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Oltre la destra e la sinistra: Barack Obama

Martina Toti

22-11-2007

Argomenti: Pensare l'Europa

Il Kansas, al centro degli Stati Uniti, è il cuore della provincia americana wasp (white anglo-saxon protestant), è lo stato rurale granaio d’America, uno di quelli che appartengono alla cosiddetta bible belt – la cintura della Bibbia. Tra i suoi governatori ci sono stati moltissimi repubblicani, una manciata di populisti, un po’ di democratici e, solo dieci anni fa, se si chiedeva agli studenti di una scuola superiore locale quali fossero le qualità di un buon presidente statunitense, era assai probabile che tra le prime “doti” indicassero cristianità, colore bianco e mascolinità. Oggi il governatore del Kansas è una donna democratica con un taglio di capelli alla Hillary Clinton e, in quella stessa scuola, i due ragazzi più “popolari” sono – come in ogni telefilm che si rispetti – un giocatore di football e una cheerleader di colore.

Dal Kansas viene, almeno in parte, Barack Obama, la vera novità delle prossime primarie democratiche: lì vivono i suoi nonni materni, lì è nata sua madre. Ma Obama è un parto atipico per lo stato del Kansas perché ha qualcosa anche del Kenya, il paese di suo padre, musulmano, perché, per qualche anno, ha vissuto in Indonesia con il patrigno – musulmano anche lui – e perché, successivamente, si è trasferito nelle isole Hawaii dove è cresciuto. È per questa ragione - spiegano Guido Moltedo e Marilisa Palumbo nel loro libro biografico Barack Obama. La rockstar della politica americana (UTET 2007, pp. 143, 11€) -, che Obama è il simbolo della nuova America multicolore.

Il senatore dell’Illinois non è un nuovo leader afro-americano: nei suoi programmi e discorsi non c’è eco delle rivendicazioni del movimento dei diritti civili. Per i due giornalisti del quotidiano Europa, Obama è il primo candidato “africano e americano”, bianco e nero, “post-ideologico” che “diversamente dai neri americani, non si porta dentro, se non parzialmente e indirettamente, il grumo di storia dolorosa che risale allo schiavismo”, tanto che quel senso di colpa che attanaglia parte della sinistra bianca americana davanti ai predicatori o ai leader neri, con Barack Obama scompare del tutto perché Obama trascende ogni stereotipo razziale. Secondo l’autore di una delle recensioni che il New York Times ha dedicato al suo ultimo libro, Obama è “un’uomo globale per l’età della globalizzazione.”

Alcuni rivali – complice il nome troppo simile a quello di Osama e il secondo nome, Hussein, identico a quello del dittatore Saddam - hanno insinuato il dubbio che in lui ci fosse qualcosa di poco americano. In compenso, in molti ambienti - università comprese - è scoppiata quella che Moltedo e Palumbo definiscono “Obama-mania”, perché Obama – come una rockstar di tutto rispetto – è bello, colto, intelligente e, soprattutto, è adorato dai mass media. Quello che affascina del personaggio – si affannano a ripetere al New York Times come a Men’s Vogue – è la sua autenticità, come a dire: Obama non mente.

Con la sua faccia pulita e, a differenza degli altri politici, il senatore nero candidato alle primarie parla di politica raccontando di sé e della sua vita: famiglia, disparità di razza, abuso di droga, povertà, rapporto con la religione; per ciascuno di questi problemi politici, Obama sa parlare dritto al cuore della gente. Questa dote speciale, però, può trasformarsi in un fastidioso rovescio: “essere tutto per tutti” – come scrive l’editorialista liberal Frank Rich, una tabula rasa in cui ognuno legge quello che vuole. È per questa ragione che, per alcuni tra i democratici più liberal, il timore è che Obama si trasformi nella classica “foglia di fico” che copre le vergogne di un partito democratico che sembrerebbe incapace di un rinnovamento profondo, una pozione magica e salvifica che renderebbe invisibile la mancanza di idee nuove nel partito. Se è vero – come riconoscono Guido Moltedo e Marilisa Palumbo – che esiste per lui il rischio di cadere nel “cerchiobottismo”, è vero anche che Obama rappresenta l’opportunità di andare “oltre la destra e la sinistra”, di fare una nuova politica che sia soprattutto impegno civico con un’agenda che superi le vecchie contrapposizioni e risponda alle aspirazioni e alle necessità delle giovani generazioni americane cresciute vedendo Mtv, navigando nella rete e comunicando con il resto del mondo.

A chi abbia voglia di scoprire più a fondo il “fenomeno” Barack Obama, non resta che leggere il libro dei due giornalisti di Europa che è un’ottima guida, scritta in maniera chiara e scorrevole, ma soprattutto leggibile come può esserlo un romanzo.


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