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Il mondo dopo Kyoto

Conversazione con Carlo Carraro e Robert N. Stavins

14-01-2009

Argomenti: Pensare l'Europa

Questo articolo è tratto dal numero 110 di Reset (novembre - dicembre 2008) interamente dedicato al climate change e alla questione energetica, con interventi di esperti dal mondo della scienza, dell'economia, della comunicazione e delle relazioni internazionali.

Copenaghen e Johannesburg. Il nome di Kyoto, che da anni è la chiave per parlare di riscaldamento del pianeta e cambiamento climatico, sarà probabilmente sostituito entro il 2012 da una di queste due capitali. La diplomazia internazionale è al lavoro per un accordo che possa disegnare il mondo dopo il protocollo firmato in Giappone nel 1997, proponendo regole e misure per frenare il riscaldamento dell'atmosfera terrestre e gli effetti che ne potrebbero scaturire. Scienziati ed esperti si affiancano alla politica per segnare la strada del futuro energetico del pianeta, ma la questione si presenta assai complicata.
Soprattutto in un momento in cui la politica e le economie devono fare i conti con la crisi finanziaria che è piombata inaspettata tra le priorità dell'agenda internazonale. E se il climate change rimane un tema centrale del nostro futuro, nell'immediato l'attenzione, e i soldi, si concentreranno sul rischio recessione, ma chissà, spiegano Robert N. Stavins e Carlo Carraro

Le esigenze dei governi e le evidenze scientifiche non sempre combaciano e se anche esiste, tra l'opinione pubblica, una certa percezione del climate change, questo non è avvertito come una priorità, spiegano Robert N. Stavins e Carlo Carraro.
All'Università di Harvard, Stavins dirige l'Environmental Economics Program e il Project on International Climate Agreements, un progetto internazionale che mette insieme alcuni tra i migliori esperti provenienti da Usa, Europa, Cina, India, Giappone e Australia con l'obiettivo di identificare gli elementi chiave di un accordo internazionale sul clima.
Carlo Carraro, che partecipa al progetto, è direttore scientifico della Feem (Fondazione Eni Enrico Mattei), docente di Economia ambientale all'Università di Venezia e membro del direttivo (Bureau) dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) a cui è stato riconosciuto il premio Nobel per la pace nel 2007. Entrambi concordano nell'osservare che non possiamo dire con certezza quali saranno i contenuti degli accordi che verranno, ma di sicuro dobbiamo preparaci a un futuro diverso. Perché aspettare ancora potrebbe avere forse un prezzo troppo alto.

«Reset»: Proviamo a fotografare la situazione attuale cercando di capire di cosa parliamo quando usiamo espressioni come climate change e global warming.


Carlo Carraro: Il modo più semplice per avere un'idea di che cosa si intende per cambiamento climatico è nei numeri: la temperatura media del pianeta è aumentata di 0,7/0,8 gradi centigradi durante l'ultimo secolo. Questo incremento è molto diverso in diverse aree della Terra, ad esempio l'aumento registrato ai poli è stato di circa 4 gradi. Ci sono molte cose che possiamo fare per limitare l'aumento della temperatura del pianeta, ma è molto probabile che non potremo evitare un ulteriore incremento di circa 2 gradi nei prossimi cento anni. E stiamo sempre parlando di temperatura media del pianeta, il che significa che registreremo picchi assai più elevati in determinate aree geografiche; tutto ciò porterà a una serie di cambiamenti nelle nostre vite, ad esempio assisteremo a una diversa diffusione delle malattie su scala globale. Ora, per limitare l'incremento della temperatura ci sono molte cose da fare e, in particolare, è necessario un grande cambiamento nel settore energetico. Attualmente la media mondiale di emissioni pro capite è di 1,1/1,2 tonnellate di carbonio l'anno, con differenze assai significative tra paesi diversi (ad esempio: 0,3 per l'India e circa 6 per gli Usa); dovremmo cercare di abbassare queste cifre fino a 0,3 tonnellate di emissioni pro capite entro la fine del secolo. Come raggiungere questo risultato? L'unica soluzione è decarbonizzare il settore energetico e cioè utilizzare fonti alternative per la produzione di energia, limitare il consumo di fonti fossili e, laddove queste si continuino a utilizzare, sarà necessario adottare adeguati sistemi di cattura delle emissioni. Questi sono i numeri che abbiamo di fronte, e ci indicano una strada al di fuori della quale non sembra esserci soluzione per uscire dal problema.

