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In fuga verso la Tunisia

Anna Cataldi

23-03-2011

Argomenti: Pensare l'Europa

“Please madame tell me where I am…” in piedi di fronte a me l’uomo ha l’aria esausta. Gli occhi arrossati, la pelle nera lucida di sudore, un taglio rosso vivo sul labbro bruciato dal sole. Non ha bagagli, solo una piccola sacca che pende dalla spalla. Chissà quanto ha camminato per arrivare lì, a quello che lui non sa essere il campo di transito di Choucha, e dove nella confusione che vi regna nessuno ha tempo di occuparsi di lui.

Allestito in tutta fretta per fronteggiare l’emergenza dei profughi che, dal 20 febbraio in poi, si  sono messi in cammino per fuggire dai disordini libici, il campo situato otto chilometri dalla frontiera di Ras Jadir, posto di confine fra Libia e Tunisia, nelle ultime settimane ha dovuto fronteggiare  l’arrivo di 150.000 disperati. Fra loro pochi cittadini libici, ma quasi tutti lavoratori stranieri provenienti da paesi più o meno lontani: Egitto, Marocco, Bangladesh, Cina, Mali, Gahana, Nigeria. Inoltre dall’Africa Sub Sahariana, Somalia, Eritrea e Sudan. Ed anche dalla stessa Tunisia.

Nel corso degli anni la Libia, poco più di 6 milioni di abitanti, aveva assorbito circa un milione ed ottocentomila stranieri, tutti  arruolati nelle imprese locali. Alcuni rifugiati con diritto d’asilo, altri con regolari contratti di lavoro, altri ancora illegali. Che ne sarà ora di tutte queste persone senza più un lavoro, senza possibilità economiche, mal visti dalla popolazione locale- specialmente se di pelle nera -  ed intrappolati in un conflitto che non li riguarda?
 
Quelli che riescono, se  provenienti dalla Cirenaica, si dirigono verso la frontiera con l’Egitto, verso la Tunisia invece se arrivano dalla Tripolitania. Ed è il caso dell’uomo che in stato di shock mi interrogava su dove fosse. Per lui, come per altri ci sono buone speranze che - dopo i controlli fatti al campo -  possa essere rimpatriato in Nigeria, paese da cui proviene. 

Contrariamente alla percezione diffusa in questi ultimi giorni, per esempio in Italia, questi profughi della Libia non hanno alcuna intenzione di venire ad invadere l’ Europa. Bensì tutti anelano di ricongiungersi con le famiglie nei paesi di origine. Quelle stesse famiglie che sostenevano a distanza con l’introito, per altro assai modesto, del loro lavoro nel paese di Gheddafi.
 
Ogni giorno dall’aeroporto di Djerba, tre ore di pullman da Choucha, un carico umano attende di essere imbarcato sugli aerei che li riporteranno in patria. I più efficienti, i primi a mettersi in moto sono stati i cinesi. In pochi giorni tutti rimpatriati. A poco a poco anche gli altri, persino quelli del Bangaladesh che per due settimane hanno temuto non ci fossero i mezzi economici per trasportarli sono riusciti a partire. Migliaia di partenze  ogni giorno. Così come migliaia sono i nuovi arrivi a Choucha.

A chi il compito di gestire questa gigantesca operazione umanitaria di smistamento? Il lavoro nel campo è frenetico: UNHCR, IOM, la Mezzaluna Rossa Tunisina hanno le responsabilità principali. Accogliere, registrare, identificare, nutrire, curare ed alloggiare nella sterminata sfilata di tende quest’umanità stremata. 

Il vento soffia forte sollevando la sabbia che si infila in bocca,
negli occhi, dentro le tende dove si rifugiano al limite della capienza. Malgrado le partenze 17.000 persone sono ancora alloggiate nel campo. Quasi tutti in attesa del rimpatrio, ma ci sono altri per cui questo non sarà  possibile. Sono Somali, Eritrei e Sudanesi che non possono essere rimandati nei loro paesi in guerra. “ Il campo è provvisorio- affermano gli operatori umanitari- entro due settimane dovremmo aver finito”. Ma difficilmente questa prospettiva si avvererà. E non solo per il problema , apparentemente insolubile, dei Sub Sahariani che armati di cartelli organizzano dimostrazioni di protesta, ma anche perché l’accavallarsi impetuoso degli avvenimenti rende ogni previsione azzardata.

In solo poche ore, dalle 5,45 PM – ora di New York – del 17 marzo, con la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la fisionomia della battaglia in Libia è drammaticamente cambiata. Quanti profughi il conflitto, ormai non più solo interno ma internazionale, con questi bombardamenti, questi nuovi feroci combattimenti, ora genererà? Quanti disperati cercheranno riparo nei paesi confinanti? La Tunisia con uno sforzo generosamente encomiabile si è fatta carico dei fuggiaschi. Sin dai primi giorni, tutti, dalle forze dell’ordine, ai rappresentanti del governo, fino ai privati cittadini che da ogni parte del paese - anche dalle oasi le più povere -  si sono messi in cammino per portare aiuto ai profughi, non può da sola continuare a sopportare il peso dell’emergenza.

E’ urgente che la comunità internazionale si organizzi per affrontare il problema. Il caldo sta per arrivare a Choucha, e con esso i problemi sanitari, gli scorpioni che escono dal letargo invernale, e l’esasperazione di quelli che bloccati lì vedono i giorni passare senza che nulla accada.


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