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Call-center e baby sitter: il cinema
racconta la vita dei neo laureati

Paola Casella

02-04-2008

Argomenti: Arti e culture

“Il lavoro è l’elemento fondamentale per designare la propria esistenza”. No, non lo dice un sociologo, o un politico in campagna elettorale. Lo dice Paolo Virzì, durante la conferenza stampa di presentazione del suo ultimo film, Tutta la vita davanti, incentrato proprio sul tema del lavoro – precario, malpagato, insomma contemporaneo. Finalmente il cinema si è deciso a parlare di una piaga che ha proporzioni endemiche e una dimensione così vasta che i membri delle generazioni precedenti alla “1000 euro” (e magari fosse di 1000 euro al mese, il guadagno medio di un precario…) non riescono proprio a capirla, a valutarne la forza demolitrice (di progettualità, di sogni, di costruzione della vita) – vedi l’intervista a Giampaolo Pansa, giovane in un’epoca dove “avere un culo grande come una casa” significava vedere premiati in tempi brevi iniziativa e talento, non poter contare su una raccomandazione forte e una casa di proprietà.

Oltre a Tutta la vita davanti, sul tema del lavoro recentemente sono usciti Giorni e nuvole di Silvio Soldini, Apnea di Roberto Dordit, Le pere di Adamo di Guido Chiesa, Parole sante di Ascanio Celestini, In fabbrica di Francesca Comencini, Signorinaeffe di Wilma Labate, Riparo di Marco Simon Puccioni, e ora è sugli schermi (dieci in tutto, perché un film sul precariato, a meno che non lo faccia Virzì, non trova distribuzione in sala) Cover boy di Carmine Amoroso, il più bello e straziante di tutti, mentre a metà aprile uscirà la commedia agrodolce Riprendimi di Anna Negri.

Ma poiché Virzì è Virzì, sarà suo il film sul lavoro precario più visto dagli spettatori italiani (anche se Medusa gli ha assicurato una distribuzione di 350 copie, che impallidisce al confronto con le 600 del debutto di Silvio Muccino e le 900 di Grande, grosso e… Verdone), magari anche da quelli che non sanno cosa sia il precariato, o come mai migliaia (milioni?) di giovani e meno giovani ci siano finiti dentro, come in un girone dantesco.

Tutta la vita davanti
è la storia di una neolaureata in filosofia con il massimo dei voti e il bacio accademico che, dopo aver tentato inutilmente di inserirsi nel mondo dell’università (presidiato da ottuagenari che non mollano la poltrona), e dopo la partenza del fidanzato ricercatore, cervello fuggito all’estero per sottrarsi a un destino di accompagnatore di cani, ripiega sugli unici lavori a lei accessibili: un incarico di baby sitter (“l’unico per cui sia stata scelta” dalla sua “padrona” – una bimba di sei anni) e un posto di telefonista in un call center, rigorosamente a termine.

Nel call center dominano una competitività estrema, una ripetitività alienante e una mancanza totale di etica (l’idea è quella di vendere un marchingegno inutile a casalinghe, per lo più anziane, affabulandole telefonicamente per incastrarle in un appuntamento, e poi mandando da loro un venditore assatanato che non mollerà la presa finché avrà ammollato loro la fregatura). C’è una rigida divisione fra maschi e femmine: i ragazzi, sotto la guida di un reduce dello yuppismo anni ’80 (il sempre adeguatamente untuoso Massimo Ghini), si sottopongono a riti tribali da caserma che comportano deliri superomistici alternati a umiliazioni esemplari (una buona metafora dell’imbarbarimento del mondo del lavoro, e dei milioni di passi indietro compiuti non solo rispetto alle conquiste sindacali, ma anche alla comune umana decenza); le ragazze sono orchestrate da una caposala (la strepitosa Sabrina Ferilli, che nulla ha da invidiare alle grand dame della commedia all’italiana classica) a metà fra la kapò e l’animatrice di villaggio turistico che, inguainata in abiti sadomaso, fa cantare alle sue schiave canzoncine motivanti sul loro essere “speciali”, salvo poi ridurle bruscamente a numeri quando c’è da eliminarne qualcuna per scarso rendimento o insubordinazione. “Il tutto secondo dinamiche da reality, il genere televisivo preferito dalle ragazze, che, insieme alla competizione, comportano spettacolarità ed esibizione pubblica dei propri sentimenti”, dice Francesco Piccolo, co-autore della sceneggiatura di Tutta la vita davanti. “La solidarietà fra colleghe esiste solo nella logica di un gioco per cui mors tua, vita mea”.