CHI SONO

Carlo Carraro
Direttore scientifico della Feem (Fondazione Eni Enrico Mattei), docente di Economia ambientale all'Università di Venezia, membro del direttivo (Bureau) dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) a cui è stato riconosciuto il premio Nobel per la pace nel 2007, è anche tra i fondatori dell' ECF (European Climate Forum). Tra gli argomenti su cui si concentra la sua attività figura la valutazione econometrica delle politiche volte al controllo del global warming, le dinamiche degli accordi internazionali sulle politiche ambientali e sul climate change.

Robert Stavins

Albert Pratt Professor di Business and Government, Robert Stavins ricopre molti incarichi tra cui ricordiamo quelli di direttore dell'Harvard Environmental Economics Program e, con Joseph Aldy, dell'HarvardProject on International Climate Agreements, presidente dell'Environmental and Natural Resources Faculty Group presso la John F. Kennedy School of Government. Le sue ricerche si concentrano sui molteplici aspetti che legano politiche ambientali e politiche economiche; i suoi studi appaiono in numerose riviste specializzate, tra le sue pubblicazioni ricordiamo le più recenti Architectures for Agreement: Addressing Global Climate Change in the Post-Kyoto World (2007, con J. Aldy).


Robert N. Stavins: Sono d’accordo. L'evidenza scientifica del cambiamento climatico ci dice che il vero problema non sta tanto nelle emissioni di gas serra, ma piuttosto nella loro concentrazione. Questi gas, una volta emessi, restano in sospeso nell’atmosfera dove sono trattenuti per decenni o per secoli prima di dissolversi o precipitare, ed è per questo che anche se lavoriamo per ridurre l’impiego di fonti fossili, non ci sarà un immediato beneficio in termini di cambiamento climatico perché la concentrazione di gas serra, se confrontata con i livelli preindustriali, è già oltre il livello tollerabile. In teoria ci sono diversi modi per raffreddare il pianeta con una certa rapidità, come ad esempio immettere nell'atmosfera particelle per filtrare la luce solare (sono quelli che chiamiamo approcci geo-ingegneristici), oppure aumentare le aree verdi del pianeta. Ma, a parte queste iniziative che cercano di neutralizzare il carbonio presente nell'atmosfera, l’unica cosa che possiamo fare è ridurre la quantità di carbonio che continuiamo a introdurre nell’atmosfera stessa. È un percorso che comporta tempi molto lunghi prima di vedere risultati accettabili, perciò, oltre a pensare a sistemi per ridurre le emissioni, è importante pensare anche a strategie di adattamento ai cambiamenti climatici. Al momento, gran parte del dibattito internazionale riguarda proprio i modi con cui possiamo adeguare le nostre vite alle condizioni del pianeta e dell'atmosfera.

«Reset»: Ridurre le emissioni di gas serra che introduciamo nell'atmosfera e cercare di adattare il più possibile le nostre condizioni di vita ai cambiamenti climatici e agli effetti del global warming dai quali non si torna più indietro, o almeno non in tempi brevi. Sono strade che corrono parallele, contemporanee, una a fianco all'altra ed entrambe passano attraverso programmi e decisioni di una sfera politica globale. L'agenda politica è fitta di incontri internazionali che dovranno produrre un accordo per superare il protocollo di Kyoto. Che cosa dobbiamo aspettarci da questi summit? Quale percorso possono disegnare insieme governi e comunità scientifica?


