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La crescita di un paese nuovo

Matteo Tacconi

09-03-2009

Argomenti: Pensare l'Europa

È che la Polonia fa tutto rapidamente. Macina svolte. Nell'89, il paese decise di uscire il più in fretta possibile dal comunismo e con una terapia d'urto eleborata dall'allora ministro delle finanze Leszek Balcerowicz ci riuscì, pur pagando costi sociali salatissimi. Adesso, nel breve volgere di un anno, Varsavia s'è scrollata di dosso la fama di “scheggia impazzita” dell'Ue che al tempo del duopolio Kaczynski-Kaczynski (Lech presidente, Jaroslaw primo ministro) la stampa occidentale gli aveva appiccicato addosso, per via degli atteggiamenti e dei provvedimenti, discutibilissimi, che le destre, al potere dall'autunno 2005, avevano esibito e preso.
A suscitare le più forti perplessità erano state, sul piano della politica estera, certe prese di posizione euroscettiche. I Kaczynski hanno in più occasioni contestato la scarsa compatibilità tra regole europee e “interesse nazionale”, scontrandosi con le istituzioni comunitarie. Anche se, a loro discolpa, va ribadito che la Polonia “gemellare” non ha mai messo in discussione l'importanza dello stare in Europa. Molto burrascoso anche il rapporto con la Germania, che i precedenti esecutivi polacchi avevano invece coltivato con successo, riconciliandosi con Berlino e cercando, fruttuosamente, di anteporre le relazioni politiche agli ancora inestinti risentimenti storici.
A livello domestico, invece, hanno scatenato indignazione le liste di proscrizione stilate dal governo a inizio 2007. Una legge, poi giudicata incostituzionale, imponeva a circa 700mila polacchi – insegnanti, docenti universitari, magistrati e giornalisti, editori e manager d’azienda – di firmare una dichiarazione pubblica con cui si affermava di non aver mai collaborato con i servizi e le autorità comuniste. Bronislaw Geremek, da poco scomparso, grande architetto della politica estera di Varsavia, si riufiutò di farlo, durante una seduta dell'Europarlamento. I Kaczynski hanno provato in tutti i modi di toglierli l'euroseggio. Invano.

Maccartismo in salsa polacca
Il biennio radicale è stata una continua caccia alle streghe. Sui giornali, un giorno sì e l'altro pure, sono apparsi articoli al vetriolo contro vecchi comunisti e, soprattutto, contro gli esponenti dell'ala moderata di Solidarnosc. Anche Lech Walesa è stato accusato di aver lavorato per i servizi, al tempo del comunismo. La tesi è stata snocciolata in un libro, pubblicato dall'Institute for National Remembrance (Ipn). Una struttura, decisamente politicizzata, deputata a spulciare i vecchi archivi del Poup (Partito operaio unificato polacco).
Un passo indietro. Chi erano i moderati, in Solidarnosc? E perché l'accanimento dei gemelli nei loro confronti? Bisogna andare a ritroso, al 1989. In quell'anno terminarono i negoziati della Tavola Rotonda, tra comunisti, Solidarnosc e chiesa cattolica. Ne scaturì un compromesso sulla transizione, in base al quale si tennero elezioni quasi libere nel giugno di quell'anno. Solidarnosc stravinse, conquistando tutti i seggi liberamente contesi. Ma ai comunisti, ai quali vennero riservati alcuni scranni, fu permesso di restare in vita. Fu il segmento “pragmatico” di Solidarnosc, quello per intenderci animato da Lech Walesa, Bronislaw Geremek, Tadeusz Mazowiecki (primo premier democratico della Polonia), Adam Michnik e Jacek Kuron, a gestire il negoziato. L'ala dura, contraria a ogni trattativa con il Poup e ancora assetata di vendetta per la legge marziale imposta dal generale Jaruzelski nel dicembre del 1981, era contraria a ogni trattativa.
L'ala dura, appunto. I Kaczynski erano tra gli esponenti principali di questo segmento e già nei primi anni '90 denunciavano come la Terza Repubblica polacca, quella democratica scaturita dalla svolta dell'89, fosse in realtà ancora dominata dai comunisti, abili a prendere possesso delle leve economiche dello stato dopo l'89 e capaci, attraverso il monopolio delle risorse economiche, di tornare a recitare quasi subito un ruolo di primo piano sulla scena politica. Abilità dei comunisti, ma anche – questa la visione kaczynskiana – inettitudine dei moderati di Solidarnosc, colpevoli di non aver fatto tabula rasa del Poup e di non aver processato i suoi esponenti. È così che appena nominato presidente, Lech Kaczynski ha lanciato la parola d'ordine della “Quarta repubblica”, puntando alla resa dei conti, e con i post-comunisti e con i trattativisti di Solidarnosc.

