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“L'America guarda a Oriente”

Mario Del Pero con Mauro Buonocore

22-11-2007

Argomenti: Pensare l'Europa

“Rassegnamoci: le potenze emergenti hanno già messo da parte l'Ue sulla scena internazionale. Il nuovo presidente Usa guarderà ancora su questa sponda dell'Atlantico, ma l'attenzione si è molto spostata verso est”.
Nelle parole di Mario Del Pero, storico esperto di relazioni transatlantiche, c'è molto disincanto e se qualcuno ha in mente che dopo il fallimento iracheno la futura amministrazione americana lascerà più spazio al multilateralismo, farà bene ad aspettare il giorno che seguirà le elezioni perché, dice Del Pero, c'è molta differenza tra democratici e repubblicani.

Nella campagna elettorale delle primarie americane c'è poca Europa e, se c'è, le parole degli aspiranti presidenti sono rivolte per lo più ai singoli governi europei. L'Ue non è ancora considerata come un interlocutore a cui rivolgersi in politica internazionale?

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E' vero, non si parla molto di Europa nelle primarie americane, ma esiste una differenza rilevante tra le posizioni, e ancor di più tra i diversi tipi di retorica, dei repubblicani e dei democratici. I secondi, sia pure in modo abbastanza stereotipato, enfatizzano la necessità di ripristinare meccanismi di gestione consensuale e multilaterale delle crisi, attribuiscono quindi una forte importanza alla necessità di collaborare con l’Europa. Ciò che fa impressione nei repubblicani, in particolare in Giuliani e McCain, è il rilancio di slogan, topoi e parole d’ordine che si pensava morte e sepolte dopo il fiasco iracheno. Un discorso, questo, ad alto contenuto ideologico, nazionalista ed eccezionalista, nel quale non mi sembra esservi spazio per alcun riconoscimento di un ruolo all’Europa. L'unico modo in cui i repubblicani guardano al Vecchio Continente è l'enfasi sui rapporti bilaterali con i governi europei più vicini agli Usa, ma sempre in una logica asimmetrica e assai paternalistica.

Eppure, guardando all'Iraq, molti osservatori e alcuni candidati alla presidenza Usa sostengono che la via del soft power avrebbe portato risultati migliori dell'interventismo militare tanto promosso dall'amministrazione Bush. Come dire: era meglio seguire le proposte europee.

Ahimé, non tutti sono d’accordo sul fatto che l'intervento militare in Iraq fosse sbagliato e che una strategia di soft power avrebbe portato migliori risultati. La critica a quanto fatto da Bush è rivolta soprattutto alle modalità con le quali è stato condotto l’intervento militare, non alla sua necessità. Di riflesso, nessuno nel fronte conservatore riconosce che sull’Iraq l’Europa, o quella parte d’Europa che si è schierata contro le azioni militari, avesse ragione. Né si afferma la bontà di meccanismi di soft power che anzi si considerano sostanzialmente inutili per combattere il terrorismo. Sull’Iran, invece, le opzioni sono aperte. È però significativo che i due front-runners democratici e repubblicani, Clinton e Giuliani, sono anche coloro che nelle rispettive parti politiche hanno assunto le posizioni più rigide rispetto al problema iraniano.

Nella sua ultima visita al parlamento europeo Sarkozy ha puntato molto l'accento sulla necessità che l'Ue sappia parlare con una voce sola in politica estera. Dalle dichiarazioni, però, nessuno sembra fare un passo in avanti verso i fatti, e le parole rimangono da sole nelle sedi della politica.

E' una contraddizione, ma Sarkozy stesso lo è: mescola slogan nazionalisti e protezionisti con elogi al modello statunitense; europeismo (declinato sempre in modo funzionale agli interessi francesi) e sogni di costruire una relazione bilaterale speciale con gli Usa. Insomma, a volerci pure scherzare sopra: Sarkozy si presenta come un grande fan degli Usa e non sa parlare una mezza parola d’inglese... Più seriamente credo che molte posizioni della politica estera del presidente francese siano funzionali a due obiettivi paralleli. Da una parte vuole accrescere il suo consenso personale nel paese, dall'altra vuole perseguire, con modalità nuove, l'antico sogno di vedere una Francia sempre più protagonista sulla scena internazionale. Nelle relazioni transatlantiche, questa strategia si traduce nello sfruttare le difficoltà e l’isolamento degli Usa e offrire quella sponda che Washington va cercando da tempo.

Leggendo bene le dichiarazioni dei candidati alla presidenza americana sembra però che gli Usa cerchino una sponda da qualche altra parte. In particolare sembra che l'asse delle relazioni internazionali si vada spostando sempre più verso est. Russia, India e Cina hanno una presenza importante tra le parole delle primarie. Esiste il rischio che l'Ue conti sempre meno sulla scena mondiale, a vantaggio delle potenze emergenti?

Questo in realtà è già avvenuto, rassegnamoci. L’Europa non è più il cuore geopolitico delle relazioni internazionali. Lo è stata, in modi diversi, per tutto il XX secolo e oggi non lo è più. A loro volta, gli scambi commerciali e i flussi di capitali si muovono ormai su molteplici direttrici e quella transatlantica è solo una tra le tante. Credo che un'Europa che voglia mantenere un ruolo da protagonista debba riconoscere questa situazione e abbandonare certe velleitarie rivendicazioni universalistiche che ritroviamo quotidianamente, ad esempio, nella stucchevole retorica che vuole l'Europa come un modello e la promuove come potenza civile.

Su quali temi di politica internazionale l'Unione europea può far valere il proprio peso e la propria voce nelle relazioni transatlantiche?

La leva commerciale è quella che l’Unione può spendere con maggiore profitto. Ma qui si apre un problema che, usando una partizione molto rozza e schematica, contrappone non tanto (e non solo) l’Europa agli Stati Uniti, quanto il mondo più ricco e sviluppato, potenze in ascesa come appunto India e Cina comprese, e i paesi in via di sviluppo. Da una parte infatti si mantengono politiche fortemente discriminanti (si pensi ai sussidi per l’agricoltura e al Farm bill votato dal senato statunitense) e al contempo si accettano meccanismi di liberalizzazione non vincolati al rispetto di standard minimi, in materia d’ambiente e diritti dei lavoratori, come nel caso della Cina. Abbiamo sotto gli occhi una contraddizione forte e stridente.


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