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Il tramonto dei gemelli K. E poi?

Intervista di Bimba De Maria

14-07-2008

Argomenti: Pensare l'Europa

Bronislaw Geremek, è morto in seguito a un incidente stradale il 13 luglio 2008, all'età di 76 anni.
"Patriota polacco, combattente della libertà, fervente europeista, eminente intellettuale" con queste parole il Presidente Napolitano ha descritto la figura di Geremek, che fu tra i maggiori capi del movimento Solidarnosc e fu, nel 1989, un protagonista della transizione polacca dalla dittatura alla democrazia.
Dal 1997 al 2000 fu Ministro degli Esteri, dal 2004 era parlamentare a Strasburgo nel gruppo dell'Alleanza dei democratici e liberali per l'Europa.
Dissidente della dittatura comunista e oppositore tenace della deriva ultraconservatrice dei gemelli Kaczynski, nell'aprile del 2007 Geremek rifiutò di sottomettersi alla Lustracja, la legge che imponeva di certificare la totale mancanza di legami con il passato regime comunista.
Pubblichiamo qui la sua ultima intervista pubblicata in Reset n.104, Novembre - Dicembre 2007.

Il Palazzo della Cultura e della Scienza, un regalo di Stalin ai polacchi, è diventato il simbolo di Varsavia. Lo avrebbero voluto distruggere al termine della dittatura con ruspe e trattori; prevalse invece l’idea di illuminare il grattacielo staliniano e di circondarlo con moderne geometrie architettoniche di giardini rampanti, le cosiddette terrazze d’oro.
La rivoluzione di Solidarnosc provocò lo smantellamento dei poteri della dittatura comunista in Polonia. Tuttavia, i nuovi dirigenti cercarono un «compromesso» con i vecchi leader, creando – caso unico negli stessi mesi dell’89, in cui cadevano i muri nei paesi blindati dalla cortina di ferro – quella che venne definita tavola rotonda. «Un’idea della politica – ha scritto Adam Michnik, teorico del movimento – che non cercava vendette». Lo stesso Michnik ha dichiarato in un recente editoriale sul giornale da lui diretto, la Gazeta Wyborza: «Volevamo una Polonia dove potessero vivere tutti e non costruire un paese diviso tra vincitori onnipotenti e vinti oppressi».

Nonostante gli aneliti a un passaggio non violento alla democrazia, oggi appare evidente che la Polonia non ha assorbito il trauma del cambiamento. A diciotto anni dalla rivoluzione, esaurita la fase gioiosa delle libertà conquistate, il paese è scivolato in un periodo in cui la politica è solo dura lotta per il potere, tradendo le aspettative di benessere e uguaglianza di Solidarnosc. Come in un tragico ricorso storico anche la rivoluzione moderata starebbe «mangiando i suoi figli»: aleggia nelle città un clima di sospetto e di timore nei confronti del partito di estrema destra dei gemelli Kaczynski, «Diritto e Giustizia» (Prawo i Sprawiedliwość, PiS), che riporta paradossalmente agli anni bui prima dell’89. I «gemelli K» (così vengono derisi nelle vignette satiriche, Lech – il presidente della repubblica – e Jaroslaw Kaczynski, il capo del governo) sono saliti al potere da un anno e mezzo: ex membri di Solidarnosc, ora nazional-populisti che mal sopportano l’entrata della Polonia in Europa. Il premier Jaroslaw Kaczynski, non riuscendo a mantenere il controllo della coalizione di governo, formata anche da piccoli partiti di una destra ancora più estrema, ha compiuto un vero e proprio colpo di mano, sciogliendo il parlamento e indicendo nuove elezioni. Una seconda vittoria del PiS sancirebbe il suo potere indiscusso sul paese. A questo punto i fratelli Kaczynski potrebbero attuare il progetto di cancellare una parte sostanziale della Costituzione del 1995 per fondare una IV repubblica.
La popolarità del PiS è accresciuta grazie al sostegno di «Radio Marija», il cui direttore – il redentorista padre Tadeusz Dziennik – lancia anatemi contro l’aborto, l’eutanasia e l’omosessualità, attacca l’Europa, la teoria darwiniana dell’evoluzione della specie e gli ebrei, che avrebbero ottenuto il controllo dei mercati utilizzando l’aureola del martirio. Bronislaw Geremek, docente di Storia medioevale, ex prigioniero politico, leader storico e ideologo di Solidarnosc, è stato ministro degli Esteri e ora è deputato liberal-democratico al parlamento europeo. È sicuramente il testimone più autorevole della lotta contro il totalitarismo comunista in Polonia. In questi mesi il prof. Geremek si è trovato coinvolto in un braccio di ferro con il governo dei fratelli Kaczynski a proposito della riedizione della legge Lustracja che prevede l’obbligo per i polacchi a sottoscrivere un documento inviato dalle autorità, nel quale il cittadino deve ammettere o negare di avere avuto rapporti con i servizi segreti durante l’occupazione comunista, pena il licenziamento immediato. Finora i cittadini coinvolti sono stati circa 700mila. Alcuni giudici della Corte costituzionale hanno sollevato dubbi di anticostituzionalità della legge, la cui attuazione per ora è stata sospesa. È possibile che, dopo le elezioni di ottobre, la Lustracja entri nuovamente in vigore con alcune piccole modifiche.

