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È l’ora di una democrazia della solidarietà

Salvatore Rizza

15-07-2009

Argomenti: Pensare l'Europa

Questo articolo è tratto da Reset n. 113 (maggio-giugno 2009)

Il cammino del welfare e della democrazia che si è svolto nel corso degli ultimi tre secoli non è definitivamente compiuto. Il welfare e la democrazia rappresentano due fattori costitutivi della storia dei paesi occidentali e rapidamente tendono a «contagiare» quella del mondo intero.
La globalizzazione è il processo «omogeneizzante» che concorre a estendere il mondo dei diritti civili, politici e sociali. Non si tratta di un processo facile a essere accolto da tutti: resistenze di carattere culturale ed economico impediscono che welfare e democrazia trovino la piena accoglienza e la loro definitiva condivisione. Qualcuno teme che addirittura gli stessi paesi occidentali, specialmente l’Europa, rischino di invertire la marcia, avviandosi verso una decadenza, culturale innanzitutto, e poi anche economica e democratica.
L’analisi del rapporto tra il welfare e la democrazia ha consentito di misurare la forza e la capacità di interazione: sono talmente interdipendenti da renderli necessari l’una per l’altro. C’è da essere preoccupati per il momento di stasi o, forse, di declino che la nostra contemporanea società globalizzata sta registrando.
È di questi mesi la grave crisi finanziaria che sta interessando gli Usa soprattutto e che avrà riflessi anche sull’Europa.
Non sono soltanto la finanza, le borse e le banche a essere coinvolte in un incendio che sembra voglia «resettare» il secolo dagli ultimi inganni e dall’unica ideologia superstite dopo la fine delle ideologie: un mercato globale e universale, senza Stato e senza governo. Un pezzo di modernità sta saltando insieme alle banche di affari coinvolgendo in questa caduta tutto e tutti. Oggi vengono al pettine tutti i nodi economici, politici e culturali che nascono nel Novecento credendo invece di averli risolti. Si pensava in una ricchezza e in una crescita senza il lavoro e senza una comunità di riferimento e, perciò, senza una responsabilità pubblica e senza le conseguenti regole. Lo scarto tra economia reale e realtà dei mercati finanziari; il divario tra ricchi e poveri accentuato dal boom tecnologico e finanziario; le nuove gerarchie sociali che pretende il riordino di competenze, di saperi, di professioni, di gruppi sociali: sono i tratti del nuovo «disordine» mondiale. Dopo il timore di rimanere coinvolti nella perdita improvvisa di ricchezza a causa dell’inganno dei prodotti finanziari «avariati», cresce la preoccupazione per una domanda di governo complessiva della situazione, che non trova risposta perché non sa quale sia il soggetto «giusto» a cui rivolgere la domanda del cittadino di essere tutelato.
La rivoluzione finanziaria ha sfidato l’autorità tradizionale, la potestà stessa dello Stato nazionale a cui i cittadini si rivolgono, come sempre nei momenti di crisi. Quando va in crisi un sistema finanziario come l’attuale, nessuna istituzione statale ha più la capacità e la legittimità per potere controllare. In questo processo non c’è stata solo la scissione tra capitale e lavoro, ma è saltata, come dice Ulrich Beck, l’alleanza tradizionale tra l’economia di mercato e lo Stato sociale. Questa alleanza aveva sorretto per decenni il diritto, le istituzioni, la politica, la legittimità stessa delle classi dirigenti che si alternavano in una forma pratica e quotidiana di democrazia, che era la democrazia occidentale. Una tale legittimità democratica risiedeva nel tavolo di compensazione, nel «nesso» come lo chiama Bauman, tra i «premiati» e gli «esclusi», tra povertà e ricchezza. Un vincolo di responsabilità che si esprimeva attraverso la civiltà del lavoro e che ha tenuto insieme, fino a ieri, i «vincenti» e i «perdenti» della globalizzazione. Si richiede a questo punto un nuovo «contratto sociale» e un’autorità democratica che garantisca i diritti anche nel mondo postnazionale; una rete sociale, culturale, politica e istituzionale da ricostruire.
