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Colloquio a distanza tra voci di donne

Francesco Roat

20-02-2008

Argomenti: Arti e culture

Progetto eccentrico ma audace creare in Italia agli inizi del XX secolo una rivista manoscritta, quando ormai i giornali sono ampiamente diffusi ovunque nel Bel Paese. Eppure questa è l’impresa che le redattrici di Lucciola, sotto la guida della loro prima direttrice Lina Caico, decidono di varare nel lontano 1909 e che porteranno avanti fino al 1926.

IL LIBRO
Leggere le voci – Storia di Lucciola, rivista manoscritta al femminile
, a cura di Paola Azzolini e Daniela Brunelli,
Edizioni Sylvestre Bonnard,
pp. 357, € 48,00

Ogni singola rivista, stesa in bella scrittura per la maggior parte da donne (ma non mancano i collaboratori maschili) che firmano i loro pezzi con uno pseudonimo, è costituita da un fascicolo (forte di circa 300 pagine) confezionato a mano ed arricchito da disegni, fotografie, stampe, schizzi, cartoline e persino ricami. Lucciola comprende soprattutto una corposa sezione letteraria ed una artistica. Ma vi sono altresì vari reportage e pure rubriche, vedi ad esempio Referendum – intesa a promuovere dibattiti su temi di costume, valenza socio-culturale e finanche politica – o quella intitolata Libri consigliati dalle lucciole, dove compaiono non certo solo romanzi rosa.

L’allestimento di questi quaderni, che usciranno con scadenza (quasi) mensile per circa 15 anni, conoscerà una comprensibile interruzione durante il primo conflitto mondiale, ma riprenderà poi con rinnovato vigore, conclusasi la Grande Guerra. Già a partire dal primo numero del 1909 Lucciola esce grazie al contributo di 24 redattrici/lettrici. Perché è questa la caratteristica precipua della rivista: chiamare a raccolta per un colloquio a distanza voci di donne di varia estrazione e provenienza. Un po’ da tutta Italia, quindi, giungono i contributi di queste signore e signorine. Così – ricorda Paola Azzolini, curatrice con Daniela Brunelli di un volume appena pubblicato che raccoglie una vastissima silloge antologica dei testi apparsi sul periodico – “la Lucciola percorre tutto lo stivale, tappa per tappa, spedita come pacco o manoscritto; come l’insetto volante fa soste brevi (36 o 48 ore) e poi riprende a volare”.

Colloquio, si diceva. In quanto è forse questa la cifra peculiare sottesa allo scambio ed al passaggio di scritture fra redattrice e redattrice, tra "sorella e sorella" (non a caso tale appellativo ritorna con insistenza nei manoscritti a denotare la familiarità/prossimità che unisce in un sodalizio virtuale le articoliste). Si pensi solo alla singolare forma grafica che assumono i fogli dedicati alle osservazioni ed alle contro-osservazioni con cui le Lucciole commentano e dibattono questo o quel pezzo, questa o quella tematica. Se infatti il corpo centrale della pagina è occupato dalla riflessione di una singola commentatrice, tutto intorno – ai margini: sopra, sotto, lateralmente – vi è un prolificare/vorticare di ulteriori note e chiose vergate da altre sodali.

La veemenza tranquilla e la densità/intensità di queste osservazioni testimoniano dunque un’autentica urgenza d’esprimersi, una vera e propria fame di scambio comunicativo. A tale proposito, emerge chiara da molti interventi l’atmosfera comune di solitudine o comunque il vissuto di separatezza che accomuna un po’ tutte le protagoniste di questa avventura letteraria. Non va del resto sottovalutato il contesto storico e culturale in cui si collocano queste “voci”. Ci troviamo nei primi anni del Novecento, in un’Italia ancora in larga parte rurale e conservatrice, che assegna alle femmine il ruolo tradizionale di moglie e madre, il cui destino è la vita familiare da trascorrere all’ombra del focolare domestico. Basti ricordare che solo nel 1919 (ferma restando l’interdizione femminile al voto) alla donna italiana viene riconosciuta la capacità giuridica nonché il diritto di gestire beni e guadagni.

Ciononostante Lucciola consente almeno di dibattere intorno a problematiche sociali all’epoca ritenute scottanti, quali ad esempio il divorzio, la proposta di abolizione delle case chiuse o appunto il diritto al voto da parte dell’altra metà del cielo, per usare un’espressione di Mao, la quale forse non sarebbe spiaciuta alla redattrice che si firmava Margheritina di Brianza che nel 1919, riconoscendo lo scarso interesse femminile nei confronti della politica, propone al gentil sesso di dedicare un’ora al giorno all’informazione. Ma non tutte le lucciole si trovano d’accordo rispetto a questi temi; più facile concordare sull’opportunità della filantropia e di ciò che oggi chiameremmo volontariato, che signore e signorine praticano soprattutto durante la guerra nel ruolo di crocerossine; magari dopo essersi divise tra interventiste e non, alla vigilia dell’ingresso dell’Italia nel conflitto.

Ovvio sia impossibile qui dar conto degli innumerevoli argomenti/temi affrontati nell’arco di un quindicennio dalla rivista. Spicca però un’assenza clamorosa ed alquanto indicativa. Tra tante narrazioni, reportage, poesie o interventi polemici – come sottolinea nel suo saggio introduttivo Paola Azzolini – “il grande assente è l’eros”. Una rimozione della sessualità destinata fatalmente a riproporsi tuttavia in altra forma, ritenuta più consona ed accettabile: quella sublimata dell’amore romantico, anzi del sogno di un amore assoluto, utopico ed iperletterario che conferma la distanza incolmabile tra idealizzazione fantasmatica e un quotidiano fatto di legami/doveri matrimoniali all’insegna dell’indissolubilità e della sottomissione alla signoria maschile. Uno iato doloroso, così bene espresso da Cymba nella sua lirica Delusione, del 1909:
(…) Anima, assai, per lunghi dì, attendesti/ che il tuo signor volgesse a te le vele…/ Non venne. E c’era su quest’ampia terra?// O triste ver, che ogni speranza atterra/ e nostra vita di spine la crudele/ siepe ove rose ritrovar credesti…


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