Stavins: Il Project on International Climate Agreements, che dirigo insieme al professor Joseph Aldy presso l'Università di Harvard, è costituito da ventinove progetti di ricerca sul cambiamento climatico in Europa, negli Stati Uniti, in Cina, India, Giappone e Australia.
L’obiettivo del nostro lavoro è quello di fornire a governi e decisori politici - attraverso un approccio scientifico attento alla dimensione economica e pragmatico dal punto di vista politico - gli strumenti per identificare quali possono essere gli elementi fondamentali di un accordo internazionale sul clima dopo quello di Kyoto.
Nel fare questo ci stiamo muovendo su tre strade diverse.
La prima si basa sul proseguimento dell’impianto adottato a Kyoto (cap and trade). Come nel protocollo di Kyoto, vengono imposti agli Stati obiettivi quantitativi e i tempi in cui raggiungerli. Ma ci sono molte difficoltà per rendere effettivamente concrete quelle disposizioni, e quindi stiamo cercando di offrire soluzioni che possano migliorare gli aspetti dell’accordo distribuendo meglio i tempi e aiutando i paesi in via di sviluppo a raggiungere gli obiettivi stabiliti dal protocollo.
Una seconda strada del nostro lavoro riguarda l’armonizzazione delle politiche interne.
Invece di focalizzare l'intera agenda solamente su accordi internazionali, cerchiamo di
inquadrare l'attenzione anche sulle politiche dei singoli paesi che, per produrre un concreto effetto globale, devono essere armonizzate tra di loro. La carbon tax sulle risorse energetiche che emettono biossido di carbonio è un esempio concreto: se ogni Stato la imponesse in maniera coerente con gli altri, si avrebbe un guadagno generale.
La terza categoria del nostro progetto, che è forse la più interessante, riguarda quelle che chiamiamo «politiche unilaterali e poco connesse». L'esempio più chiaro di questa categoria lo troviamo nel commercio delle emissioni a effetto serra, un sistema che è pienamente in funzione in diverse parti del mondo. L’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia, il Canada e la Nuova Zelanda sono tutti disposti a implementare il meccanismo del commercio delle emissioni di gas serra che rientra tra le soluzioni utili a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni contenuti nel Protocollo di Kyoto.
Governi e aziende stanno cercando di esercitare forti pressioni per fare in modo che i vari meccanismi di commercio delle emissioni siano armonizzati in maniera tale da dare sostanza a una forte convenienza economica. Accordi bilaterali tra paesi diversi potrebbero produrre permessi per un commercio di emissioni su larga scala, il che porterebbe a un abbattimento dei prezzi delle emissioni e ridurrebbe i timori dovuti a un’eventuale concentrazione di potere, perché un mercato allargato riduce la possibilità che siano solo in pochi a stabilire i prezzi. Quindi, creare le condizioni per armonizzare i meccanismi di scambio di emissioni tra paesi diversi e connettere i mercati tra loro ha aspetti indubbiamente positivi. Ma non mancano anche aspetti negativi perché quando due sistemi sono legati tra loro si scambiano automaticamente anche le imperfezioni e questo vuol dire che due meccanismi, prima di essere messi in relazione tra di loro, devono essere armonizzati.
Inoltre esiste uno strumento che può mettere in collegamento diversi mercati di emissioni senza che questi si leghino formalmente tra loro. Se tutti i soggetti coinvolti nel mercato delle emissioni accettassero le regole contenute nel Cdm (Clean Development Mechanism), ciascun sistema risulterebbe indirettamente interconnesso con gli altri e si raggiungerebbero benefici in termini di effettività dei costi, di riduzione di posizioni di potere predominante sul mercato, di abbassamento dei prezzi; al tempo stesso non ci sarebbe alcun legame diretto tra i sistemi dei vari paesi, ma ogni connessione sarebbe attivata grazie alla comune adozione delle direttive del Cdm. Ed esiste un vantaggio ulteriore: quando i sistemi si connettono in maniera indiretta, non abbiamo più il rischio che i difetti di uno si trasmettano a un altro.
Ecco, il mondo dopo Kyoto potrebbe avere una simile architettura: uno scenario composto da differenti sistemi di scambio di emissioni di gas serra, in varie parti del mondo, legati dall’azione del Cdm. Io immagino questa ipotesi come solo una delle possibili alternative, è solo uno dei ventinove programmi di ricerca a cui stiamo lavorando.

Carraro: È questo lo scenario più probabile tra quelli possibili dopo il 2012?

Stavins: Credo che sia quello che si imporrà se al summit mondiale di Copenaghen, a dicembre 2009, non si troverà un accordo su un’alternativa.

