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La Russia di Putin ai tempi di Medvedev

Andrea Neri

01-07-2008

Argomenti: Pensare l'Europa

Nuovo Presidente, stessa politica. Ecco un giudizio assai diffuso e in gran parte condiviso riguardo la situazione della Federazione Russa ormai guidata da Dmitri Medvedev. Al di là delle opinioni, alcuni elementi dimostrano che, nel momento in cui Vladimir Putin ha smesso i panni di Capo di Stato per vestire quelli di Primo ministro, il peso delle due cariche si è modificato, adeguandosi al nuovo stato di cose. Da quando in Russia le elezioni presidenziali, il 2 marzo, hanno passato lo scettro al delfino di Putin, l’atteggiamento dei leader a livello internazionale diviene significativo per capire la nuova situazione.

Eouhd Barak, Vice primo ministro israeliano e ministro della Difesa, ha rilasciato un’intervista al quotidiano francese Le Monde (20 giugno, Ehoud Barak: “L’Iran est un défi pour le monde”) sulla questione del nucleare iraniano. Le sue riflessioni sul ruolo della Russia nell’intricato groviglio dei rapporti fra Israele, l’Iran, la Siria e gli altri Stati della regione, la dicono lunga. L’attuale Presidente, Dmitri Medvedev, non viene nemmeno citato. L’unico referente, colui che detta la linea della politica del Cremlino è il Primo ministro Vladimir Putin.

Barak si esprime sulle reticenze della Russia a collaborare in maniera attiva con la comunità internazionale per bloccare la corsa al nucleare di Teheran. “Indipendentemente dalle loro dichiarazioni, i russi capiscono perfettamente la situazione” spiega. “Ho discusso con il Primo ministro russo Valdimir Putin. Più di una volta mi ha detto, parlando dei missili iraniani: ‘non è complicato capire. Basta guardare sulla carta: sulla traiettoria che parte da Teheran, Mosca è più lontana di Tel-Aviv, ma molto più vicina di Parigi, Berlino o Londra, senza parlare degli Stati Uniti’. Mosca è perfettamente cosciente dei rischi”. Perché allora perseguire (e proseguire) una politica che essenzialmente è di contrapposizione rispetto agli sforzi degli Stati Uniti? Perché in cima all’agenda della Russia di oggi ci sono altre questioni. Il Cremlino non solo desidera ma ha bisogno di vedere tornare gli Usa alle loro “dimensioni naturali” (come ha detto Putin). Dimensioni, intese come peso sullo scacchiere internazionale, che tengano conto degli errori fatti da Washington in Afghanistan e in Iraq. Ecco perché, se si vuole che Mosca sia un partner nel mettere un freno alle ambizioni dell’Iran di Mahmud Ahmadinejad non si può pretendere allo stesso tempo di bacchettarla su temi sempre caldi come la Cecenia. E ancora, non si può non prendere in considerazione la contrarietà russa a vedere installare in Polonia e Repubblica Ceca le basi dello scudo anti-missile, senza per lo meno avere parte attiva nel progetto USa.

Sono solo alcuni dei temi sui quali necessariamente Dmitri Medvedev non potrà che mantenere la continuità con le posizioni del suo mentore Putin. Lo spiega Vitalij Tret’jakov, Redattore capo della rivista Političeskij klass: lo scopo comune e dichiarato dell’élite politica russa è riaffermare la sovranità e la potenza di Mosca nel concerto dei principali attori mondiali. Che gli elettori reputino necessario continuare ad affidare le scelte chiave all’ex agente del Kgb lo hanno dimostrato le legislative e continuano a dirlo i sondaggi. Un mese dopo l’elezione di Medvedev, il 67% dei russi era convinto che il nuovo Presidente seguirà le direttive del suo predecessore, nonostante il 47% ritenesse che la direzione suprema della Federazione dovrebbe restare nelle mani di Medvedev e solo il 17% che debba invece spettare a Putin. Se si considera il sostanziale “successo” conseguito da Putin in Cecenia (con il raggiungimento di una assai controversa pax che passa attraverso il patto con il clan Kadyrov), il tasso annuale di crescita economica attestato sotto la sua presidenza attorno al 6/7%, la riduzione delle imposte e la creazione di un’imposta unica sul reddito al 13%, è facile capire che per la maggioranza della popolazione russa Putin non è stato solo un buon Presidente, ma un Presidente che ha conseguito risultati di primo ordine. Dopo il caos degli anni Novanta.

Putin e Medvedev dunque con storie e background diversi ma con una comune visione sul futuro della Russia. Una visione che passa di necessità e in primo luogo attraverso il primato energetico del Paese. Un primato tanto più significativo perché ha dato e sta dando origine ad un fenomeno geopolitico cruciale: il ritorno della Russia in Europa come potenza. Mosca esercita una rinnovata influenza sul Vecchio Continente: l’esportazione di idrocarburi verso l’Europa ricopre il 44% per quanto riguarda il gas e il 30% per quanto riguarda il petrolio.

Al principio del suo mandato Vladimir Putin espresse chiaramente la sua idea: «La Russia sarà nuovamente una grande potenza o non sarà affatto». All’inizio del suo mandato Dmitri Medvedev è apparso in pubblico quasi sempre al lato di Putin. Quarantadue anni, giurista civilista di professione, Medvedev è un sostenitore della necessità di rafforzare in Russia lo Stato di diritto. Certamente il suo profilo, fosse anche solo per un volto giovane, decisamente disteso e sorridente rispetto al suo predecessore, potrà rendere meno spigolose le relazioni con i partner europei e internazionali. Nato nel 1965, Medvedev è certo appartenente all’ultima generazione che si è formata in Unione Sovietica. Ma è allo stesso tempo figlio della prima generazione diventata adulta nella nuova Russia. Notoriamente amante della musica hard rock dei Deep Purple, Medvedev resta in definitiva una creatura di Putin. Dal 1991 al 1996 fa parte del Comitato per le relazioni esterne dell’ufficio del sindaco di San Pietroburgo, Comitato presieduto da Putin. Nel 1999 è a capo dello staff presidenziale. Nel 2000 è lui incaricato di gestire il quartier generale della campagna elettorale che porta Putin al Cremlino. Poi continua la sua carriera prima come Presidente del Cda di Gazprom e poi come suo membro. Generalmente considerato un moderato liberale e pragmatico, incarna insomma la miscela perfetta fra le necessità di proseguire la politica avviata da Putin e quella di rinnovare il volto un po’ torvo del Paese accusato di calpestare i diritti umani e le libertà individuali.

Pochi giorni fa, il 18 giugno, un’indagine della procura di Mosca si è conclusa con il rinvio a giudizio di quattro persone. Praticamente assoluto il silenzio del Cremlino a riguardo. Eppure si tratta dell’indagine su un omicidio eccellente: quello della giornalista d’opposizione Anna Politkovskaia, uccisa il 7 ottobre 2006, scomoda accusatrice della politica di Putin in Cecenia e di un metodo politico basato sul sopruso e la prevaricazione dello Stato sui singoli. Un’indagine che lascia tuttavia il vuoto totale sull’esecutore materiale dell’assassinio, ancora latitante, e soprattutto sui mandanti. È forse presto per capire se il silenzio della politica nella nuova Russia di Medvedev sia un segnale significativo. Certamente il fatto che il caso Politkovskaia resti essenzialmente irrisolto rappresenta un monito. E mantiene aperto il dibattito sul rapporto fra sicurezza, libertà dei cittadini e potere nella Russia contemporanea. Quella di Vladimir Putin e quella di Dmitri Medvedev.


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