Prof. Geremek, lei ha rifiutato di firmare la lettera-documento spedita dalle autorità polacche. Il parlamento europeo si è schierato in sua difesa e diversi europarlamentari hanno condannato il clima di «caccia alle streghe» ormai diffuso in Polonia. In risposta a queste polemiche l’ex premier Jaroslaw Kaczynski l'ha accusata di danneggiare l’immagine della nazione e di fomentare una campagna antipolacca. Ci racconti il suo «gran rifiuto».

Un beau geste. Le assicuro che le autorità polacche conoscono bene la mia storia, anno dopo anno: le persecuzioni che ho subito, la mia attività politica clandestina con Solidarnosc, la mia prigionia. Oggi sono una voce che narra al mondo gli anni che hanno portato alla rivoluzione incruenta del 1989 a Varsavia. È mio dovere sottolineare che dopo l’89, prima delle libere elezioni e prima di assumere cariche politiche e di governo, ho sentito il dovere di sottoscrivere di mio pugno documenti nei quali ho dichiarato di non avere avuto contatti con la polizia segreta polacca – l’Sb – durante il regime comunista. Mi sono esposto pubblicamente, parlando in televisione, nelle piazze e nelle aule universitarie.
Il clima di diffidenza generale che aleggia oggi nel nostro paese è assurdo e inconcepibile. Mi vengono i brividi solo a parlarne. Voglio spiegarle che cosa è questa nuova legge, la Lustracja dei fratelli Kaczynski. Si tratta di un numero infinito di carte, chilometri di pagine ingiallite scritte a mano, che riguardano le attività e la vita privata di migliaia di cittadini. Il governo polacco pretende che i cittadini, trascorsi diciotto anni dalla rivoluzione di Solidarnosc, compiano un atto di sottomissione nei confronti dei nuovi capi. Ma chi sono questi nuovi capi? Sono i burocrati del partito di Kaczynski, molto giovani, senza memoria del passato, ma ubbidienti agli ordini del Palazzo. L’effetto è devastante: se il cittadino che riceve il plico non lo firma e non lo rimanda all’Ufficio dei servizi segreti, vive sapendo di non avere nessuno che lo difenda. Il ricatto per ottenere le dichiarazioni prevede la perdita del proprio posto di lavoro. A Varsavia e in tutta la Polonia, vengono indagati migliaia di cittadini tra insegnanti, professori universitari, impiegati, giornalisti, capi di aziende e contadini. Con tono spietato, dietro le loro facce da pupazzi, i burocrati minacciano dicendo: «Non dimenticate, cittadini, che il potere politico può fare tutto». È in atto una vera manipolazione antidemocratica.
Il mio rifiuto di firmare il documento è stato inscindibilmente un atto di orgoglio e un atto politico. Un esempio che mostrasse a coloro che sono dominati dalla paura che le ombre del ricatto possono essere scacciate. Il mio rischio personale, quello di perdere lo scanno di europarlamentare, è in queste circostanze insignificante. È la stessa scelta morale che feci quando, da professore di Storia medioevale, mi tuffai anima e corpo nel movimento dei lavoratori di Danzica. Sono coerente. Ho voluto espormi in prima persona contro la Lustracja.