Carraro:
Lo credo anch'io. Considerate le difficoltà che ci saranno a Copenaghen per raggiungere un accordo alle condizioni imposte, tra le altre cose, dalla partecipazione dei paesi emergenti, credo che quello da te descritto sia lo scenario più probabile che ci troveremo di fronte: i principali paesi hanno il compito di elaborare schemi che possano poi innescare uno scambio con altri sistemi e il primo passo coinvolgerà certamente il Cdm.
Una cosa comunque è certa: il cambiamento climatico e il riscaldamento del pianeta son al centro dell'agenda globale e non solo nella mente di scienziati e specialisti della materia. Qualche tempo fa ero in Germania al Global Economic Symposium, la versione tedesca del World Economic Forum, a cui hanno partecipato industriali, banchieri, economisti (tra cui dieci Premi Nobel) e politici, la maggior parte di loro proveniva dall’Europa, ma c'erano anche persone dagli Stati Uniti, dalla Cina e dall’India, nonostante i paesi emergenti fossero meno rappresentati rispetto a quelli con economie più sviluppate. Circa trecento persone, riunite in un castello, hanno discusso per due giorni di sfide globali, poi hanno votato quali, tra gli argomenti dibattuti, fossero i più importanti per il futuro del pianeta. Il cambiamento climatico è risultato il tema più votato, seguito, nell'ordine, dall'instabilità finanziaria, la povertà e la lotta alle malattie. È una cosa importante da sottolineare perché si trattava di un gruppo di persone molto qualificate che non erano prettamente esperti di clima o di ambiente, erano per lo più esperti di finanza, di economia e di politica; mi ha molto colpito che la loro scelta sia caduta sul climate change, così come è stato molto interessante partecipare a una lunga discussione sullo scenario che ci attende dopo il 2012, il cosiddetto post-Kyoto. Tutti i partecipanti si sono detti convinti che a breve ci sarà qualcosa di simile a un accordo globale al quale aderiranno tutti i paesi anche se attraverso strade e strumenti diversi, alcuni attraverso il commercio delle emissioni, altri attraverso il Cdm e via dicendo. Ma la convinzione generale è che un accordo mondiale sopravvivrà.

Stavins:
A Copenaghen si potrebbe addirittura raggiungere un nuovo accordo, oppure potremmo vedere gettate solide basi di un quadro di riferimento per un accordo futuro. Ė anche possibile poi che - nonostante si trovi consenso intorno a un nuovo protocollo (e l'apprensione all'interno dell'Onu è così alta in tema di cambiamento climatico che è molto probabile che si arriverà a firmare un nuovo documento) - questo non si configuri propriamente come uno strumento operativo. Potrebbe darsi che anche se ci sarà un Protocollo di Copenaghen o di Johannesburg, di fatto il G8 insieme ai 5 paesi emergenti (Cina, India, Brasile Messico e Sud Africa, ndr) si incontrino separatamente e possano raggiungere un accordo diverso; oppure potrebbe succedere che nonostante si approvi un nuovo protocollo, si imponga comunque un diverso strumento operativo a dispetto dell’accordo stesso. Non possiamo sapere esattamente cosa accadrà, si possono fare tante ipotesi. In molti vogliono un protocollo nuovo e che non sia soltanto un patto simbolico, ma che sia uno strumento operativo. Noi stiamo lavorando affinché si raggiunga questo traguardo, ma penso che sia semplicemente troppo presto per sapere cosa accadrà.

«Reset»: La diplomazia internazionale troverà la sua strada negli incontri già fissati nell'agenda e, probabilmente, porterà a un risultato per regolamentare le emissioni di gas serra dopo il 2012. Ma qual è il ruolo dell'opinione pubblica in questo percorso? Il cambiamento climatico riguarda molto da vicino anche la vita di tutti i giorni, il modo in cui riscaldiamo, raffreddiamo e illuminiamo le nostre case, i luoghi di lavoro, le strade; riguarda il modo in cui smaltiamo rifiuti e ci spostiamo. Sembra diffondersi una sorta di clima d'opinione per cui le persone avvertono la questione energetica come una priorità, ma sono molto lontane dal conoscere e comprendere come gli atteggiamenti quotidiani e le scelte politiche siano il risultato di una complessità che può richiedere tempi molto lunghi, investimenti e forse anche qualche sacrificio, come quello di modificare alcune abitudini di vita consolidate. Che rapporto c'è tra le questioni energetiche e l'opinione pubblica? Come quest'ultima può essere coinvolta e risultare utile al raggiungimento di risultati concreti?

