del male; perse la sua felice condizione iniziale. Ebbe così inizio una interminabile macelleria che, come è sotto gli occhi di tutti, continua ai giorni nostri. Dio non permetterà al male di distroggere con l'uomo (capolavoro della creazione)anche il pianeta su cui viviamo. Alla fine dello scorso secolo, abbiamo evitato miracolosamente l'olocausto nucleare che oggi si riaffaccia ancora più minaccioso che mai! (non sono certo i mezzi per realizzare il piano diabolico a mancare.) Ma Dio,può essere sconfitto da una sua creatura pur forte che sia? Per vincere il male a mandato Gesù (incarnazione del Verbo) che morì e risorse per la nostra salvezza. Prima di ritornare al Padre, fondò la Chiesa ed istituì i Sacramenti, mezzi che ci danno la forza mncante per vincere il male! La Chiesa: una santa cattolica ed apostolica, fondata da Dio stesso e non da uomini come tutte le altre istituzioni che non ne sono che una brutta copia. Una prova?! certamente! Basta guardare con che odio il male si è accanito contro "questa" Chiesa! Crocifisso il Fondatore,martirizzati gli apostoli,martirizzati per 2000 anni milioni di cristiani.....quale idea religiosa avrebbe resistito a tanto?! Tu sei Pietro, su questa pietra poggerò la mia Chiesa. Le forze per male non prevarranno su di Essa! Lasciamo perdere le mode, le sette, le religioni fai da te.......Gesù Cristo è il Salvatore, l'unica speranza! Senza di Lui siamo solamente foglie al vento!!.. Giuliano (laico,indipendente,amante della verità )


2010-07-15 21:24:38 Scritto da Giuliano

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