Secondo il suo amico fraterno, Adam Michnik, in Polonia si sta palesando il rischio di un colpo di Stato strisciante.

Non voglio demonizzare il governo polacco. Ma la possibilità di un coup d’état rampant corrisponde a una constatazione piuttosto realistica. La Polonia è ancora un paese democratico con libere elezioni. Soprattutto è un paese dove i giudici sono degni del loro nome. Parlo dei giudici della Corte costituzionale che hanno respinto la legge per ragioni di anticostituzionalità. Sono certo che la società civile reagirà all’oscurantismo che aleggia nella Lustracja in nome di Solidarnosc. Sa perchè mal sopporto i Kaczynski? Stanno mandando in fumo i sogni e per questo sono pericolosi.

Vi sono due luoghi della memoria a Varsavia: la via che porta al ghetto e l’edificio grigio dove vengono ancora conservati gli archivi dei servizi segreti, che oggi è chiamato Palazzo della Memoria nazionale.

Sono nato a Varsavia, ho trascorso quasi tutta la mia vita in questa città. La amo e sono legato a ogni suo angolo, anche se non è bella come altre città polacche, per esempio come Cracovia. Varsavia è la città rasa al suolo dai bombardamenti nazisti, dove Hitler mise in atto «la soluzione finale» contro gli ebrei. Fu scenario dell’insurrezione disperata dei polacchi stremati dagli anni della guerra, del tradimento degli alleati che lasciarono mano libera a Stalin e all’occupazione delle truppe sovietiche. Memoria è una parola sacra. E il Palazzo dei Servizi dei Kaczynski non è un luogo della memoria, quanto piuttosto della vergogna.
Usare i documenti trascritti dagli agenti della polizia segreta, che spiava con microfoni la vita di milioni di polacchi durante il regime, è indecoroso e non degno di un paese libero. Io ricordo perfettamente l’incubo di essere controllato e spiato dai microfoni o dagli agenti che mi seguivano dappertutto. Le carte che testimoniano ogni mia azione sono sugli scaffali del Palazzo della Memoria. È inconcepibile che si condanni un cittadino, eliminandolo dalla vita sociale e impedendogli un qualsiasi futuro personale e familiare – una vera condanna della memoria, appunto – a causa del rapporto di un poliziotto. Se sono stati commessi crimini durante il regime comunista, i colpevoli dovranno essere giudicati dai tribunali.

Come spiega il fenomeno per cui un polacco su tre presta fede alla politica xenofoba diffusa dai microfoni di «Radio Marjia»?