Ed è questo uno dei punti cardine della critica sociale di Virzì: “Il lavoro va pensato anche come momento di solidarietà, e invece oggi la malattia più grave è la solitudine creata dall’individualismo spinto. Nessuno dice più che il lavoro, se non è esperienza di relazione, non è progresso e non è civiltà”. Così come non è progresso passare dal lavoro come diritto sancito dalla Costituzione, e fondante del nostro Paese, a quello come vincita alla lotteria (da una delle tante riviste di annunci, in edicola questa settimana: “Stage al Comune di Roma: in palio l’assunzione”) o un premio da reality, non dovuto al merito e al talento, ma ad altre variabili: il pelo sullo stomaco, la “sponsorizzazione” del politico-genitore-amante, la disponibilità infinita a sottostare alle esigenze sempre più gravose del datore di lavoro senza metterle mai in discussione (“disponibilità” un tempo sanzionata socialmente da sindacati e colleghi).

Uno dei principali pregi del film di Virzì è quello di raccontare ripetutamente, sotto varie angolazioni, la componente di rischio per la dignità delle persone che comporta il dilagare del precariato: sono molti i personaggi di Tutta la vita davanti che si vergognano di quello che fanno, o di come lo fanno; molti quelli il cui senso di sé è progressivamente fatto a pezzi da un sistema di umiliazione rituale, fino al punto della svendita del proprio corpo e della propria mente. Un’odissea che non ha neppure “le parole per dirlo”, perché, come ha sottolineato Ascanio Celestini nel brillante Parole sante, la terminologia del lavoro è completamente cambiata, spesso ricorrendo ad inglesismi che annullano l’impatto negativo di certi termini. Dunque nessuno è più licenziato ma “non rinnovato”; il precariato è “flessibilità”; lo sciopero (ormai inesistente) è “break collettivo”, un mese di lavoro non retribuito per imparare a svolgere il proprio incarico è un “briefing”. Nel film di Virzì, la punizione per i venditori che non raggiungono il “target” di “performance” si chiama “payoff” (non, come si dovrebbe, “nonnismo aziendale”). E uno dei più agghiaccianti “selling point” del telemarketing è dire alle nonnine che, ricevendo un venditore a casa, “aiuterete noi giovani”.

Perché è vero che oggi sono forse solo i nonni (a parte Pansa) a intuire il dramma dei ragazzi eternamente sottoccupati: per i genitori, spesso appartenenti a quella generazione che ha lasciato loro in eredità debiti e malcostume, la colpa è dei ragazzi ignavi e “bamboccioni”. Genitori che non riescono ad afferrare un problema sociale “non contingenziale, ma epocale”, come dice Virzì, in cui un’intera società pretende la flessibilità totale del lavoratore precario, senza “flessibilizzare” mutui, polizze assicurative, uffici di collocamento, asili nido, e chi più ne ha più ne metta. E preferiscono pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nei loro figli, piuttosto che nel sistema lavorativo.

Oggi, a differenza dei tempi in cui era giovane Pansa, investire su se stessi non paga. In questo senso Berlusconi, con il suo consiglio alla precaria, ha semplicemente dichiarato che il re è nudo (e che lui non ha intenzione di fare alcunché al proposito). Un adulto cinquantenne (ed evidentemente anche settantenne) non capisce il danno che arreca alla sanità mentale del lavoratore precario il ciclo maniaco-depressivo del “rinnovo contrattuale”, raccontato benissimo da Cover boy: dall’euforia dei primi giorni alla depressione ansiogena degli ultimi, quando ancora non sai se verrai riconfermato (leggi: non licenziato) dopo la consueta pausa non pagata (per evitare cause), in balia di variabili che nulla hanno a che fare con il tuo merito, impegno o rendimento, e tutto a che vedere con la convenienza economica dell’azienda o l’arrivo del raccomandato di turno. Senza vacanze pagate, con il terrore di ammalarsi o, Dio non voglia, rimanere incinta. Un ciclo che, per molti, si rinnova ogni tre, massimo sei mesi.

