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Obama, Twitter, e il futuro della democrazia

Stefano Diana

27-02-2009

Argomenti: La Società delle reti

Non credo che nella storia dell’uomo un evento sia stato universalmente atteso quanto The Moment. Con tale antonomasia si era battezzato l’istante del giuramento di colui che rompeva ogni tradizione e quasi danzando saliva al ponte di comando degli Stati Uniti da Uomo del Destino in versione ecocompatibile, ultralight. Quel giorno, come tanti in tutto il mondo, mi sono commosso più volte. Ci si sono messi anche Aretha Franklin e John Williams, come se non fossero bastati i volti. Mi sono riscoperto felice di invidiare gli Stati Uniti per la forza della partecipazione e per la stupefacente capacità di rinascere. Sono passati giorni e ogni volta che vedo President Obama nella sala ovale firmare con la mano sinistra qualche epocale trattato non sono tuttora certo che non sia un film con Will Smith. Per fortuna si assomigliano poco. E per fortuna stavolta la verità è di gran lunga migliore. Per ora quello vero la sostiene di ora in ora, rivendicando su ogni fronte quella misura che si temeva ormai fatalmente perduta.

La pacifica orda polarizzata da Washington e da quella splendida cerimonia covava da tempo un’effervescenza di passioni, di idee e di speranze. C’era bisogno di mezzi per raccogliere e rendere lettera viva tutta questa ricchezza: c’era bisogno di più mezzi. Tali mezzi esistono. E tali mezzi sono stati dati al popolo. Un motivo in più per invidiare l’America al suo giro di boa è il novissimo dialogo che il governo entrante fin dal principio ha instaurato con i cittadini attraverso le tecnologie più avanzate, coltivando questo dialogo come sua cifra stilistica, come essenza del suo modus operandi. Il medesimo motivo lascia sperare noialtri: ci lascia sperare che la democrazia scaduta possa tornare ad aver sapore, rinascendo dalle ceneri di un concetto sacro profanato, ridotto a maschera per coprire ignoranza e abusi di un ideale di potere arcaico, di politici arretrati che ostentano indifferenza alla berlina.

Com’è noto, lo staff di Obama ha iniziato sin dalla campagna presidenziale a mettere all’opera i media interattivi come si deve. Al sito web della Transizione change.gov – dominio-slogan, una volta tanto privo di retorica – era affidato il compito di rendere note le proposte politiche di Obama, stimolare la discussione in merito, raccogliere proposte, fornire alla gente comune una struttura operativa per organizzare in grande libertà gruppi di supporto e di raccolta fondi, e accompagnare l’interregno. Tutto intorno ad esso, come pietra nello stagno, si è levata un’onda di rinnovamento profondo. Espandendosi, questa cresta circolare ha incontrato l’istanza reciproca proveniente dal basso, dai Mr. e Mrs. Smith: e hanno sommato le altezze, creando un vortice virtuoso.
È questione di mentalità, prima che di prassi. Una mentalità che si sintetizza in un termine: apertura, uno dei pilastri del web 2.0 e parola chiave del futuro. È utile vedere come apertura, in politica come altrove, faccia rima con libertà e fiducia in questa breve storia che Jalali Hartman racconta nel suo opuscolo Obamanomics. «Pochi mesi prima delle elezioni ci fu chiesto di produrre un video musicale pro-Obama per una nota rock band che rappresentiamo. I membri della band volevano fare “tutto il possibile” per sostenere la sua campagna. Contattammo l’ufficio di Obama per avere i permessi. Non solo ci diedero immagini e foto: ci fornirono pure tutti i discorsi e le apparizioni pubbliche che avesse mai fatto, e ci diedero il permesso di farne quello che volevamo. Questo aneddoto è un buon esempio della generale politica di Obama di provvedere informazioni e accesso ai propri sostenitori, dando loro completa fiducia nel farne quello che ritengono più giusto.» L’apertura è il punto di arrivo di un pensiero politico ristrutturato dalle fondamenta.

È noto che la vittoria di Obama deve molto a una lungimirante e assidua strategia internet. McCain non ha trascurato la rete, niente affatto; l’ha solo male interpretata. Nel confronto tra le maniere dei due si svela la più efficace pubblicità comparativa tra due modi di intendere i media e il potere; ne consegue la migliore lezione per i posteri. Come mai McCain avendo speso molto più di Obama su internet ha tuttavia ottenuto soprattutto lì un successo di gran lunga inferiore? A causa di un equivoco ormai datato eppure ancora tentatore e traditore. Il vecchio reduce di ferro ha considerato il web come un altro medium su cui fare pubblicità a pagamento alle proprie idee; il giovane sveglio e abbronzato ha usato invece la rete in sé come idea, sfruttando la sua natura aperta e partecipativa, autenticamente democratica, in cui il passaparola disegna le architetture con un travolgente potere revulsivo, e con ciò ha ampliato la propria visione incontrando quella della base. Le ragioni dell’intrinseco carattere democratico della rete risalgono alla matrice appassionatamente progressista e non commerciale del progetto originario dell’internet, ancora ben immedesimato nella pratica della produzione open source, uno spirito puro che per fortuna ha resistito finora a dispetto dei tentativi periodici di imporvi questa o quella struttura di controllo. Argomento su cui molto ci sarebbe da raccontare e da apprendere; buon soggetto per una prossima puntata. Qui possiamo stupirci per i milioni di amici di Obama su Facebook, divertirci a fargli le congratulazioni e a scartabellare tra le centinaia di migliaia di video piazzati per lui su YouTube. Ma non è questo il punto. Fermandoci a questi spogli numeri resteremmo nel dominio del marketing tradizionale; con questo sguardo da spettatori, che ancora presuppone e replica l’inveterata passività del pubblico televisivo, saremmo ancora al potere di stampo gerarchico. Invece siamo ai loro antipodi.