Stavins:
Dirò qualcosa delle realtà che conosco meglio, come gli Usa e l'Australia. Iniziamo da quest'ultima: non ho ancora visto un luogo, Europa del Nord compresa, in cui ci sia, come in Australia, così tanta attenzione verso la problematica del cambiamento climatico da parte di tutta la popolazione, dai ministri ai tassisti. Una ragione sta nel fatto che da, una parte, gli australiani attribuiscono al climate change, a torto o a ragione, la siccità che colpisce la loro terra. Il territorio australiano, eccetto la parte nord subtropicale, è costituito principalmente da deserto e l’approvvigionamento di acqua dipende totalmente dalle precipitazioni, perciò sono tutti molto preoccupati. Un'altra ragione di un così diffuso timore è che l’Australia non si sta muovendo con una politica particolarmente aggressiva di vincoli alle emissioni, e questo costituirà un costo per il governo australiano perché sta portando il paese a dipendere, per lo più, dal mercato internazionale delle emissioni, inoltre i suoi competitori più pericolosi, come la Cina e le altre potenze economiche asiatiche non vincolate al protocollo di Kyoto, sono molto vicine.
Da qui derivano enormi preoccupazioni sui costi della lotta al cambiamento climatico.
Il risultato fa dell'Australia un posto davvero unico: c'è un elevato e diffuso allarme per i danni prodotti dal cambiamento climatico e, allo stesso tempo, non c'è giorno in cui sulle pagine dei quotidiani di tutti gli orientamenti politici non compaiano articoli e dibattiti sui costi elevati delle azioni da prendere per abbattere le emissioni di gas serra.
La realtà australiana contrasta tremendamente con quella degli Stati Uniti, dove la popolazione ha in generale un basso livello di preoccupazione rispetto al cambiamento climatico, la consapevolezza del problema riguarda soltanto le classi dirigenti, con alti livelli di istruzione e redditi elevati. Tra questi, tra coloro che sono più liberali e democratici, c’è una forte propensione all’azione. Ma se si andasse in una piccola cittadina della provincia americana sarebbe molto difficile rilevare una concreta sensibilità al problema. A livello politico, il cambiamento climatico non è considerato una priorità, non è un tema di prim’ordine. Per esempio, ho partecipato tempo fa a un incontro con i consiglieri di Obama e McCain per il global warming. Entrambi sono specializzati in ambiente e cambiamento climatico, ma se si chiedeva loro di proporre una soluzione o un’iniziativa politica per cercare soluzioni al problema, rispondevano che non tutto può essere considerato come una priorità. La verità è che per il Presidente degli Stati Uniti le grandi questioni saranno due: l'economia e la guerra in Iraq. Poi, in ordine di importanza e di urgenza, ci sarà il sistema sanitario, un tema che suscita parecchie preoccupazioni negli Stati Uniti. Questo non significa che il cambiamento climatico sarà ignorato, anzi, di certo avrà più attenzioni di quante non ne abbia avute finora, probabilmente si cercherà di mettere in piedi un programma interno di scambio di emissioni nel biennio 2009/2010 per essere in grado di giocare un ruolo da protagonisti nelle discussioni internazionali su ciò che avverrà dopo il 2012. Ma bisogna vedere la questione in prospettiva, e negli Stati Uniti questa non è senz’altro una prospettiva politica di prim’ordine, così come non lo è nelle coscienze di gran parte della popolazione.

