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Quando il vittimismo
reinventa il passato

David Bidussa

14-07-2007

Argomenti: Pensare l'Europa

Questo articolo è tratto dal quotidiano Il Secolo XIX
del 23 giugno 2007

Nello scontro che si è aperto a Bruxelles durante l’ultimo Consiglio Europeo sono tornati a contare i particolarismi, in quest’occasione quelli polacchi. Il tema è la legge elettorale o il sistema di conteggio, dove i tedeschi vogliono – e su questo fanno pressione – introdurre un sistema maggioritario (e dunque abolendo l’obbligo dell’unanimità che finora ha di fatto impedito all’Europa di essere un attore politico sul piano internazionale) e che i polacchi chiedono basato sulla radice quadrata della popolazione dei singoli Stati, anziché sul dato di percentuale delle popolazioni.
Un voto che se accolto secondo la proposta tedesca, implcherebbe, a giudizio dei polacchi, il trasferimento dei poteri reali nelle mani di pochi Stati e non in quelle dell’Unione Europea. Varsavia propone perciò un sistema nel quale la forza di voto si basi sulla radice quadrata della popolazione di un Paese. Secondo Kaczynski, con il sistema della doppia maggioranza, ''il potere del voto polacco sarebbe di 1 e quello tedesco di 1,8''.

Sulla base dell’attuale forza numerica la situazione si riequilibrerebbe perché alla Polonia andrebbero 6 voti, alla Germania 8. Un rapporto decisamente più favorevole.
Ma la proposta non si ferma qui, perché il governo polacco sostiene che la popolazione polacca secondo il suo dato di crescita naturale oggi ammonterebbe a 66 milioni di individui – rispetto ai 38 milioni e mezzo attuali – se non ci fosse stata l’esperienza della seconda guerra mondiale e dunque gli stermini perpetrati sul territorio polacco. Ragion per cui oggi la Polonia avanza la richiesta di risarcimenti per danni. E li chiede alla Germania.
Al di là del fatto della cassa, la questione demografica dice qualcosa di più e potenzialmente è destinata a inclinare fortemente lo spirito – peraltro già scarso – di Europa.

La richiesta – o voto o morte – avanzata dai due fratatelli Kazcynski (uno fa il presidente e l’altro il primo ministro) non è tuttavia solo quella di rappresentare e dare voce a un nazionalismo ad uso interno. Questa è un’ipotesi che con forza i due fratelli hanno già ampiamente battuto con la richiesta a tutti i polacchi di certificare la loro non acquiescenza al regine precedente. Una campagna che contemporaneamente voleva isolare non gli ultimi nostalgici del comunismo, ma quegli esponenti di area liberale che si oppongono alla svolta ultranazionalista che in Polonia ha ormai preso il sopravvento da circa due anni.

Dietro alle fantasie demografiche stanno le difficoltà di un paese che oggi, a differenza di alcuni fa, ha un tasso di disoccupazione di nuovo in crescita, una popolazione in arrivo sul mercato del lavoro che non si sa quale futuro concreto si trovi davanti, il rancore per un’Europa che non si è fatta carico delle difficoltà.

Ma non solo. E’ anche l’invenzione della storia ciò che sta alla base di questa protesta. Tra quei polacchi che i fratelli Kaczynski non mettono nel conto ci stanno le popolazioni tedesche della Polonia espulse e mandate via nel 1945, ci stanno gli ebrei espulsi dopo la guerra e ancora mandati via negli anni ’60.
In breve ci stanno decisioni che in alcuni casi ricadono sui governi comunisti del dopoguerra, ma anche sui governi unitari del primo periodo postbellico.
E che dunque in forme diverse coinvolgono ciò che la Polonia ha deciso per sé e che obbligano oggi ad abbandonare una condizione di vittimismo radicale o di presunta costante passività della propria vicenda nazionale.


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