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Per una confederazione israelo-palestinese

Seyla Benhabib

28-01-2009

Argomenti: Pensare l'Europa

Questo articolo è tratto dala rivista online ResetDoc.

Seyla Benhabib è professore di Scienze Politiche e Filosofia all’Università di Yale ed é Direttrice del programma di Etica, Politica ed Economia.

L’attacco militare israeliano alla Striscia di Gaza, dove vivono un milione e mezzo di palestinesi, è stato lanciato il 28 dicembre 2008, ultimo giorno di Hannukkah, la “Festa delle Luci”. Hannukkah ricorda la rivolta degli antichi ebrei, guidati da Giuda Maccabeo, nel II secolo a.C., contro Antiochio IV Epifanio. La leggenda vuole che, durante la riconsacrazione del Sacro Tempio, dopo che la rivolta dei Maccabei l’aveva liberato da Antiochio, benché vi fosse olio sufficiente ad illuminare la menorrah soltanto per una notte, il candelabro rimase acceso per otto notti. Lanciando l’attacco su Gaza, i vertici dell’esercito israeliano erano consapevoli del potere evocativo che la scelta di tempo avrebbe avuto sull’opinione pubblica israeliana: ancora una volta, è la storia della resistenza contro un nemico del popolo ebraico. La minaccia alla sopravvivenza collettiva eroicamente sconfitta dal Ministro della Difesa Ehud Barak, il nuovo Giuda Maccabeo! La potenza di questi ricordi della sopravvivenza e della resistenza ebraica, unita alla determinazione, seguita all’Olocausto, perché “Mai più il popolo ebraico venga distrutto”, costituiscono la sorgente emotiva di quel sentimento collettivo a cui i leader israeliani ricorrono quando sono sotto attacco.

Le considerazioni strategiche e quelle di Realpolitik dell’attuale azione militare a Gaza, tuttavia, sono abbastanza chiare: uno Stato, si dice, non può accettare che i propri cittadini siano sottoposti a continui e imprevedibili attacchi missilistici ed ha l’ obbligo di difendere i propri confini e la popolazione. Scavando un po’ più in profondità, tuttavia, si può notare che l’operazione di Gaza tenta di riaffermare la pretesa invulnerabilità militare di Israele, perduta in seguito alla guerra con il Libano del 2006. Nei prossimi mesi, inoltre, in Israele e nei territori palestinesi, si terranno le elezioni generali e sia l’attuale Ministro degli Esteri Tzipi Livni, del partito Kadima, che il Ministro della Difesa, Ehud Barak, del partito laburista, sono candidati alla carica di Primo ministro. Nulla di tutto ciò, tuttavia, spiega la ferocia e la sproporzionata brutalità dell’azione israeliana, la violazione del diritto umanitario internazionale e il possibile coinvolgimento in crimini di guerra. Perché?
Israele ha perso la propria visione politica e, oggi, le sue azioni sono dominate dalla forza militare, senza un chiaro disegno politico. E la forza militare, quando non è subordinata ad un obiettivo politico, è cieca e brutale.

Nessun leader israeliano possiede una visione politica, e con ciò non intendo una strategia di obiettivi a lungo termine, compressa tra due cicli elettorali e modificabile a seconda delle circostanze, ma una visione politica come quella che i fondatori di una repubblica si suppone debbano avere. In che modo resisterà questa nazione? Quali durature istituzioni potrà tramandare ai suoi figli e ai suoi nipoti nelle quali essi potranno essere liberi di prosperare come individui e come cittadini? Chi, oggi, ha una visione politica da proporre in previsione di un conflitto israelo-palestinese? Gli israeliani l’hanno certamente perduta. E i palestinesi, sebbene abbiano avuto a loro favore la forza della moralità e il vento della storia, sono stati ripetutamente sconfitti e traditi dalle gloriose nazioni arabe, sempre generose di retorica ma avare di azioni.

A partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, la visione politica palestinese si è ispirata al tier-mondisme (il terzomondismo) dei “miseri della terra”, un progetto di modernizzazione nazionalista e statalista che ha mostrato i suoi evidenti limiti in occasione del sostegno offerto dalla leadership palestinese all’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Ricordo ancora il commovente articolo del compianto Edward Said, apparso sul New York Times nell’autunno 1992, nel quale egli riconosceva questa follia palestinese e descriveva con chiarezza la fine dell’ideologia di Fatah. Nel vuoto lasciato in tutto il mondo arabo dal crollo delle ideologie militari burocratiche occidentalizzanti e modernizzanti, hanno fatto irruzione le ideologie islamiche rappresentate da Hamas e da Hezbollah: il nuovo islamismo consiste in una visione autoritaria, purista e moralista ispirata dalla rivolta dell’Ayatollah Khomeini contro l’Occidente, una visione che ha conquistato influenza tra la popolazione palestinese, sia grazie alla violenta retorica sulla distruzione dello Stato ebraico che ai suoi programmi solidaristici e redistribuzionisti di aiuto comunitario e di carità islamica.

Hamas, come gli esordi del movimento islamico in Turchia e altrove in Medio Oriente, rappresenta una visione ugualitaria e redistribuzionista della solidarietà islamica che è anche profondamente autoritaria e illiberale. Negli anni Ottanta, Hamas era sostenuta da Israele in quanto alternativa alla più laica e combattiva Fatah, analogamente a come, in Afghanistan, gli USA avevano appoggiato Osama bin Laden e i Mujaheddin contro i più laici Fedayyin, di inclinazione socialista. In entrambi i casi, il genio è fuggito dalla bottiglia ed ora Israele, come gli Stati Uniti, è alle prese con il cambiamento delle alleanze da parte di Hamas e del più temibile Hezbollah, trasformatasi da un servizio sociale islamico ad una forma di militarismo islamista, passata da un sostenitore sunnita, come l’Arabia Saudita, agli ideologi sciiti iraniani. Non c’è nulla in questa costellazione che potrebbe far sentire a proprio agio e dare speranza ai progressisti. Il nostro impegno verso l’uguaglianza, l’autodeterminazione e la solidarietà dei popoli deve, dunque, rimanere un principio fondamentale e non può essere sacrificato alla cieca partigianeria in favore di un gruppo o di un altro.

La sicurezza di Israele in un mondo post-westfaliano

Qual’é allora il gioco politico finale di Israele? Israele sta lottando per una sicurezza westfaliana in un mondo post-westfaliano, in cui i confini sono diventati porosi e dove i germi, le notizie, le merci, il denaro e le persone viaggiano di più, più velocemente e in misura sempre maggiore. Tra l’Egitto e Gaza sono stati scavati dei tunnel che permettono di far entrare di contrabbando armi acquistate con denaro iraniano. In Medio Oriente circolano petroldollari provenienti da sceicchi corrotti e da regni del Golfo che cercano di tutelare le loro fragili dinastie e da un regime iraniano irredentista e irresponsabile retto da predicatori erranti e da uomini falsamente santi. Apparati difensivi ormai dismessi, provenienti dalla Russia e dalle ex Repubbliche Sovietiche come il Kazakistan, il Kirgizystan e l’Arzebaijan, giungono nelle mani dei loro fratelli musulmani; senza dimenticare, naturalmente, i cinici mercanti di armi cinesi o i magnati russi, ben felici di piazzare la loro merce in quest’area.