Carraro: Io credo che, almeno dal punto di vista europeo, la differenza stia in una prospettiva di breve o di lungo termine. Le tre questioni dell’economia, della guerra in Iraq e della sanità sono tutte problematiche di breve termine. La percezione della popolazione è ciò che più conta e che più si riflette sulle decisioni dei politici; e le questioni con una prospettiva di breve termine sono quelle più sentite dalla popolazione. Possiamo dire che probabilmente è sbagliato che i politici distribuiscano così la priorità delle scelte da compiere, possiamo dire che la politica ha anche il dovere di attivarsi su prospettive di lungo periodo che però hanno un’urgenza che l'opinione pubblica non percepisce in maniera immediata. Ma non possiamo fare a meno di constatare che è un atteggiamento dominante della politica, specialmente quando le risorse sono scarse, in situazioni come guerre, crisi finanziarie o energetiche. Quando si ha la percezione di trovarsi in situazioni di rischio o di incertezza, l'attenzione delle persone si focalizza sul breve periodo. In Europa è lo stesso: l'opinione pubblica è consapevole del cambiamento climatico, ma non lo avverte come una priorità. Anzi, forse in Europa non esiste nemmeno una chiara percezione fisica del problema e non si rendono conto in maniera concreta di come potrebbe effettivamente colpire le loro vite. In Olanda ci sono già piani di protezione contro il cambiamento climatico, si stanno già spostando abitazioni dalla costa all’interno, perché sanno che prima o poi non saranno in grado di fermare le inondazioni; ma in molti altri paesi questo non succede affatto. La popolazione non conosce gli impatti e gli investimenti che sono necessari per far fronte al cambiamento climatico, per l’adattamento, per la mitigazione degli effetti, oppure per migliorare il settore energetico e per le infrastrutture.
Alcuni non sanno neanche molto in merito ai costi di questi investimenti. Ogni anno, nei paesi dell’Europa del Nord, viene approvata una legge finanziaria con piccole variazioni sul taglio della spesa pubblica, nonostante si tratti di iniziative minime rispetto agli sforzi necessari per far fronte ai cambiamenti climatici, l'opinione pubblica li percepisce come interventi consistenti. Tuttavia stiamo parlando di un problema che non riguarda solo l'ambiente e il riscaldamento del pianeta, ma coinvolge tutte le politiche di lungo periodo che subiscono ritardi e rimandi perché non percepite come priorità, qui sta l'errore, perché quando saranno avvertite come urgenti, allora potrebbe essere troppo tardi per porvi rimedio. Potrebbe accadere lo stesso con il climate change: quando sarà diffusa la convinzione che non ci sarà più tempo per rimandare, allora potrebbe essere troppo tardi, si potranno prendere provvedimenti per mitigare gli effetti, ma di certo saranno molto costosi.

Stavins: Sono d’accordo. In democrazia i governi dovrebbero percepire le priorità della popolazione e fare ciò che i cittadini chiedono loro di fare. Purtroppo però, il cambiamento climatico chiede qualcosa in più: l’assunzione di una vera e propria leadership e di un rischio politico da parte della classe dirigente. Le ragioni comprendono quello che ha già detto Carlo, ovvero che si tratta di una questione di lungo termine, ma c’è anche un altro motivo che rende il cambiamento climatico un tema molto speciale e difficile, per cui è necessaria una maggiore leadership politica. Negli Stati Uniti, ogni legge ambientale è stata approvata in risposta alla percezione di un evento disastroso a livello nazionale, non è mai stata una necessità imposta da ricerche scientifiche, ma è sempre stato un provvedimento che faceva seguito a un’improvvisa calamità naturale. Il Clean Water Act (la prima legge federale del governo degli Stati Uniti per regolamentare l'inquinamento delle acque, ndr), ad esempio, è stato approvato dopo gli incendi del 1969 che colpirono il fiume Cuyahoga. Il fatto che un fiume potesse andare a fuoco a causa di esplosioni chimiche sulla sua superficie, sorprese e spaventò così tanto la popolazione da portare all'emanazione di una delle leggi americane più rivoluzionarie in materia ambientale. Questo modo di agire della politica, inteso esclusivamente come reazione alle catastrofi, pone un problema se riferito al cambiamento climatico: quando il fiume Cuyahoga prese fuoco, i giornali, colpiti dalla straordinarietà della vicenda, sottolinearono l’assurdità che un fiume potesse incendiarsi e rimarcarono che il fenomeno era evidentemente dovuto agli elementi chimici sulla superficie delle acque e non a un’eventualità naturale. Ma per quanto riguarda il cambiamento climatico, anche se si realizzassero alcune delle peggiori previsioni atmosferiche, la temperatura in un dato luogo dovrebbe aumentare così tanto da superare abbondantemente gli attuali picchi estivi. Ma quando parliamo di riscaldamento globale e di innalzamento della temperatura, parliamo della variazione della temperatura media, non parliamo delle singole temperature in un luogo ben precisato. In altre parole: abbiamo il problema della differenza tra il segnale e il rumore. Le persone non osservano il clima, osservano il tempo, le condizioni meteorologiche. Questo vuol dire che nel sistema c'è così tanto rumore che per farci rendere conto della portata effettiva del problema e dare impulso al legislatore, ci vorrebbe un disastro naturale di enorme portata, capace di andare sopra al rumore e colpire materialmente la nostra percezione; un episodio come il distaccamento di un massiccio di ghiaccio dai poli sposterebbe la nostra attenzione, chiamerebbe i politici a varare misure di emergenza, ma allora sarebbe ormai troppo tardi. Il gioco tra percezione dell'opinione pubblica e scelte politiche, basato - come negli Usa – sulle emergenze, non è funzionale a trovare risposte per il cambiamento climatico.

