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Gli estremismi che stritolano il dibattito

Enrico Zoffoli

06-10-2009

Argomenti: Pensare l'Europa

Uno dei temi dominanti della filosofia politica degli ultimi quindici anni è il concetto rawlsiano della «ragione pubblica». Secondo Rawls, noi ragioniamo pubblicamente quando cerchiamo di giustificare le nostre proposte politiche riferendoci a ragioni che i nostri interlocutori potrebbero ragionevolmente accettare in condizioni di pluralismo etico e religioso. In questa forma elementare, la dottrina rawlsiana della ragione pubblica sembra essere l’immediata applicazione di quel principio di eguale rispetto che sta alla base del liberalismo moderno. Ragionare pubblicamente significa rispettare i nostri concittadini, trattarli come esseri ragionevoli che non sono tenuti né ad accettare le nostre convinzioni filosofiche o religiose né a rinunciare alle proprie.
Tuttavia, nonostante questa veste di apparente semplicità, l’ideale della ragione pubblica sembra rivelarsi sorprendentemente indigesto nel dibattito politico italiano. Il problema nasce dal fatto che i maggiori esponenti del mondo cattolico non accettano di abbandonare la posizione privilegiata di guida morale di cui hanno a lungo goduto, rifiutando così di prendere sul serio quei requisiti di imparzialità e neutralità che stanno alla base della ragione pubblica rawlsiana. Nel suo Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori 2008), il filosofo-senatore Marcello Pera mostra quanto sia difficile per certi cattolici italiani accettare l’onere di ragionare pubblicamente. Certo, Pera non nega il liberalismo e il principio di eguale rispetto che ne costituisce la linfa morale. E tuttavia ritiene che certi argomenti religiosi siano pubblicamente vincolanti perché il liberalismo stesso affonda le proprie radici nella tradizione cristiana.
Eppure il fatto della tradizione cristiana non può divenire la base pubblica del liberalismo, perché ciò sarebbe legittimo solo nel caso in cui tutti i cittadini vedessero in quella presenza storica una sorgente normativa. Ma in questo caso non esisterebbe pluralismo etico, e senza pluralismo etico il liberalismo sarebbe in fin dei conti inutile. Il liberalismo richiede una giustificazione pubblica, accettabile da tutte le visioni etiche, religiose e non, eppure non legata ad alcuna di esse. I diritti non sono qualcosa che può essere dedotto da una particolare concezione del bene, sia essa il Vangelo o il principio di utilità. Essi sono piuttosto dovuti in egual misura a tutti i cittadini per il semplice fatto che un sistema di eguali diritti è l’unico che, nelle società contemporanee, può superare il (minimale) test procedurale kantiano della universalizzazione, sia esso un test discorsivo alla Habermas o un test contrattualistico alla Rawls.
Certamente è possibile, come ha notato Rawls, accettare il punto di partenza della procedura di giustificazione pubblica (anche solo) per ragioni etico-religiose. L’importante è dare il via alla procedura e accettarne i risultati. Un cattolico può benissimo accettarla perché il principio di eguale rispetto è comandato da Dio. Però poi quello stesso cattolico dovrà accettare l’esito della procedura anche se un tale esito sarà in contraddizione con alcuni dogmi cristiani. Egli dovrà accettare, per esempio, che un sistema di eguali diritti escluda il perfezionismo dei valori e il paternalismo cattolico. Ma questo è appunto ciò che Pera non vuole ammettere.
Il filosofo-senatore riprende Kant ma in forma capziosa, salvandone solo la parte morale ed escludendone le implicazioni politiche. Il motivo è chiaro. Pera non vuole usare Kant per giustificare il liberalismo. Per farlo, egli dovrebbe abbandonare il ricorso all’autorità della tradizione religiosa e rivedere alcune sue posizioni manifestamente illiberali. Pera vuole piuttosto usare la procedura di giustificazione kantiana per confermare ciò che lui ritiene già autoritativamente vero in partenza, ossia il dogma cattolico. Dietro a un Kant ridotto a specchietto per le allodole c’è il tentativo di fondare il liberalismo su una chiara base etico-religiosa. Ma in tempi di pluralismo religioso questa posizione è condannata al fallimento, dal momento che il liberalismo presuppone una sostanziale neutralità rispetto alle visioni del mondo, cattolicesimo compreso.
Di fronte a questi tentativi di snaturare in senso etico-paternalista la ragione pubblica, laicisti come il direttore di Micromega Paolo Flores d’Arcais rispondono proponendo di escludere a priori dalla sfera pubblica ogni forma del cosiddetto «argomento-Dio». Siccome «su questa terra esistono solo opinioni morali, diverse e conflittuali», il compito della politica deve essere quello di disinnescare il potenziale distruttivo che si può celare dietro queste «opinioni morali» egualmente infondate (Etica dell’ateismo, Micromega, Almanacco di filosofia 2008, p. 9). I cittadini coscienziosi devono evitare di fare appello a verità assolute, prima fra tutte Dio, in modo che le loro «opinioni morali conflittuali» rimangano il più possibile inoffensive.
Per Flores d’Arcais, «consentire che [la cultura politica liberale] venga gonfiata con gli ormoni degli argomenti-Dio intraducibili, significa incoraggiare che tali argomenti, irrazionali per definizione […] facciano sinergia con le altre modalità di persuasione sottratte al vincolo del dovere argomentativo razionale […]», cioè in sostanza con la televisione (Undici tesi su Habermas, Micromega ed. speciale 11/2007, p. 49). Ora, è chiaro che all’interno della ragione pubblica l’argomento-Dio non è valido, se per argomento-Dio si intende banalmente la formula: «io ho ragione perché Dio me lo dice». Ed è anche vero che certi cattolici come Pera sembrano confermare il sospetto che, in fin di conti, l’argomento-Dio si riduca a questi anatemi.
Ma è palesemente tendenzioso ridurre tutti contributi religiosi a questo tipo di argomento (che, tra l’altro, non è meno dogmatico dell’argomento opposto: «qualsiasi cosa faccia riferimento a Dio è falsa perché la religione è illusione»). Il punto che Rawls vuole sottolineare – quando ci ricorda che la ragione pubblica è neutrale ma non anti-religiosa – è appunto che gli argomenti religiosi possono nascondere intuizioni morali giuste, cioè supportabili con ragioni reciprocamente accettabili da tutti. Tutto dipende da come questi argomenti saranno tradotti in linguaggio pubblico e sviluppati sul piano argomentativo.
Non diversamente da Pera, quindi, anche Flores d’Arcais pretende stabilire in partenza quali argomenti siano o meno legittimi, finendo per sostituire all’insostenibile argomento-Dio di Pera un altrettanto insostenibile argomento-anti-Dio laicista. Tutto ciò fa problema non solo da un punto di vista politico, bensì anche da un punto di vista storico. Pensare alla politica come a un processo di esclusione, e rigida selezione, significa misconoscere il ruolo di inclusione e recupero critico che è proprio della modernità.
È soprattutto l’ultimo Habermas a insistere su questo punto, come ha sottolineato Leonardo Ceppa in un recente articolo apparso su Micromega 6/2008 (La sfida di Habermas tra Kant e Darwin, pp. 63-79). Per Habermas, la modernità non è religiosa come vorrebbe Pera, ma nemmeno anti-religiosa come vorrebbe Flores d’Arcais. La modernità è post-religiosa, nel senso che non accetta come vera nessuna religione ma allo stesso tempo integra ogni religione. Il diritto moderno è infatti – per un caso fortunato della storia – quella straordinaria forza che aggrega e recupera tradizioni belligeranti imponendosi come medium cognitivo e universalista.
È questa la grande intuizione dell’ultimo Habermas. Ed è di fronte a questa intuizione che sia Pera che Flores d’Arcais si dimostrano miopi. Pera non vede come, in tempi di pluralismo etico, il cristianesimo non abbia più i titoli per imporsi come forza aggregante universale. Flores d’Arcais, per parte sua, toglie al diritto la sua stessa ragion d’essere, ossia la capacità di accogliere, con riserva di traduzione, quelle visioni religiose tradizionalmente (ma non irrimediabilmente) ostiche al liberalismo. Le grandi rivoluzioni giuridiche della modernità ci hanno infatti insegnato a tradurre il trascendente in senso procedurale e neutrale rispetto alle visioni del mondo, e proprio per questo inclusivo, critico e recuperante.
In conclusione, è vero che, specialmente in Italia, le reticenza cattolica ad abbandonare posizioni eticamente orientate rischia di minare alla base l’essenza stessa della ragione pubblica. Ma la risposta a queste posizioni illiberali non può essere un aprioristico rifiuto dell’argomento-Dio. Se alla sontuosa teologia cattolica di Pera e Ratzinger sostituiamo l’irrazionalismo positivistico di Flores d’Arcais (disposto a dare ascolto soltanto alle teologie kierkegaardiane e kafkiane dell’assurdo), il risultato non cambia. Piuttosto, si tratta di invitare i cattolici a tradurre in argomenti pubblicamente convincenti le loro intuizioni morali.