Non c’è pensione (con i propri contributi volontari si paga quella dei genitori, sapendo che la propria non ci sarà), non c’è liquidazione, né sussidio di disoccupazione. E intanto c’è spesso un affitto sproporzionato da pagare, magari con compensi dimezzati, perché se gli scatti di anzianità sono un ricordo del passato, le continue riduzioni dei compensi, causa fantomatiche “crisi dell’azienda”, sono ormai una regola. Bisognerebbe chiedersi dove va, tutto questo surplus accumulato dai datori di lavoro, visto che certamente non viene reinvestito nelle aziende, e non va a regolarizzare rapporti di lavoro che, nonostante la durata pluriennale, non diventano mai a tempo indeterminato: nel ripianamento dei debiti contratti quando i precari di oggi andavano all’asilo?

La gavetta della generazione dei Pansa portava a un miglioramento progressivo, alla conquista di una professionalità che poi assicurava un guadagno decente e una prospettiva di carriera. La gavetta all’infinito imposta oggi da aziende che non hanno alcun interesse a che i lavoratori acquisiscano professionalità, perché devono rimanere intercambiabili, o avanzino pretese di carriera, perché le poltrone dirigenziali sono tutte occupate dagli inamovibili o vanno tenute libere per gli scambi di favori, è un meccanismo sterile che non consente crescita: i giovani non si sacrificano non perché siano fannulloni, ma perché, obbiettivamente, pare inutile. E questo in ogni settore, non solo nei call center.
Infatti, se una critica si può fare al film di Virzì, è quella di raccontare il call center in dimensione quasi fantascientifica, come una realtà anomala e in qualche modo unica, addirittura tramite l’effetto tecnologico di riprese iperrealiste in un ambiente extracittadino che sembra un non luogo kubrickiano. Così gli spettatori che non appartengono alla generazione 1000 euro potranno ancora illudersi che quella che si racconta sia una realtà estrema, senza capire che oggi sono precari moltissimi giovani (e meno giovani): avvocati, medici, artigiani, giornalisti (questo, Pansa lo riconosce), postini, impiegati ministeriali. E lo sono gomito a gomito con gli stratutelati del passato, che hanno ancora tutto: pensione, copertura sanitaria, maternità, liquidazione, ferie pagate, tredicesime e quattordicesime.

Per i precari, Tutta la vita davanti comporterà la frustrazione di non vedere indicato alcuno spiraglio – e qui si potrebbe discutere della responsabilità morale che un artista dovrebbe o meno avere nei confronti della realtà che racconta, soprattutto quando è così dura e diffusa. Virzì descrive l’unico personaggio idealista di Tutta la vita davanti, l’unico pronto a lottare - il sindacalista interpretato da Valerio Mastandrea – come un perdente in partenza, uno sfigato che “passa la vita a chiedere scusa” e che neppure le centraliniste più arretrate si filano, definendolo “tapiro de coccio” per la sua incapacità di capire che nessuno lo vuole ascoltare, e che prima o poi si prenderà una martellata, come il Grillo parlante (non a caso il libro preferito di Virzì è Pinocchio). Come in tutta la sua filmografia, il regista preferisce raccontare la realtà nella sua ironica amarezza, indicando la via della rassegnazione più che quella del riscatto, concludendo questa “fiaba ironica e pefida” (sono parole sue) con un bel “Que serà serà” che pare quasi una presa per il culo (ce l’hanno ancora, i precari, anche se non più “grande come una casa”) ai “lavoratori atipici” di ogni latitudine, e lasciando loro nella strozza un ”ovosodo che non va né in su, né in giù”.


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