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"La mia opposizione a burqa e niqab"

Intervista a Sofia Ventura di Alessandro Lanni e Chiara Privitera

15-06-2010

Argomenti: Pensare l'Europa

«Il burqa e il niqab sono prigioni ambulanti. E nessuna donna può essere felice di vivere reclusa». La diagnosi di Sofia Ventura, politologa bolognese e stretta collaboratrice della fondazione FareFuturo, è netta e precisa. E la terapia che suggerisce allo Stato italiano per curare una “malattia” che si potrebbe diffondere nel nostro paese con la sua inevitabile trasformazione multiculturale è drastica: «in casa propria si può fare come si vuole, ma una volta uscite, le donne devono mostrare il loro volto». L’intellettuale di punta del nuovo corso liberale di Gianfranco Fini ne fa una questione in primo luogo di rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e della donna prima che di apertura ai nuovi costumi culturali e alle diverse fedi religiose.


Dopo il caso della multa a Novara alla donna musulmana, si pone di nuovo nel nostro paese la questione sull’atteggiamento che lo Stato deve tenere di fronte al velo integrale. Uno Stato laico come si deve comportare in questi casi?


Il burqa, e in generale ogni velo integrale, prima ancora di essere un problema di laicità è  un problema di rispetto per la donna. Possiamo noi nelle nostre società accettare, per alcuni cittadini, che il rispetto della persona non vi sia? Che la donna sia sottomessa all’uomo, cosa che non accetteremo mai per una donna occidentale? Le diversità possono essere elementi di ricchezza, ma non si può andare oltre quei limiti che definiscono il nostro stare insieme. E quindi il burqa, in questo senso, è esemplificativo del problema essendo espressione di sottomissione della donna all’uomo ed essendo una forma di negazione dell’identità stessa. Esistono dei limiti che non possono essere travalicati perché altrimenti si mette in crisi la nostra stessa convivenza civile che si basa per esempio sulla difesa dei diritti umani e civili, sull’uguaglianza tra uomo e donna, ecc. 


In Belgio si è approvata una legge, in Francia la politica se ne sta facendo carico. Da noi ci si affida alle ordinanze dei singoli sindaci con un effetto macchia di leopardo che ha dell’incredibile. A Novara si può multare qualcuno perché indossa il velo, a Vercelli magari no. Perché la politica nazionale non riesce a porre la questione in maniera seria?



Questo purtroppo è un modo di affrontare le grandi questioni in Italia e di pensare alle politiche pubbliche sempre in maniera estemporanea, reattiva, legata alla convenienza politica del momento, agli umori dell’opinione pubblica. Anche in paesi come il Belgio e la Francia la questione ha sollevato polemiche. Anche se poi a Bruxelles il parlamento ha votato quasi all’unanimità la nuova normativa.


Come giudica le scelte di Sarkozy?


In Francia è un po’ più complicato perché in realtà la legge ancora non c’è ancora, anzi proprio in questi giorni si discuterà il progetto in consiglio dei ministri, la questione è stata affrontata in commissione parlamentare e il dibattito esiste già da tempo con posizioni diverse. Anche se l’idea del burqa e del niqab è comunque vista come qualcosa che offende la dignità della donna e che si pone contro i diritti umani. Tra l’altro anche nel mondo musulmano francese, sebbene questa sia una legge che non piace e che viene vissuta come qualcosa che stigmatizza, è comunque diffusa l’idea che l’uso del niqab e del burqa offende la donna e che non sia un simbolo religioso, non essendo prescritto dal Corano. Sarkozy e quasi tutto il centro destra, anche se non tutto, è abbastanza compatto su questo. La questione è se si debba ricorrere a una legge per vietare il burqa, su quesyto i socialisti francesi sono abbastanza scettici.


L’Italia a quale modello dovrebbe ispirarsi?

Sono una francofila e guardo con grande interesse al modello francese anche se è molto bistrattato. Adesso, per esempio, sul sistema dell’immigrazione in generale si parla in maniera negativa sia del modello multiculturalista britannico, sia del modello cosiddetto “assimilazionista” francese. Il multiculturalismo britannico ha fallito: sono state costituite delle enclave dove nascono addirittura dei terroristi. Quel modello fallisce perché costruisce delle comunità che sono mutualmente escludenti. Il modello francese ha fatto qualcosa di meglio: se si gira per Parigi e per Londra le differenze saranno evidenti. Non ci sono a Parigi donne con il burqa, o almeno poche, anche se certamente la segregazione è forte anche lì dove si vede, ad esempio prendendo una metropolitana, come la divisione sia spesso netta. In Francia si sta lavorando per l’integrazione. Hanno creato il consiglio francese del culto musulmano, che è stato uno sforzo per istituzionalizzare la presenza islamica moderata.


C’è da dire che in Francia la posizione laica e illuminista è molto forte, a differenza di quel che capita nel nostro paese. Da noi abbiamo il Concordato.
 


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