Il limbo del 2005
A favorire l'ascesa delle destre, ha scritto Aleksandr Smolar, presidente della fondazione Stefan Batory, uno dei principali pensatoi di Varsavia, è stato il momento di incertezza vissuto dalla Polonia dopo l'ingresso nell'Unione europea, nel maggio del 2004. Il paese attraversava una congiuntura economica negativa. La disoccupazione aveva sfondato la soglia del 20% e il malcontento popolare cresceva. Allo stesso tempo era sempre più forte la convinzione che il passaggio al capitalismo fosse stato gestito con modalità inique, con un manipolo di carrieristi ad accumulare fortune e un esercito di milioni di persone alle prese con povertà, emarginazione sociale, miseria, disagi quotidiani. L'ingresso nell'Ue, più che rassicurare, preoccupava. Si temeva che sarebbe stato un salto nel buio. Peggio, avrebbe determinato un ulteriore impoverimento. Un “saccheggio” da parte dell'Europa ricca, per usare il lessico dei propagandisti di destra e di alcuni circoli oltranzisti del clero – la famigerata Radio Maryia, per esempio – pronti a riversare veleno sull'Europa comunitaria. I Kaczynski hanno cavalcato quest'ondata di depressione e insicurezza, economica e morale, per sdoganare l'idea di Quarta repubblica. Idea che ha fatto breccia.

Viva l'Europa

E poi, cos'è successo? Perché dopo il trionfo un repentino tonfo? La risposta è l'Europa. La membership comunitaria ha spalancato un orizzonte di opportunità per i polacchi. Molti di loro sono potuti andare all'estero per lavorare, in primo luogo in Gran Bretagna e Irlanda (paesi che insieme alla Svezia hanno aperto ai new comers dell'est le frontiere del mercato del lavoro). Hanno sgobbato come camerieri, come pony express, come manovali, come elettricisti. Hanno raggranellato sterline e le hanno inviate in patria, dove c'è stato un boom dei consumi. E grazie alla stabilità che l'Europa ha portato alla valuta nazionale (lo zloty) e a una serie di nuovi e corposi investimenti, l'economia s'è rimessa in moto. La disoccupazione è crollata sotto il 10%, si sono create nuove opportunità lavorative e chi aveva fatto le valige, dopo l'allargamento del 2004, sta pensando di tornare in patria – o c'è già tornato – per approfittare delle nuove occasioni. Adesso c'è la crisi, che rischia di bruciare i progressi polacchi. Ma non brucerà di certo il grande ottimismo che, molto rapidamente e in modo tipicamente polacco, s'è diffuso a Varsavia.
È l'Europa, chiaro, che ha trainato a livello politico la vittoria del liberale Donald Tusk e la fine dell'era Kaczynski. La redenzione polacca è datata autunno 2007. Alle elezioni generali ha trionfato la Piattaforma Civica (Op) di Tusk. Una formazione pro-business, come usa scrivere la stampa anglosassone, giudicata dai polacchi idonea a guidare il paese, governando la fase di euforia e crescita. È che senza la cortina di malcontento e delusione che ha permeava la Polonia nel 2005 i Kaczynski si sono ritrovati deboli, privati della possibilità di ricorrere al furore ideologico e all'uso del passato come clava politica, le due opzioni su cui avevano costruito la vittoria, inducendo i polacchi, un po' storditi dal “limbo” attraversato dal paese nel 2005, quando ancora non si capiva se l'Ue sarebbe stato un bene oppure un male, a votare per loro.
Una volta al governo, Donald Tusk, che alle presidenziali del 2005 era stato sconfitto al ballottaggio proprio da Lech Kaczynski, ha subito cercato di ricucire gli strappi con l'Ue e la Germania, che oltre ad aver danneggiato l'immagine del paese all'estero avevano parzialmente scardinato la tradizionale strategia internazionale perseguita da tutti i governi, inclusi quelli formati dai post-comunisti, dopo l'89. Una strategia fondata su tre pilastri – atlantismo, europeismo e special relationship con Baltico e Ucraina – eleborata da giganti della politica quali Wladyslaw Bartoszewski (oggi consigliere di Tusk) e il già citato Bronislaw Geremek. Il premier liberale, con successo, ha raddrizzato la rotta e ha poi focalizzato l'attenzione sull'economia, approvando alcuni provvedimenti in grado di sostenere la felice congiuntura. Insomma, niente più battaglie politiche, rese dei conti o affini. Solo pragmatismo.

