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Così Putin ha costruito la sua vittoria

Andrea Neri

02-01-2008

Argomenti: Pensare l'Europa

Da tempo si parla del rischio di una “deriva” autoritaria in Russia. Da tempo si insiste sui lati “oscuri” della personalità del Presidente Vladimir Putin. Ora, dopo l’ampia vittoria del suo partito alle legislative del 2 dicembre, Stati Uniti ed Europa - con poche eccezioni - fanno la fila per bacchettare “lo Zar senza corona”. Per stigmatizzare le presunte irregolarità e brogli. Per denunciare le plateali restrizioni delle libertà democratiche. Come vogliamo definire le reazioni dei nostri governi, quelli occidentali, quelli “maturi” delle democrazie “compiute”? Di stupore, indignazione, preoccupazione? In qualunque di questi casi sarebbe bene ricordareche nessuno poteva dire di non sapere. Che Russia Unita (il partito di Putin, guidato dal Presidente della Duma Boris Gryzlov) avrebbe stravinto queste elezioni non solo era prevedibile. Ma infondo di questa vittoria conosciamo anche le ragioni. Perché sono scritte nella storia del Paese.

La più evidente è la mancanza di alternative credibili. Vladimir Putin, prototipo all'ennesima potenza dell'uomo sovietico solido, che salva la pelle in qualunque situazione, ha saputo costruire sapientemente e minuziosamente questo successo. Che ci piaccia o meno. Ovvio: uno dei motivi principali per cui mancano delle vere alternative non è certo una sana competizione politica. La ragione sta invece nel fatto che coloro i quali, dopo lo scioglimento dell'Urss, nei tumultuosi anni di trasformazione del Paese, avevano accumulato potere (e soldi) a sufficienza per dire la loro, sono stati metodicamente ridotti al silenzio. Boris Berezovski, Roman Abramovitch, Mikhaïl Khodorkovski. Tre oligarchi che mostravano segni leggibili di potersi opporre al potere di quello che fu il delfino di Eltsin. Uno è in esilio. L'altro ha trovato il giusto compromesso chiamandosi fuori dai giochi della politica ed anzi flirtando con essa. Il terzo giace nelle patrie galere siberiane.

Restano un manipolo di attivisti dei diritti umani e sostenitori di una democrazia sul modello occidentale. Il primo e più noto al pubblico europeo è certamente l'ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov. Un personaggio "scafato", capace di attirare l'attenzione dei media europei e statunitensi perché - con sacrosanto diritto - insiste sulla crescente mancanza di libertà nel Paese. Con abilità mobilita i pochi operatori dei media locali pronti a rischiare qualche manganellata e i cameraman di Reuters o Associated Press per andare in mondo visione ogni volta che viene fermato dalle forze dell'ordine. L'ultimo episodio risale ai giorni immediatamente precedenti lo scrutinio, quando si è visto comminare una condanna a 5 giorni di carcere per aver partecipato a una marcia anti-Putin non autorizzata.

Kasparov tra l'altro non era nemmeno candidato alla legislative, bloccato nelle maglie del complesso sistema studiato dal Cremlino per non dare vita facile all'opposizione. Il leader di Altra Russia ha da poco mostrato un video che testimonierebbe i brogli avvenuti in uno dei seggi moscoviti, il numero 730. La denuncia ha avuto vita breve. La tv di stato russa ha prontamente fornito le contro-prove che spiegano come tutto fosse regolare. Una "mazzetta" da una decina di schede elettorali inserite tutte insieme nell'urna automatica sotto gli occhi vigili di un agente in divisa. Qualche dubbio sulla trasparenza? No. Non sarebbero state altro che schede di elettori impossibilitati a muoversi dalle proprie case e fatte confluire per il conteggio finale. A compiere l'operazione è stata tra l'altro una scrutatrice che dice di aver votato per il partito d'opposizione Altra Russia. Prontamente intervistata per spiegare il malinteso. Chiusa la polemica.

E' solo un esempio. Ma rende l'idea dell'impossibilità di creare le basi per una seria e credibile forza di opposizione. E il problema va ben al di là delle singole personalità. Perché anche là dove si creasse un movimento capace di trovare canali di ascolto, quello che pare ancora mancare è il terreno fertile. Insomma un elettorato che sia effettivamente desideroso di qualcosa di altro rispetto alla sicurezza fornita dal "sistema Putin". Perché il problema in fine dei conti sta nell'elevato consenso che il Presidente ancora raccoglie. Putin, nato a Leningrado il 7 ottobre, classe 1952, è maestro di judo, vanta 15 anni di carriera nella "Prima Direzione Generale" del Kgb, i servizi sovietici. Entra nell'amministrazione presidenziale nel 1997, poco prima di divenire vice Premier, ed è poi nominato alla testa dei nuovi servizi d'intelligence, l'Fsb. E' uno che sa parlare ai russi. Riempie i propri discorsi di proverbi e detti popolari. Intercala i suoi interventi con rassicuranti "come si usa dire da noi". Sa ricorrere con equilibrio alla parola volgare, e dunque popolare, al momento giusto. Pochi giorni prima del voto era a San Pietroburgo in visita a un'industria che costruisce i prefabbricati destinati a ospitare i dipendenti dell'esercito e le loro famiglie. Si è rimboccato le maniche, si è seduto a tavola con la famiglia di un soldato. Ha pranzato. Poi ha lanciato un monito chiaro agli Usa: ci accusano di prepararci ad elezioni non democratiche, ma si sbagliano. E' questa sicurezza, questo polso che piace al suo elettorato che - brogli o meno - gli ha dato fiducia con il 64% dei suffragi. E’ la sua capacità di far rivivere alla popolazione il mito mai sopito della super potenza.

Un altro esempio: nella città simbolo dell'estremo oriente russo, Vladivostok, è addirittura sorto un movimento politico femminile che propone di non cambiare la linea del Paese e candidare alla presidenza (il voto è previsto per marzo 2008) la signora Putin, Ludmila. E poi ci sono i ragazzi di Nashi, il movimento dei giovani putiniani fondato nel 2005 che nelle ultime settimane prima del voto sono regolarmente scesi in piazza per inneggiare al Cremlino, sventolando orsi (il simbolo nazionale) di peluche e riaffermando che la marce di protesta contro Vladimir erano un fatto minoritario, marginale.

Insomma, da un lato non si può più prendere come giustificazione che il Paese è uscito ieri da 70 anni di sistema dittatoriale. E' ormai scontato ricordare che nel 1861, quando nasceva l'Italia unita, nella Russia degli Zar veniva abolita la servitù della gleba. E tuttavia è vero che, senza nulla giustificare, le ragioni per cui un uomo con il profilo di Vladimir Putin governa non solo con la forza ma anche con il consenso non sono impossibili da capire. Quando poi si colloca il quadro nazionale russo nel contesto internazionale, le basi sulle quali al nuovo Zar è concesso di avere mano libera appaiono ancora più evidenti. E tutti sanno che quelle ragioni si chiamano gas e petrolio.


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