L’evolversi della società in termini di distribuzione e di allargamento di «potere», di moltiplicazione dei centri decisionali (governance) e delle responsabilità (sussidiarietà), di consapevolezza dei diritti personali (cittadinanza) si proietta sulla semantica della democrazia e sulla sua nuova grammatica operativa. Così come si riflette sulla fisiologia del welfare (welfare societario) in cui diritti e responsabilità si coniugano in maniera sinergica.
Le sfide poste dalla globalizzazione, con le sue immancabili risorse e i suoi inevitabili «peccati» (mercatismo, liberismo individualista…) e il tentativo di rispondere a esse, evidenziano la natura «processuale» che, sia la democrazia che il welfare, esprimono e contengono nel loro evolversi.
Né la democrazia né il welfare sono realizzati e compiuti una volta per sempre, definitivamente. Esigono invece costanti ripensamenti, frequenti ridefinizioni e continui cambiamenti.
Il superamento della secolare dicotomia tra pubblico e privato è certamente da ritenersi una conquista nella società, come nella politica, e la sinergia che da essi si sprigiona aiuta il processo democratico e contribuisce a una più efficace circolazione di relazioni. D’altra parte la solidarietà, da sempre intesa e vissuta come fattore di integrazione sociale e comunitaria, si evolve dagli angusti perimetri della organicità e meccanicità durkheimiana e acquista gli spazi ampi e responsabili della democrazia.
La «solidarietà democratica» è la sintesi felice delle esigenze di democrazia e di benessere che soddisfano tutti i soggetti (cittadini, famiglie, comunità locali…) e consente loro di attuare quel protagonismo che li rende a un tempo attivi e responsabili: nelle loro mani, nel loro cuore, nelle loro volontà risiedono le sorti della democrazia; dalle loro capacità e dalla loro vigilante responsabilità dipende la salvaguardia dei sistemi democratici. Ma soprattutto dalla loro apertura mentale e dalle loro sensibilità nei confronti degli altri, si misura il vero amore per la democrazia.
La solidarietà, dei cittadini tra di loro, delle istituzioni che si fanno carico del «benessere» di tutti, della società civile che sinergicamente interagisce con tutti gli organismi di cittadinanza e con le istituzioni, è la condizione etica per la costruzione, la crescita e la salvaguardia della democrazia.
Una democrazia senza spirito solidaristico rappresenta un’impalcatura senza contenuti: necessaria per la difesa di diritti, ma insufficiente per garantire che gli stessi diritti siano capaci di mettere in relazione i soggetti che animano la società stessa.
Una società democratica è (forse) formalmente in grado di «mantenere l’ordine», ma non sarà capace di consentire che «l’ordine» produca una società di uomini e di persone in grado di perseguire progetti di «felicità» e di «benessere».
Le società «ordinate» vanno bene per gli eserciti e, alla fine, perdono pure il valore della democrazia… se non l’hanno già perso prima. La solidarietà riempie la democrazia di significato, ne garantisce un volto umano e contribuisce alla promozione di società aperte, di convivenze pacifiche disponibili all’accoglienza che «include».
Il welfare storicamente è un’istituzione creata e promossa da società «benevole» e «compassionevoli»; ma il processo storico che ha condotto quelle società verso la democrazia le ha ugualmente rese consapevoli della natura relazionale di essa e della condizione solidale per il suo pieno e autentico compimento. La solidarietà per tanto tempo ha avuto un percorso «separato» dalla democrazia, considerata una qualità della società «a prescindere», capace di costituire paradigmi sociologici per una lettura asettica della società. È venuto il tempo che la solidarietà venga coniugata in maniera imprescindibile con la democrazia.


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