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“Smart power per rafforzare l'alleanza atlantica”

Joseph Nye con Daniele Castellani Perelli

22-11-2007

Argomenti: Pensare l'Europa

L’Europa dovrebbe solo rallegrasi della sua assenza dalla campagna per le presidenziali americane, perché è il segno che è un tema per nulla controverso, che non genera problemi: l’Europa rimane e rimarrà il maggiore alleato degli Usa. Lo dice Joseph S. Nye, professore di relazioni internazionali all’Università di Harvard e già membro delle amministrazioni Carter e Clinton. Nye, che ha inventato il concetto di soft power (la capacità di influire nel mondo attraverso la diplomazia e la cultura, in contrapposizione all’hard power militare), sostiene che oggi Europa e Usa hanno bisogno più che altro di smart power, ovvero una giusta sintesi di soft e hard power. E sui candidati alla Casa Bianca aggiunge:
“Hillary Clinton è la più europeista”.

I principali candidati alla Casa Bianca hanno recentemente presentato la loro politica estera sulla rivista Foreign Affairs. Né i democratici né i repubblicani, però, sono andati al di là di una rituale citazione dell’Europa. E’ il segno che l’Ue conta sempre meno tra le priorità dei politici statunitensi?

Tutt’altro, credo che il fatto che i candidati americani non parlino dell’Europa sia una buona notizia. Significa che non è un tema controverso, come invece è il Medio Oriente o più in particolare l’Iran. Tutti i candidati alle primarie americane credono nella Nato e nell’alleanza con l’Europa. Il rapporto tra Ue e Usa è migliore oggi di quanto lo fosse cinque anni fa.

Qual è il candidato più europeista?

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Se guardiamo allo schieramento democratico, credo che Hillary Clinton sia il candidato con una maggiore conoscenza dell’Europa, anche grazie all’esperienza accumulata dal team di suo marito Bill, la cui amministrazione era molto interessata all’Europa. Ma anche Barack Obama ha diversi consiglieri con una visione positiva dell’Europa. Per quanto riguarda i repubblicani, invece, credo che sia soprattutto McCain ad essere interessato al legame transatlantico: meno appassionati dell’Europa mi sembrano Giuliani e Romney.

Gli articoli di Foreign Affairs cui sopra abbiamo fatto riferimento parlano molto, invece, di Cina e India. C’è la sensazione, da parte della classe dirigente americana, che questo secolo sarà molto più asiatico che europeo?

Non credo che l’una escluda l’altra. E’ vero che la demografia e il boom economico lanciano le potenze asiatiche al centro della scena mondiale, ma questo non significa che l’Europa perderà la sua importanza. L’Europa rimarrà il nostro principale partner, perché condivide con noi gli stessi valori e la pensa come noi su gran parte delle questioni dell’agenda internazionale. L’Asia è la potenza emergente, ma l’Europa rimarrà il nostro primo alleato.

In quale campo si percepisce di più la debolezza dell’Europa? Militare, economico o istituzionale?

L’Europa investe poco nelle sue capacità militari, e questo limita la sua utilità per gli alleati. Un’altra debolezza è insita nella demografia, perché l’invecchiamento della popolazione potrebbe rappresentare un problema per la sua economia. Dall’altra parte però c’è tutta la forza dell’Europa: è un’area di grande democrazia e stabilità, ed è riuscita a creare straordinari esempi di istituzioni e cooperazioni continentali.

Anche con un democratico alla Casa Bianca, l’Iran potrebbe rivelarsi un tema di divisione tra Europa e America?

E’ possibile. Europa e Stati Uniti condividono l’interesse che l’Iran non sviluppi armi nucleari, anche perché ciò rappresenterebbe una fonte di instabilità per le risorse di petrolio e dunque per l’economia occidentale. I democratici sono più aperti dei repubblicani nei confronti del dialogo che l’Europa ha aperto con l’Iran, e spero che non vogliano ricorrere all’arma della guerra. Tuttavia molto dipende da quello che farà l’Iran.

Sull’Iraq l’Europa aveva ragione, l’America aveva torto. La guerra ha aumentato l’instabilità del Medio Oriente invece di diminuirla. Gli americani riconoscono ora all’Europa di averci visto giusto?

La maggior parte degli americani lo riconosce, ma il punto ora non è stabilire chi avesse ragione, ma cosa fare.

Un seggio unico per l’Ue all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu darebbe maggiore visibilità e unità alla politica estera europea?

Se Francia e Gran Bretagna accettassero di unire i propri due seggi all’interno del Consiglio di sicurezza e di assegnarli all’Ue, questo darebbe grande autorevolezza alla politica europea, e sarebbe il simbolo di una vera unità. Tuttavia non credo che sarà possibile.

Sullo scenario globale l’Europa conta meno dell’America. Significa che il soft power (la capacità di influire nel mondo attraverso la diplomazia e la cultura) conta meno dell’hard power (la capacità di influire attraverso la minaccia militare), di cui l’America fa spesso grande sfoggio?

Sia l’hard power sia il soft power sono importanti. Io chiamo smart power l’abilità di unirli, ed è di smart power che oggi abbiamo bisogno. Gli americani hanno bisogno di più soft power, e gli europei di prestare più attenzione all’hard power.

Smart power” è un’espressione usata anche dal candidato democratico John Edwards.

E’ un espressione che spero comincino a usare un po’ tutti i candidati, perché è ciò di cui l’America ha bisogno.


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