Per capire quanto sia radicale la condotta di Obama e Biden basta ad esempio dare un’occhiata al progetto del Citizen Briefing Book. Allestito su change.gov, il CBB è rimasto per mesi a disposizione dei cittadini come agorà in cui essi potevano lasciare istruzioni e suggerimenti al futuro governo su qualsiasi tema di loro interesse. Intorno alle proposte si sviluppavano discussioni per negoziare e setacciare le migliori. Il CBB ha raccolto «70.000 partecipazioni, mezzo milione di voti, e decine di migliaia di idee meravigliose» come riassume Mr. Strautmanis, responsabile delle relazioni pubbliche per la Transizione, nel video di ringraziamento che suggella l’esperienza ormai conclusa e dopo l’insediamento passa la ricca mano a whitehouse.gov. Il CBB avrebbe potuto essere una campagna di marketing dell’esecutivo, come si usa altrove: una narcisistica e vuota operazione di facciata, priva di un back-office, ovverosia di ascolto, cioè di cura. Ma chi è un minimo pratico dell’ambiente sa che la comunicazione e l’associazione sul web sono condannate alla trasparenza totale: la finzione viene smascherata in un batter d’occhio, l’inconsistenza si ritorce in breve contro l’arrogante e ne fa zimbello, affinché lui possa maledire il giorno che gli venne in mente di provarci. Sul web tutte le parole dette o scritte restano perennemente esposte sulla pubblica piazza; sono facili da ritrovare, e impossibili da cancellare. Non si possono di dimenticare, perché sono archiviate da altri (v. la Wayback Machine  di archive.org o la semplice cache di Google) e sempre a portata di mano, a differenza di quanto accade con gli altri media che si insabbiano con facilità grazie all’inerzia della materia. Beppe Grillo lo rammenta sempre, su internet le bugie hanno le gambe molto corte. Lo staff tecnico di Obama lo sa talmente bene che ha fatto della trasparenza la bandiera stessa del cambiamento: il governo si è messo a completa disposizione della gente per attività di controllo dal basso, al punto di lanciare programmi sperimentali che rappresentano salti fantascientifici nella cultura di potere. Ad esempio l’open source government che annuncia Andrew McLaughlin in questo video  a suo modo pazzesco: tutti i dati dell’amministrazione federale diventano dominio pubblico su web e chiunque potrà scaricarli, incrociarli liberamente, farne mash-up indipendenti (ad esempio proiettandoli su mappe, v. avanti) allo scopo di «conoscere meglio il mondo in cui viviamo», supponendo giustamente che questo comporti sempre e solo vantaggi per la vita sociale. Ovvero l’idea di fornire la capacità di calcolo come materia prima, come bene comune al pari dell’acqua o dell’energia, erogandola da impianti di cloud computing a disposizione del pubblico e delle imprese.

Il CBB è stato un immenso e concreto esercizio di upgrade della democrazia. Le raccomandazioni raccolte non sono oggi in un hard disk abbandonato in qualche oscuro deposito di un fornitore della Casa Bianca, bensì sul tavolo del Presidente. Fanno parte della sua agenda, e a questo punto ci sono milioni di persone attente a vigilare che non sia data loro una indegna sepoltura. Va notato che nessuno staff ristretto, per quanto illuminate le menti di cui fosse composto, avrebbe saputo indovinare le esigenze dei cittadini con tanta perspicacia quanto essi stessi: per questo la partecipazione è importante, non solo per poter affermare che essa esiste e dunque il metodo di governo che la prevede è astrattamente funzionante, non solo per convincersi contro l’evidenza che quel metodo è ancora valido. Con il suo impiego competente della tecnologia sul campo l’America sta procedendo con grande efficacia a modificare il profilo di questo metodo e a battere una possibile via d’uscita alla sua crisi. Diversi punti di non ritorno sono già stati superati, e chi è abituato ad usare il potere per nascondere e intorbidare sarà sempre più solo e senza scuse. Gli rimarrà un unico alleato, il solito: l’ignoranza.

Nella prossima puntata daremo uno sguardo alle iniziative popolari che rispondono alla nuova onda dell’open government USA.


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