Sono sconcertato. È certamente vero che «Radio Marija» è un’emittente xenofoba, antisemita e antieuropea, ma in fondo i suoi proclami raggiungono solamente uno o due milioni di persone. Eppure la sua influenza è immensa perché nonostante l’economia polacca attraversi una fase brillante e produttiva, i suoi benefici non sono percepibili dalla popolazione nella sua interezza. La società rurale e contadina si sente penalizzata da un’economia sfrenatamente liberale e sta esprimendo inquietudine e perplessità dopo l’entrata nell’Unione Europea. I Kaczynski e il loro partito fanno leva proprio sul malumore generalizzato di quella fetta di popolazione che non ha goduto dei privilegi della libertà di mercato e che si lamenta perché lo stipendio non basta per arrivare alla fine del mese. Inoltre contano sul senso di sfiducia e di apatia nei confronti della politica che si sta diffondendo tra i quarantenni dell’area liberal-democratica.
Sarebbe giusto invece capovolgere il discorso, prendendo le distanze dagli editoriali di «Radio Marija». È necessario chiedersi perché i leader che hanno guidato Solidarnosc siano impotenti e perché la rivoluzione dell’89 appaia come un capitolo chiuso e appartenente al passato. Dobbiamo aprire gli occhi e la mente: i gemelli K non possono essere ridotti a personaggi diabolici. Noi, uomini della sinistra democratica, non siamo esenti da responsabilità: abbiamo interrotto il dialogo con i cittadini, soprattutto con la massa di gente povera che soffre e si trova ai margini della società. La ricchezza in Polonia non è certamente divisa equamente: quando un individuo vede che il suo vicino ha una bella casa o un’automobile di lusso, la sua reazione istintiva è quella di chiedersi «Perché io non posso avere tutto questo?». Subito scatta l’invidia nei confronti di colui che è riuscito a ottenere benessere e ricchezza. Questi sono istinti bassi e quasi animaleschi che può provare chiunque viva in un paese in cui il dislivello tra ricchezza e povertà è così marcato. Il governo dei Kaczynski ha sollevato l’istinto primordiale dell’invidia. Noi democratici, invece, abbiamo suscitato grandi passioni, ma non abbiamo protetto le vittime del rapido cambiamento del sistema economico, salvaguardando una forma di Stato sociale in linea con gli standard europei.
Ho fiducia nel risveglio delle coscienze. Questo voto ha un valore fortemente simbolico: è un sì o un no a una società aperta, libera e tollerante che, nel cuore dell’Europa, ha rapporti politici ed economici anche con gli antichi nemici, la Germania e la Russia. La politica dei fratelli K sembra scegliere la strada che porterà la Polonia a essere una provincia americana.

L’ex ministro dell’Istruzione del governo Kaczyinski, Roman Giertych, aveva proposto di mettere all’indice numerosi classici della letteratura tedesca e russa. Le sembra un atto concepibile in una Polonia europea?

La Polonia è un paese di alta cultura e tradizione. Purtroppo i dirigenti del PiS stanno mettendo in moto la politica dell’odio, facendo leva sulle ferite lasciate aperte dall’occupazione tedesca e dalla dittatura comunista, appellandosi agli istinti più beceri dell’uomo, in netta contraddizione con lo spirito delle grande cultura del XIX e del XX secolo. La riconciliazione tra polacchi e tedeschi, dopo la caduta del muro, è l’unico destino naturale. La partnership economica con la Germania, dovrebbe essere al primo posto. Così come per i giovani polacchi è essenziale assimilare la cultura tedesca. Mio figlio, oltre all’inglese, studia il tedesco. Mettere al bando i classici della letteratura tedesca e di quella russa sembra il gesto di un pazzo. Che con orrore ci ricorda i falò di libri durante il nazifascismo.

Che cosa dice ai suoi giovani studenti di storia: li richiama al passato o li accompagna al futuro?

Vorrei per loro la riconciliazione di due Polonie. Un processo analogo a quello che in Italia avete definito «compromesso storico». La memoria non può essere spazzata via, ma non deve servire a fomentare odi ancestrali e divisioni. La nostra generazione, quella dei combattenti, non penso che supererà quel sentimento di indignazione contro coloro che attuarono il colpo di Stato del 3 dicembre 1981. Ma è necessario riflettere con intelligenza e ragionevolezza sul fatto che nel 1989, quegli stessi comunisti che avrebbero potuto schiacciarci con i carri armati e con l’esercito, decisero di ritirarsi e di aprire le trattative che portarono al compromesso con Solidarnosc. È dunque giusto che i giovani conoscano anche la storia recente del loro paese.
Vede, io ormai sono vecchio e a un uomo vecchio non sono concessi molti sogni. Ma ho un messaggio che mi viene dal profondo. Credo nella parola «conciliazione». Non solo politica, ma anche tra le tre religioni monoteiste, sopraffatte dai fondamentalismi. Lo Stato deve riconoscere i diversi linguaggi delle religioni, che corrispondono ai linguaggi dello spirito. Il nostro è un paese laico ma cattolicisimmo. Per quaranta milioni di polacchi papa Wojtyla è stato un mito, un’icona, un riferimento nella vita; ma è stato anche il papa della conciliazione, incontrando l’ex generale Jaruzelski.
Ora che è morto, la Polonia ha perduto un padre.


 


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