E Israele finge di essere scandalizzata! Scandalizzata dal fatto che missili con una gittata che permette loro di raggiungere Israele, siano ora ammassati nella Striscia di Gaza e nel Libano meridionale. Scandalizzata che piccoli gruppi di militanti di Hamas lancino razzi montati su vettori mobili e poi nascosti tra la sfortunata popolazione civile. Ma tutto ciò è ipocrita e non spiega la violenta ritorsione messa in atto da Israele. Anche Saddam Hussein, durante la Guerra del Golfo, lanciò su Tel Aviv qualche debole missile Scud e adulti e bambini indossarono le maschere a gas e rimasero nei loro appartamenti ad aspettare che i missili cadessero. Israele sa, e lo sa da tempo, che il suo ipotetico scudo militare è stato violato da armi di sempre più nuova generazione. In questo nuovo mondo, a partire dall’11 settembre 2001, non esiste più una sicurezza assoluta e una totale invulnerabilità, ammesso che sia mai esistita . E’ la consapevolezza di questa vulnerabilità a rendere Israele sempre più bellicosa nei confronti dei suoi vicini. Neanche il fatto di essere in possesso della bomba atomica rassicura Israele, non perché anche l’Iran potrebbe acquisirla, ma perché l’uso delle armi nucleari contro obiettivi che si trovano in Libano, in Siria, nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Giordania, renderebbero invivibile la stessa Israele poiché le nubi radioattive si diffonderebbero in tutta la regione, contaminando l’acqua e la vegetazione.

Quattro visioni politiche

In Israele, molti dibattiti politici cercano di affrontare questa situazione, senza offrire tuttavia un nuovo progetto:
1- La prospettiva della guerra perpetua. Per quanto politicamente indifendibile, da parte di qualunque politico che si rispetti, questo è un atteggiamento psicologico che si sta diffondendo tra gli israeliani. Sono in molti a credere che la guerra diventerà un modo di vivere e che in Israele e in Palestina non ci sarà mai pace.
2- Liberali e progressisti di ogni genere, per contro, sostengono la soluzione dei due Stati, perché credono nel principio dell’uguale determinazione dei popoli. Altri ancora, l’accettano perché si preoccupano di ciò che chiamano “la ticchettante bomba demografica”, rappresentata dall’elevato tasso di natalità palestinese, e perché non vogliono trovarsi ad essere una minoranza in uno Stato a maggioranza palestinese, sia esso o no democratico.
3- C’è poi la visione della Grande Israele fondata sulla fede religiosa, vale a dire, l’idea che le antiche terre della Giudea e dalla Samaria appartengono irrevocabilmente al popolo ebraico.
4- Quest’ultima visione va distinta dall’idea laica di una Grande Israele, che include i territori palestinesi, che deve essere governata attraverso accordi economici accettabili per entrambi, associando libero commercio e zone di sviluppo economico.

A partire dall’iniziativa di pace di Yitzhak Rabin e dagli accordi di Camp David, quella della “soluzione dei due Stati” è la linea politica ufficiale adottata sia dalle amministrazioni israeliane che da quelle americane. Tale soluzione, tuttavia, cela un nucleo ambivalente e, spesso, il significato recondito di tale formula affiora alla coscienza dell’opinione pubblica. La soluzione dei due Stati è stata largamente accettata non soltanto perché essa garantisce il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese ma anche perché essa prometteva il “disimpegno demografico”. Improvvisamente, i demografi hanno sostenuto che se Israele avesse continuato ad occupare Gaza, la Cisgiordania e la parte orientale di Gerusalemme, avrebbe finito con l’esercitare il controllo militare su 5 milioni di arabi palestinesi, compresi quei cittadini israeliani che vivono all’interno dei confini di Israele del 1967.

