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Dell'importanza di litigare con "i propri"

David Bidussa

07-02-2008

Argomenti: Arti e culture

La Fiera del libro di Torino è stata tradizionalmente un grande e potente megastore del libro accompagnato da una quantità infinita di occasioni in cui ogni pubblico incontra il suo autore. Intendiamoci non necessariamente un libro è un’espressione di cultura sublime. Ma tutto serve in un paese che tradizionalmente ha un rapporto refrattario con la carta stampata e, soprattutto, alla domanda se non pensare di regalare a un conoscente un libro, risponde che “Ce l’ha già”. Come si direbbe di una sciarpa.

La fiera del libro è stata soprattutto per venti anni un potente luogo di passaggio di bambini, di adolescenti in caccia del loro autore di culto da cui farsi autografare la propria copia del libro. Una copia comprata allo stand dell’espositore e soprattutto una copia comprata dopo aver pagato un biglietto d’ingresso alla Fiera. Una copia comunque non comprata in libreria, dove, peraltro, si può entrare senza pagare biglietto d’ingresso.

Bene la Fiera del libro è stata per molti anni tutto questo. Una giostra, ma soprattutto un allegro caos e andirivieni di persone che spesso i libri non li hanno mai incontrati. E’ stata soprattutto un grande palcoscenico dove protagonisti erano i libri.
Perché ne scrivo all’imperfetto? Perché nonostante la decisione di andare avanti, di non sottostare al ricatto, noi andremo a un evento, programmato per i giorni 8-12 maggio, che probabilmente sarà blindato e su cui peserà fortissimo il timore di una attentato. Dove l’inaugurazione sarà affrontata con timore e la cerimonia di chiusura – se non sarà accaduto niente nel frattempo - sarà salutata con gioia, ovvero come la fine di un incubo. Dove protagonisti saranno molti e molte cose: una città sequestrata per motivi di timori di terrorismo, una costante tensione dove il confronto e anche l’aspro dibattito sarà inevitabilmente vissuto come un evento da stadio, dove le urla saranno più forti delle argomentazioni.

Un luogo da cui fuggire velocemente o comunque da cui tenersi lontani. In ogni caso un luogo e un evento dove comunque i libri non saranno protagonisti. Protagonisti saranno altri che hanno fatto di tutto perché un evento si trasformasse in una prova muscolare politica.

E’ una prospettiva catastrofica? Forse E allora consideriamo la fisionomia della discussione e delle opinioni che si sono assommate in questi giorni.
Molte ferite rimarranno sul campo. Rimarranno le parole grosse e gli spropositi di tutti coloro che hanno risposto a Valentino Parlato, insultandolo, considerandolo un “traditore”. Rimarranno le considerazioni fuori luogo di molti intellettuali, tra cui quelle di Gianni Vattimo (pubblicate su “La Stampa” di lunedì 4 marzo).

Questo articolo è tratto da
Il Riformista del 7 febbraio 2008

Rimarrà il problema ancora non risolto nella testa di una parte consistente della sinistra italiana che Israele è un paese che non c’è. Infatti, la proposta che per poter parlare e discutere della realtà culturale di Israele alla Fiera del Libro occorra coinvolgere anche l’Anp solo apparentemente è una misura di par condicio culturale di due mondi che alla fine sono molto intrecciati. Essa si origina dalla convinzione che Israele ha diritto a esistere solo come parte di uno Stato che ancora non c’è e che si chiamerebbe “Stato binazionale di Palestina”. Un disegno politico mai perseguito da nessuna forza politica – se non un gruppo ebraico di minoranza tra anni ’20 e anni ’30 - comunque dissolto settanta anni fa con la rivolta nel 1936-1939, la cui morte è stata sancita dall’Onu con il voto di spartizione del novembre 1947, che nell’elettorato israeliano ha avuto una rappresentanza nel Partito comunista israeliano, una forza pari al 2,5%, e che all’interno dell’Anp non ha avuto, né ha nessun sostenitore.

Ma non portiamo a casa solo un insieme di dati negativi. Qualcosa di positivo portiamo con noi che è bene non dissolvere.
Portiamo a casa di positivo il fatto che improvvisamente i libri sono stati percepiti come quel terreno pubblico della libertà senza i quali siamo un po’ meno liberi. Non solo. Per la prima volta dopo molto tempo in modo trasversale si è prodotto uno schieramento per la libertà che sarà bene non dissolvere. Uno schieramento in cui le parole di David Grossmann su “Repubblica “ di martedì aiutano. Perché non si tratta di trasformare la questione di Israele alla Fiera in una battaglia di civiltà e dunque dire niente spazio agli scrittori e agli intellettuali palestinesi. Si tratta di sapere discutere con cognizione di causa di che cosa significa l’immaginario letterario e culturale di una produzione saggistica e letteraria. E allora è bene ricordare che se una parte di Israele è l’espulsione dei Palestinesi, una parte di Israele è anche l’arrivo degli ebrei espulsi dai paesi arabi dopo il 1948. Di persone che da molte parti vivono sognando una casa da cui sono stati sbattuti fuori, o a cui è stato impedito d tornare e in cui è radicata una parte della propria storia e della propria persona.

Ma soprattutto portiamo a casa un dato su cui è bene riflettere, per noi e su di noi. Non tutto il mondo degli intellettuali arabi ha risposto compattamente al boicottaggio. Certo la stragrande maggioranza ha aderito, ma alcuni hanno dichiarato la loro contrarietà e lo hanno dichiarato apertamente, in solitudine, comunque in una condizione di minoranza. Khaled Fuad Allam e Tahar Ben Jallun hanno sfidato il muro di unanimità richiamato da Tariq Ramadan e dall’Associazione degli scrittori arabi al boicottaggio. Talvolta le minoranze consentono che si mantenga una soglia sottilissima ma imprescindibile di ragionevolezza.

Ma portiamo a casa anche una dimensione di disincanto. L’atteggiamento di Tariq Ramadan e dall’Associazione degli scrittori arabi va stigmatizzato non tanto per ciò che dice, ma soprattutto per la libertà che non difende. Negli stessi giorni in cui Tariq Ramadan chiedeva il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino e di Parigi (che si svolgerà dal 15 al 19 marzo), Milan Kundera veniva censurato alla Fiera del Libro del Cairo e i suoi libri rifiutati. Ma nessuno di coloro che si è presentato come grande difensore della libertà e fustigatore dell’oppressione - primo Tariq Ramadan – ha trovato il tempo, le parole e il modo per uscire dal coro ed esprimere una parola di libertà per il libro. Altre guerre incombevano. Quella per Milan Kundera non era una guerra per la libertà, evidentemente. Comunque obbligava a litigare con i “propri”.

Non sempre stare con il popolo è segno di libertà. Accreditarsi come intellettuali richiede produrre degli strappi con i “propri”, spiegare, litigare e anche difendere dei principi se si crede e si predica il confronto; se si chiede come diritto affermativo non solo il dovere di ascoltare, ma il diritto di essere ascoltati. Altrimenti si è funzionari o megafoni del luogo comune o del “pensare pigro”. Ma quella è un’altra storia. Si può egualmente scrivere libri, atteggiarsi a innovatori, ma è un “bluff”.

Anche questo portiamo a casa di positivo. La convinzione che scrivere libri ed essere intellettuali sono due cose che non sempre coincidono. In un’epoca di falsi entusiasmi e di molti feticismi il disincanto è un antidoto prezioso.


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