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Un paese in trasformazione

Eric Salerno con Luca Sebastiani

02-01-2008

Argomenti: Pensare l'Europa

La Libia è diventato un paese diverso. Rinunciando al radicalismo che lo aveva contraddistinto nel secolo scorso, Gheddafi ha aperto una fase nuova per il suo paese, facendolo rientrare nella comunità internazionale e imponendolo all’interno una politica riformista. Ne abbiamo parlato con Eric Salerno, giornalista e esperto del mondo libico cui ha già dedicato un libro (Il genocidio in Libia, Manifestolibri) e un altro ne sta preparando.

Che paese è oggi la Libia?

È un paese in trasformazione molto rapida. Il problema vero è che Gheddafi, senz’altro un autoritario, ha concesso molto potere a un livello di burocrazia interna che ora ha molto potere nel paese e che in gran parte è contraria alle riforme. È convinta di perdere il potere e i privilegi di cui gode. Questo genera un movimento di trasformazione più lento del voluto e a volte contraddittorio. Ma il cambiamento in corso è probabilmente anche il frutto di un cambiamento generazionale. I figli di Gheddafi e i loro amici che hanno studiato all’estero probabilmente hanno convinto i loro genitori che bisogna cambiare, che è il momento di trovare una strada diversa. Oggi, del resto, a Tripoli i cambiamenti sono ben visibili. I negozi sono fioriti dappertutto, si vende e si compra di tutto. Impensabile solo fino a qualche tempo fa.

Quando inizia questo periodo riformista?

Direi cinque anni fa, quando Gheddafi ha cominciato a liberalizzare il mercato e il piccolo commercio. I libici sono sempre stati un popolo di mercanti e favorire la casta dei negozianti ha avuto un buon successo. Ora i negozi vendono di tutto: elettrodomestici, computer, etc.

Da quello che dice sembra che le riforme inizino intorno all’11 settembre, quando la Libia comincia a reintegrare la Comunità internazionale…

La Libia fu tra i primi paesi a segnalare la pericolosità di Al Qaida. Alcuni dei capi dell’organizzazione terroristica erano libici e Gheddafi li aveva denunciati facendo emettere dei mandati di cattura internazionale. La Libia, inoltre, dopo l’11 settembre ha potuto presentarsi all’Occidente come un modello nella lotta al terrore. Nel paese il terrorismo islamico non ha avuto la possibilità di crescere perché Gheddafi ha saputo contrastare le spinte degli Ulema che venivano da Bengasi e dalla Cirenaica, zone che sono sempre state un po’ in conflitto con la Tripolitania.

Insomma, ha approfittato della contingenza per dare una svolta alla politica estera della Libia?

Sì, ed è stato apprezzato da tutti, soprattutto dagli europei. Romano Prodi, come presidente della Commissione europea, è stato uno dei primi a gestirne il rientro nella comunità internazionale. Oggi però, purtroppo, i rapporti sono più contrastanti perché tra l’Italia e la Libia c’è un vecchio contenzioso in sospeso. Così gli altri paesi, la Francia, la Gran Bretagna, ma anche gli Stati Uniti, stanno marciando avanti nelle relazioni con Tripoli e noi stiamo un po’ indietro.

Quali sono gli ostacoli sulla via della riappacificazione tra l’Italia e la Libia?

Sono anni che la Libia chiede come risarcimento dell’epoca coloniale la costruzione di un’autostrada che va dalla Tunisia all’Egitto seguendo la via Balbia, la vecchia via romana. Ci sono negoziati in corso, anche in questi giorni, e qualcuno sostiene che forse entro l’anno ci sarà un accordo. Certo bisogna andarci cauti, perché più di una volta sembrava essere prossimi all’accordo e poi c’è stato un passo indietro di qualcuno che chiedeva troppo.

La Libia è servita ai paesi Occidentali anche per la gestione dei flussi migratori, oltre che per la lotta al terrorismo. Gheddafi cosa chiede in cambio per questi “servizi”?

Apertura e disponibilità al rientro del paese nella comunità internazionale. Lui sta facendo il lavoro sporco che noi gli abbiamo chiesto di fare. I campi di concentramento che sono stati allestiti in Libia e che sono abbastanza orribili secondo le notizie che possiamo avere, sono stati creati su spinta italiana e, più in generale, europea. In cambio sta ottenendo il riconoscimento di un ruolo rilevante nella ragione, con una funzione di controllo della zona Nordafricana. Gli americani hanno addirittura chiesto alla Libia il permesso di mettere un centro di comando militare sul suolo libico, anche se la Libia, come tutti gli altri paesi africani, ha già detto no.

Ora che la Libia ha ottenuto il riconoscimento che cercava e anche un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu, quale sarà il contributo di Gheddafi sui dossier caldi del momento, sull’Iran, sulla Palestina?

Credo che cercherà di rimanere alla larga da queste cose. Sulla questione mediorientale tutto sommato non mette più bocca, non finanzia la parte palestinese, non manda armi. Per quanto riguarda l’Iran aspetta di vedere cosa sta succedendo, anche se sembra più schierato con la posizione di buon senso degli europei. L’opposto del radicalismo che l’aveva caratterizzato nelle prime decadi al potere.

Cosa ci sarà dopo Gheddafi?

Dipende da quando inizierà il dopo Gheddafi. Se succede domani mattina è un grosso punto interrogativo. Forse un controllo da parte dei militari per garantire la stabilità o forse un passaggio nelle mani di uno dei figli di Gheddafi, quello che si dà più da fare in politica. Ma se invece questo processo di transizione intrapreso da Gheddafi va avanti per qualche anno ancora, non mi sorprenderebbe una formula più democratica in senso occidentale, che potrebbe consentire un passaggio di altro tipo. Io credo che ci stia lentamente lavorando. Lui non crede nella nostra democrazia. Cerca formule diverse, ma tutto deve avvenire con lentezza perché deve garantirsi il sostegno di chi lo ha sostenuto fino ad ora e allo stesso tempo favorire le nuove generazioni. Questo richiede tempo. Se non scompare dalla scena all’improvviso, con la trasformazione della società (scuola, economia, libertà di stampa) avrà il tempo di favorire un cambiamento più democratico con la stabilità del regime. Un po’ una democrazia alla tunisina.


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