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Commenti dei lettori

gli estremismi che stritolano il dialogo

come tutte le cose ci sono quelli che vogliono e sperano nel dialogo tra le parti ,e quelli che dicono NO!secco a tutto e tutti infischiandosene se c'e' la possibilita' di aprire un dialogo con la controparte. gli estremisti ci sono sempre stati ci sono stati ieri ,oggi.domani,e nel prossimo futuro. papa ratzinger ,e' un papa professore un teutonico,uno che era nel collegio per la fede e' uno che non fa' sconti ne si puo' pretendere che faccia aperture se c'e' da fare dei libri sulla teologia e sulla patristica si fa' in otto ma non provate a chiederli l'apertura della chiesa verso i preti sposati,o a chi ha gia' moglie evuole intraprendere la carriera di prete ,se ci fosse l'alternativa di poter andare nello spazio tra le due proposte la seconda e' piu' realizzabile,della prima oppure fu' lui che disse c'e' molta sporcizia nella chiesa , la levata questa sporcizia ha reso la chiesa piu' alla dimensione umana ,ed i cardinali non devono essere visti come una casta o come un qualcosa di semidio , io aspetto ancora ma come disse il proverbio MORI SPERANDO CHE LE COSE CAMBIASSERO IN MEGLIO.


2009-10-26 13:01:58 Scritto da Mauro Pistola

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