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La questione del burqa in Europa

Sara Silvestri

18-06-2010

Argomenti: Pensare l'Europa

Il dibattito sul burqa è un eclatante esempio della continua disputata rilevanza della religione nel XXI secolo, nonostante la secolarizzazione del nostro continente. Il diffondersi del burqa in Europa rimanda anche a una riflessione sulla validità e l’applicazione dei principi liberali che sono alla base del sistema di diritti umani concordato dalla comunità internazionale circa mezzo secolo fa. 

La problematicità e talvolta la contraddittorietà di questi principi vengono alla luce in un contesto di crescente pluralismo religioso e culturale, quando identità collettive si scontrano con libertà individuali, quando il bene comune richiede un fragile equilibrio tra libertà di opinione, di espressione, di orientamento sessuale e di credo religioso simultaneamente al mantenimento della sicurezza pub- blica. 

“Importato” in Europa principalmente da gruppi di ispirazione wahabita/salafita (movimenti puritani tradizionalisti), quello che viene genericamente definito burqa (tecnicamente un abito che ricopre tutta la persona, incluso il volto, ma il termine è stato utilizzato come sinonimo del niqab, il velo che nasconde il viso) è un prodotto della contaminazione delle pratiche e del sapere nel “mercato religioso” globale. 

In Europa a essere attratte da questa forma di religiosità non obbligatoria e rigidamente prescrittiva sono le giovani generazioni, incluse ragazze con un medio-alto livello di istruzione e molte convertite. Ricerche dimostrano che spesso la scelta del burqa/niqab deriva da una cosciente decisione personale, non è una pratica imposta dalla famiglia (anche se i media si concentrano proprio su tali rari casi). 

La situazione per le musulmane in Europa è diversa rispetto a Iran, Afghanistan o Arabia Saudita. Il burqa che vediamo in Europa è spesso frutto di una libera scelta intrisa di orgoglio per la propria identità religiosa e indipendenza, di sfida nei confronti della società laica come delle comunità di origine. Dall’esterno, chi ha scelto il niqab è spesso criticata per aver abbracciato un islam limitante, severo ma allo stesso tempo “semplice” perché “preconfezionato”, fondato su precetti che impediscono la comunicazione con gli altri e lo sviluppo di un pensiero critico e flessibile. Anche se chi abbraccia queste pratiche non vorrebbe mai essere asso- ciata al femminismo (e viceversa), la dinamica che si osserva tra le giovani musulmane d’Europa ha qualcosa dello spirito femminista, nel senso di proclamazione della propria autonomia tramite un gesto provocatorio che sfida le convenzioni.

Ciò non toglie che anche in Europa ci siano musulmane obbligate a portare il burqa, ma coloro che lo indossano sono veramente poche e moltissimi musulmani – uomini e donne – sono assolutamente contrari a questa pratica. Ce lo riferiscono le ricerche, le comunità musulmane stesse, e lo notiamo anche da una qualsiasi passeggiata nelle nostre città. Ma pare che il fenomeno cresca tra i giovani, ed è opportuno abbozzare spiegazioni.

I musulmani d’Europa che oggi hanno tra i 20 e i 30 anni hanno vissuto la maggior parte della loro vita – perlomeno adulta – nel periodo del post-11 settembre e della war on terror. In questo contesto si sono ritrovati schiacciati tra la violenza della retorica e delle azioni dei terroristi sedicenti musulmani e la pressione della lotta al terrorismo. Di continuo devono definire e giustificare la propria identità, posizionarsi in tutto in relazione alla propria religione di fronte al mondo intero, a partire dal proprio quartiere, dalla propria città. Inoltre ciò avviene in una sfera pubblica europea che si relaziona alla religione in modo schizofrenico, talvolta assumendo posizioni laiche radicali pseudo- fondamentaliste, talvolta proponendo un relativismo soft, o ancora riesumando l’identità cristiana con toni da guerra religiosa. Tale contesto produce disorientamento per i giovani musulmani che sono cresciuti in famiglie solitamente più attaccate alla propria religione che non l’europeo medio. 

Il disorientamento è poi moltiplicato perché le comunità etno-culturali e i leader religiosi di riferimento spesso non sono in grado di offrire una risposta adeguata alle domande e ai bisogni delle nuove generazioni. Gli eventi del decennio appena trascorso interrogano l’islam e giovani musulmani si sentono in dovere di fornire delle risposte, per se stessi e per il pubblico che li osserva. Il burqa è parte di questo autodefinirsi in una situazione di crisi e simultaneamente diventa anche una moda.

A parte i dibattiti sulla discriminazione femminile, la paura del burqa è anche legata a importanti questioni di sicurezza. Muriel Degauque, la prima donna kamikaze europea in Iraq nel 2005 era una belga convertita che indossava il burqa. Yassin Omar, dopo il suo fallito attentato a Londra nel luglio 2005, era fuggito a Birmingham indossando un burqa. Quindi le preoccupazioni legate alla sicurezza non sono infondate. La sfida sta nel come presentare e affrontare tali preoccupazioni, nella capacità di sapere vedere il quadro d’insieme, con tutte le sue dinamiche e ripercussioni, non solo sulle donne che portano il burqa, ma sull’intera popolazione, musulmana e non, dei paesi europei.

Legiferare in maniera sproporzionata può rivelarsi dannoso per tutti, dalle minoranze che si sentono attaccate, allo stato che diventa ingerente e così rischia di perdere la fiducia dei suoi cittadini. Anche se la maggior parte dei musulmani europei non è favorevole al burqa, essi risentono del fatto che lo stato interferisca nelle consuetudini religiose nonostante il diritto alla libertà religiosa e l’esistenza di simili pratiche in altre fedi. Inoltre il discorso del bandire il burqa per «proteggere la libertà e l’uguaglianza delle donne contro la loro sottomissione nell’Islam e l’imposizione del velo» viene spesso interpretato all’inverso, come un paternalismo dello stato che impone ai musulmani la propria interpretazione della religione e che, dietro al velo, non vede degli individui pensanti e capaci di scegliere, ma un proprio preconcetto di “donna oppressa”.

Paradossalmente una legge contro il burqa potrebbe ulteriormente infervorare i cuori delle musulmane e produrre una moltiplicazione, come risposta agguerrita, di questa pratica. Inoltre i toni del dibattito hanno reso il burqa la lente attraverso la quale s’interpreta tutto l’islam europeo, a discapito di altre dimensioni e problemi riguardanti la vita dei musulmani e di tutti gli abitanti dell’Europa. Il paradosso della situazione è sintetizzato dalla lamentela ricorrente tra musulmani: «oggi, se sei un musulmano integrato, se rispetti le leggi, se non porti il burqa o la barba lunga e se non sei parte di gruppi sospetti non conti niente, la tua voce non viene ascoltata».

Questione di semplice regolamentazione normativa, dunque, o più profonda, di valori che stanno alla base delle norme giuridiche? Moda, ribellione giovanile o problema sicurezza? La polemica sul burqa rimanda a tutte queste dimensioni simultaneamente e certamente è sintomo di uno scontro di percezioni riguardo il ruolo della religione e della laicità nel XXI secolo. È importante e salutare per le nostre democrazie che ci sia un dibattito composto su questi temi, dove le numerose parti in questione – non solo chi porta il burqa e chi lo oppone – possano dar voce alle loro preoccupazioni e ragioni. Leggi affrettate e unilaterali possono aspettare.


Questo articolo è stato pubblicato il 13 maggio 2010
su
www.ispionline.it
 


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