Considerato l’elevato tasso di natalità palestinese, si è pensato che fosse a rischio la stessa natura ebraica di Israele, a meno di un disimpegno da Gaza e di una restituzione parziale dei territori. L’incubo di diventare minoranza all’interno di uno Stato che fu fondato proprio per proteggersi dal pericolo di essere trattati come cittadini di seconda classe, disprezzati, sfruttati, diffamati e sterminati, si è ripresentato. Improvvisamente, tutti i fantasmi dell’inconscio ebraico, dai pogrom cosacchi ai campi di sterminio nazisti, si sono risvegliati e la maggioranza della popolazione israeliana, per sfuggire a un tale incubo, ha sottoscritto gli accordi di Camp David e ha detto: “due Stati, uno accanto all’altro”. Tuttavia, questa idea non è stata mai accettata da molti strateghi della Realpolitik israeliana né dai coloni. A partire dal 1967, il movimento dei coloni, che un tempo non era costituito che da un gruppo di fanatici sognatori che credeva nella “terra di Israele” (Eretz Israel), contrapposto allo “Stato di Israele” (Medinat Israel), si è trasformato in una massa eterogenea di militanti e di gruppi religiosi ben armati e ben finanziati.

Sono loro che, in una moschea di Hebron, hanno sparato contro i palestinesi durante le preghiere del venerdì ed è dalle loro fila che è venuto Yigal Amir, l’assassino di Yitzhak Rabin. Come gli assassini di Anwar Sadat, in Egitto, che appartenevano ai Fratelli Musulmani, questi sono gruppi che vivono in un’altra epoca, ascoltano le voci degli antichi dei, avvertono i fremiti di antiche guerre e obbediscono ad antichi miti. Essi restano una forza irredentista e pericolosa, sia per gli israeliani che per i palestinesi, e tenteranno di sabotare qualunque pace durevole nella regione perché la loro raison d’etre è la visione messianica di una lotta antica ed infinita. Il loro violento potenziale è manipolato anche da politici di entrambe le parti allo scopo di promuovere i propri miopi obiettivi.

Ma come la situazione dei palestinesi è stata sfruttata da regimi arabi corrotti per puntellare la propria incerta legittimità, così il movimento dei coloni è stato usato da ciniche élites israeliane allo scopo di promuovere la loro indeterminata visione di una Grande Israele laica. Vi sono ebrei inflessibili, attaccati alla terra, descritti in modo indimenticabile da Amos Oz nel suo libro In terra d’Israele, i quali sono stranamente progressisti quando si tratta di questioni di cooperazione economica e di sviluppo con i palestinesi. Questi uomini, che ricordano gli agricoltori bianchi della Rhodesia, gli intraprendenti allevatori di bestiame australiani o quelli del Sud Africa, vogliono controllare e valorizzare la terra di Israele/Palestina. Al contrario dei liberal, che si preoccupano “dell’anima dell’Israele democratica”, loro sono più interessati ai “muscoli” della capacità economica e agricola di Israele. L’eroe della guerra del 1967, Moshe Dayan, apparteneva a questo gruppo, come vi appartiene Ariel Sharon. Per loro, purché i palestinesi siano tranquilli e fiorenti imprenditori capitalisti, purché valorizzino la terra, anziché distruggerla, la coesistenza è possibile. In anni recenti, i sogni di questo gruppo sono andati infranti quando una folla di palestinesi in preda all’ira ha distrutto tutte le belle serre costruite a Gaza dagli israeliani per esportare in tutto il mondo rose, pomodori e avocado.

La collera palestinese, che si è manifestata con la distruzione della proprietà, è stata interpretata da questo gruppo, e da molti padroni coloniali prima di loro, come l’incapacità dei nativi a lavorare duramente, a difendere la proprietà e ad aggiungere valore al capitale. L’attuale operazione militare a Gaza contiene elementi di tutte e quattro le visioni ed è per questa ragione che essa è incoerente con i suoi intenti: Israele vuole occupare di nuovo Gaza e costruire serre che saranno distrutte ancora una volta? Intende distruggere, una volta per tutte, Hamas e le sue istituzioni militari e civili e poi uscire da Gaza in previsione di una soluzione dei due Stati che, a quel punto, sarà difficilmente praticabile? Oppure Israele vuole rioccupare Gaza e mettere al sicuro le sue truppe e commettere potenziali crimini di guerra contro la popolazione palestinese? Nessuno lo sa con certezza.

