L’impegno civile dell’altro Edmondo
David Bidussa
13-03-2008
Argomenti: Arti e culture
Quando nel 1971 Italo Calvino fa scoprire che è esistito un altro De Amicis, non solo quello di Cuore, ma quello di Amore e ginnastica, molti pensarono che quel testo fosse un’eccezione. Essere all’avanguardia voleva dire allora leggere De Amicis attraverso le pagine graffianti dell’Elogio di Franti di Umberto Eco.
L’immagine pubblica di Edmondo De Amicis, in effetti, a lungo è stata quella del “padre della patria”. Vi ha contribuito una carriera iniziata con i racconti di vita militare, proseguita con le note di viaggio e poi soprattutto culminata con Cuore, il testo che l’ha reso famoso e che è rimasto nella memoria collettiva. Un testo su cui ha pesato spesso l’immagine del maestro – il vero protagonista sociale dell’Italia umbertina. Una figura spesso intravista come il custode e l’operatore pubblico più convinto di una società gerarchica, selettiva, chiusa, comunque punitiva.
Questo articolo è apparso su Il Secolo XIX il 10 marzo 2008
Fu collaboratore della “Critica sociale”, de “La Lotta di Classe”, negli anni in cui il Partito socialista era ancora intravisto come un attore pericoloso.
Così è esistito un De Amicis pubblico che proprio sul terreno della scuola e della funzione educativa e civile della scuola ha lavorato con passione e insistenza e che ha avuto sempre vita dura nella cultura italiana. A cominciare da Romanzo di un maestro, pubblicato nel 1890, ristampato tre o quattro volte fino al 1927, poi scomparso e riemerso nel 1980, un romanzo che di proposito il fascismo censurò e che anche nell’Italia del secondo dopoguerra ha avuto vita grama. Un testo in cui il maestro non è più il laudatore delle patrie vittorie, ma è un uomo in lotta strenua con le famiglie che sottraggono i figli dalla scuola, un combattente solo che lo Stato non protegge e che, soprattutto, lascia solo. Una raffigurazione della miseria umana e della disperazione che nella letteratura italiana ritornerà solo negli anni ‘60 con Il maestro di Vigevano di Mastronardi e che ha un’ eco lontana nel telefilm Diario di un maestro. Un anno a Pietralata che la Rai produce nel 1973 e che resta forse il miglior prodotto televisivo sui malesseri della scuola italiana.
Ma per De Amicis l’impegno civile non significa solo la scuola. Significa l’analisi delle vuote convenzioni sociali che egli mette al centro di La faccia, Complimenti e convenevoli, Tra due mosche, gli ultimi racconti che pubblica su “L’Illustrazione italiana” nel 1907. Oppure la scoperta del mondo degli alienati e della follia che consegna in un racconto (Nel giardino della follia) scritto nel 1902 e che anticipa i temi, lo stile, de Le libere donne di Magliano di Mario Tobino. Una produzione che non è più letteraria in senso proprio, ma è “civile” fatta di bozzetti, di inchieste dove al centro stanno i matti, gli emarginati, i poveri, le figure della disperazione sociale che popolano le periferie di una realtà – Torino – che inizia a configurarsi con la città destinata a rappresentare la trasformazione industriale di un Paese ancora in gran parte contadino. Ma anche racconti sulle nuove forme del tempo libero, sul calcio, a sostegno della battaglia contro l’alcoolismo, o in quella per la pace contro il militarismo. E allo stesso tempo poesie, racconti brevi, conferenze pubbliche in sezioni socialiste che accompagnano la storia del socialismo italiano fin dalla nascita del Psi e che sono stampati nella stampa socialista a diffusione nazionale come in tutti periodici locali, nei numeri unici per il Primo maggio. E che De Amcis raduna in due raccolte La carrozza di tutti e Lotte civili. Due libri che non ci sono in libreria.




























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