«Reset»: Che cosa possiamo dire allora del futuro? Tutto il dibattito sul global warming sembra proiettato verso gli anni che verranno: cercare di costruire un'agenda politica efficace, trovare risposte e soluzioni prima che sia troppo tardi, adattarci ai cambiamenti. Ne emerge un quadro proteso a preparare un futuro diverso, dal punto di vista delle scelte e delle possibilità energetiche, dagli anni che stiamo vivendo. Quanto dovrà o potrà essere diverso il futuro dell'energia?

Carraro:
Innanzitutto, qualunque saranno le decisioni e i provvedimenti che si prenderanno, le fonti fossili, in particolare gas e petrolio, sono esauribili. Sappiamo che sono destinate a essere sempre più scarse e che dovrebbero esaurirsi, al massimo, entro 70-80 anni. Per cui dovremo accelerare quei processi che saremo costretti ad affrontare in ogni caso: implementare l’uso di altre fonti di energia, in particolare il solare che ha il potenziale per essere la fonte di energia per il futuro.
Inoltre dovremmo prepararci a cambiamenti che riguardano tutto il settore energetico. Se ci spostiamo dalle fonti fossili alle rinnovabili, cambierà il rapporto tra le potenze mondiali, tra paesi ricchi e paesi poveri.
Ci sono paesi, soprattutto in Africa, le cui difficoltà con le risorse idriche saranno aggravate dal cambiamento climatico. Se noi saremo in grado di risolvere la questione dell’energia, saremo in grado di risolvere anche quella dell’acqua. Dobbiamo pensare a un rapido cambiamento tecnologico in questa direzione, ma non si vedono investimenti concreti in ricerca e sviluppo in questi nuovi settori. Gli investimenti pubblici sono un quarto di quanti erano negli anni Ottanta, quelli privati sono circa il doppio dei pubblici, ma comunque troppo scarsi rispetto a quanto sarebbe necessario. Non possiamo aspettarci che un cambiamento tecnologico, drastico e di grande portata come quello di cui abbiamo bisogno, cada dal cielo; va preparato con investimenti in sviluppo e ricerca e non vedo questa consapevolezza. Credo che questo sia il futuro e che noi non stiamo facendo nulla per preparalo.

Stavins: Io sono piuttosto fiducioso nel passaggio dal petrolio e dal gas naturale alle rinnovabili in breve tempo, nei prossimi tre o quattro decenni. Ora negli Stati Uniti il petrolio è utilizzato quasi esclusivamente come carburante per le auto, ma in altre parti del mondo il greggio è utilizzato anche per generare energia. Tuttavia, possiamo notare una certa instabilità politica nelle aree di estrazione del petrolio, come il Medio Oriente. Sono tutti segnali di una transizione che sta già cominciando e che credo si concluderà con successo, anche se è difficile dire con sicurezza quanto l'azione di un determinato cartello stia incidendo sull'elevato prezzo del petrolio, quanto incida invece l’allarme di una crescente scarsità della risorsa e quanto le anticipazioni del mercato su una maggiore domanda di greggio da parte della Cina.
È un processo che sarà positivo per il cambiamento climatico, perché le risorse che sostituiranno il petrolio avranno comunque un minor contenuto di carbonio, come per esempio i veicoli elettrici.
Il problema maggiore, invece, credo che riguardi il carbone, perché ce n’è ancora in abbondanza nel sottosuolo. Nella storia del mondo non abbiamo mai esaurito le risorse naturali, ciò che abbiamo fatto è stato limitarne l’uso quando sono aumentati i costi per il loro sfruttamento, e questo è stato possibile perché si sono trovati dei sostituti. Quindi io immagino che con valide alternative il petrolio possa essere lasciato nel sottosuolo, anche perché l’estrazione è un processo molto costoso. Ma c’è così tanto carbone a buon mercato negli Stati Uniti, in Cina, in Australia, in Polonia e in Germania, è una risorsa così economica che solo una normativa pubblica molto rigida potrebbe proibirne o limitarne l’uso. Unica alternativa potrebbe essere quella di sviluppare, in una trentina di anni, una seria tecnologia di cattura e immagazzinamento del carbonio, in modo tale da consentire l'utilizzo del carbone come fonte di energia neutralizzandone le emissioni nocive in maniera più o meno permanente.


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