Come il Tibet e la Cina?

Nella situazione attuale, esistono dunque alternative autenticamente politiche e non semplici strategie militari spacciate per visioni politiche? In Israele c’è un movimento per scindere la cittadinanza israeliana e l’identità etnico-religiosa ebraica in modo che Israele possa diventare la terra di tutti i suoi cittadini. Ciò comporterebbe l’abbandono totale o parziale della Legge del Ritorno che garantisce ad ogni ebreo, riconosciuto come tale da un’autorità rabbinica, il diritto alla cittadinanza israeliana. Fino a pochissimo tempo fa, la legge israeliana sulla cittadinanza non era stata riformata e molti lavoratori immigrati, i loro figli, così come i coniugi non ebrei, non potevano ottenere la cittadinanza.

Paradossalmente, negli ultimi dieci anni, è diventato più facile diventare cittadino israeliano ad un russo che si dichiara ebreo che a un arabo palestinese nato e cresciuto nella parte orientale di Gerusalemme, perché quest’ultimo sarà considerato un rischio per la sicurezza e perché lo status di quella zona è ancora incerto in termini di accordi internazionali. Per quanto importante, questa visione corre il rischio di trasformarsi in una sorta di benevolo imperialismo, in particolare laddove chiede che la cittadinanza sia estesa fino ad includere i palestinesi che vivono in quei territori occupati il cui status, in considerazione dell’assenza di un esauriente trattato di pace, è indefinito.

Qualsiasi ponderata riflessione politica su Israele e sulla Palestina deve fondarsi sulla premessa che la forza militare è un deterrente sempre più opinabile e che non sono le armi, ma gli uomini, a concludere la pace. La pace è un bene collettivo. Israele è intrappolata in un modello di sovranità westfaliano che ipotizza che lo Stato abbia il controllo su tutto ciò che si trova all’interno e lungo i suoi confini. Le democrazie più avanzate sanno che le cose non stanno più così, né dal punto di vista normativo né da quello empirico. La sovranità è un insieme di privilegi e prerogative statali che possono essere condivisi, delegati ed esercitati congiuntamente ad altri gruppi e ad altri poteri. Molti, tra i leader israeliani, sanno che non permetteranno mai alla Palestina una piena sovranità sullo spazio aereo, sia a Gaza che in Cisgiordania, né sul libero transito di beni dentro e fuori i porti di Gaza, che costituirebbero l’unico accesso al mare di un futuro Stato palestinese, e che Israele non rinuncerà al controllo delle riserve idriche sotterranee che si estendono in entrambe le parti dei territori del 1967.

Dunque, perché fingere che uno Stato palestinese sarà sovrano nel senso in cui Israele intende la propria sovranità? La triste e semplice verità è che quello Stato palestinese sarà eternamente intimorito, controllato, sorvegliato e, occasionalmente, colpito da Israele. E’ proprio perché molti di coloro che sostengono la soluzione dei due Stati sanno anche che le loro relazioni future con lo Stato palestinese assomiglieranno più a quelli che intercorrono tra Tibet e Cina o tra India e Kashmir che non a quelli tra Austria e Italia che molti politici israeliani sostengono a parole questo ideale, mentre in concreto fanno di tutto perché quella soluzione sia sempre meno probabile.

Supponiamo una confederazione

Supponiamo che in Israele-Palestina vi sia una confederazione. Immaginiamo che la neutralizzazione di gruppi come Hamas ed Hezbollah, che non riconoscono l’esistenza dello Stato di Israele, sia l’obiettivo comune di palestinesi e di altre nazioni arabe ma anche che, nel caso in cui Hamas riconoscesse il diritto di Israele ad esistere, avrebbe un posto al tavolo delle trattative; supponiamo che vi sia un controllo esercitato congiuntamente da un’autorità israelo-palestinese sullo spazio aereo, su quello marittimo e sulle acque; immaginiamo che ci sia una valuta comune e una disciplina comune dei diritti relativi agli insediamenti di ogni gruppo etnico in alcune parti del territorio comune. Israele non dovrebbe affrontare una guerra civile contro i coloni fanatici a Hebron e in Cisgiordania i quali, a quel punto, dovrebbero vivere sotto il governo di un’autorità palestinese regionale oppure tornare in Israele. Israele, tuttavia, non dovrebbe difendere le loro terre rubate grazie alle incursioni nel territorio palestinese.