Ma Lech è in agguato
Eppure, la parentesi Kaczynski non è ancora archiviata. Lech rimane presidente e continua a mettere i bastoni tra le ruote. L'ha fatto sul Trattato europeo, che minaccia da mesi di non ratificare. L'ha fatto sulla Georgia, dove un mese fa ha corso un serio pericolo nel momento in cui, assieme all'omologo georgiano Mikhail Saakashvili, ha rischiato di finire impallinato nel corso di una sparatoria (Lech ha puntato subito l'indice contro Mosca) registrata lungo il confine tra Georgia e Ossezia del sud, dove i due leader si stavano recando per visitare un campo profughi. Marcin Wojciechowski, editorialista di Gazeta Wyborcza, principale quotidiano polacco, ha commentato la vicenda argomentando che gli sforzi di Kaczynski per sostenere Tbilisi – paese con cui Varsavia, notiriamente russofobica, ha solidarizzato – vanno senz'altro lodati. Ma il presidente, ha scritto Wojciechowski, sarebbe più credibile se piuttosto che dar prova di avventurismo politico “aiutasse la Georgia in un altro modo, per esempio rafforzando la posizione polacca nell'Ue tramite la ratifica del Trattato”. Anche perché l'Europa, alla Polonia, fa soltanto bene.

Il nuovo Muro
Negli ultimi tempi, complice l'avanzata tambureggiante della crisi finanziaria, che ha sfondato anche a est, sono tuttavia emersi dei dubbi sulla tenuta economica della “nuova Europa”. L'Ungheria e i paesi baltici hanno accusato notevoli difficoltà. Budapest, allo scopo di evitare un clamoroso crack all'islandese, ha dovuto bussare alle porte di Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, chiedendo prestiti per risollevare l'economia. Anche in Polonia, la situazione appare un po' precaria. Soprattutto perché, alla stregua di tutti gli altri paesi un tempo comunisti, Varsavia ha sostenuto la sua crescita con i flussi di capitale provenienti dall'estero. Istituti come Deutsche Bank e la nostra Unicredit hanno investito molto a est. Ora, il timore è che con la crisi, chiudano i cordoni del credito e decretino, in questo modo, serie ripercussioni sulla crescita.
La situazione è seria, senza dubbio. Ma la volontà dei polacchi di superare questa congiuntura così da non sprecare i benefici ottenuti negli ultimi anni, è altrettanto seria. Seria e responsabile. Recentemente, nel corso del vertice dell'Unione europea sulla crisi finanziaria, è emersa l'ipotesi – sollevata dal primo ministro ungherese Ferenc Gyurcsany – di istituire un fondo speciale per i paesi dell'est per aiutarli a uscire dalla crisi. Gyurcsany ha poi affermato, chiendo ai big dell'Ue un aiuto fraterno, che la crisi economica rischia di innalzare un “nuovo Muro” tra l'Europa occidentale e i vecchi paesi satelliti dell'Urss. Ma il leader magiaro s'è visto rifiutare la sua proposta. A dire no per primi sono stati proprio i paesi dell'est. Praga, Varsavia e Bratislava hanno spiegato che il soccorso dell'ovest ai paesi della nuova Ue significherebbe scavare nuovamente uno steccato, tracciare una linea sulla vecchia cortina. Siamo in Europa e vogliamo risolvere i nostri problemi da europei, senza creare distinzioni tra i due polmoni dell'Unione. Non basta: da est è salito un coro di protesta contro il piano anticrisi, venato di protezionismo, messo in campo dai francesi e dai tedeschi. Un piano giudicato contrario allo spirito comunitario, che farebbe compiere all'Ue non uno, ma due passi indietro e penalizzarebbe in misura maggiore proprio le cui economie dell'est, che in questi anni hanno beneficiato del mercato unico europeo e della libera circolazioni di merci e capitali. Una conferma che l'Europa, per la Polonia e i paesi limitrofi, è un bene irrinunciabile.


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