I palestinesi non dovrebbero fingere che il bantustan di Gaza possa in nessun senso far parte di uno Stato palestinese. Gaza sarebbe invece una regione autonoma all’interno di una confederazione congiunta tra Israele e Palestina. A Gaza e in Cisgiordania si terrebbero le elezioni per l’amministrazione municipale e il governo regionale, in conformità con un accordo che definisca con chiarezza la condivisione del potere tra le due regioni e con Israele. Una confederazione non significherebbe la scomparsa dell’organizzazione nazionale collettiva e dell’identità di ciascun popolo: all’interno di una qualche versione dei territori precedente al 1967, vale a dire la Linea Verde, Israele rimarrebbe uno Stato ebraico, con la sua lingua, le sue festività e le sue elezioni, ma condividerebbe il potere con lo Stato palestinese in materia militare, di sicurezza, di intelligence, in campo valutario e commerciale.

Allo stesso modo, i palestinesi manterrebbero la loro lingua, le loro festività e le loro elezioni, ma i due popoli elaborerebbero alcuni programmi scolastici comuni, specialmente nell’insegnamento della storia, che facciano giustizia delle verità storiche e delle sofferenze di entrambi i popoli. I figli di una nuova generazione imparerebbero a coltivare una reciproca solidarietà, anziché un reciproco odio. In tale confederazione vi sarebbe una qualche perequazione dei diritti socio-economici e del diritto allo stato sociale, in modo che non tutti desiderino trasferirsi nelle più ricche province israeliane. Il pluralismo religioso e i diritti civili sarebbero rispettati in egual misura per ebrei, musulmani, cristiani e per coloro che seguono altre fedi. Per gli osservanti religiosi che vogliono che le loro questioni personali siano amministrate dalle autorità religiose vi sarebbero tribunali religiosi facoltativi ma, per garantire pari diritti civili e politici, vi sarebbe anche una Carta dei Diritti.

Se posso spingere il mio sogno ancora oltre, direi che questa confederazione potrebbe diventare il nucleo di una Unione Medio Orientale dei Popoli, in cui la Turchia, l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Giordania e molti altri Stati potrebbero associarsi sul modello dell’Unione europea. A coloro che mi accusano di volermi sbarazzare dello Stato di Israele, così come avevano contestato Tony Judt, quando alcuni anni fa osò avanzare alcune di queste proposte sul New York Review of Books, vorrei chiedere: quali alternative avete da proporre al popolo israeliano e a quello palestinese oltre alla guerra perpetua o al progetto imperiale di una Grande Israele laica o religiosa? Se volete che Israele conservi la sua anima di Stato liberal-democratico e preservi la propria identità ebraica senza razzismo, discriminazione e guerra contro un altro popolo, abbiate il coraggio di guardare oltre la visione ormai obsoleta dello Stato westfaliano. Francia, Italia, Germania non sono scomparse all’interno dell’Unione europea, casomai é il contrario: le loro attitudini di governance e la loro capacità di assicurare pace e benessere ai propri popoli sono state potenziate. Una confederazione repubblicana composta dal governo israeliano e da quello palestinese risponde sia alla realtà della accresciuta interdipendenza che si sta creando tra Israele e la Palestina che alla necessità di offrire benessere e stabilità per il futuro. La tragedia di Gaza dovrebbe portare con sé una nuova visione della politica.

(Traduzione di Antonella Cesarini)

 


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