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“I miei articoli non piacevano al primo ministro”

Emin Çolaşan con Marta Federica Ottaviani

20-03-2008

Argomenti: Pensare l'Europa

Ufficialmente lo hanno mandato in pensione per sopraggiunti limiti di età. Emin Çolaşan, 63 anni portati con disinvoltura, è stato per oltre un ventennio una delle firme più importanti del quotidiano Hürriyet e del giornalismo turco. Lo scorso 13 agosto è uscito il suo ultimo articolo, in cui denunciava il processo di islamizzazione in atto nel Paese. Il giorno dopo si è visto recapitare la lettera di dimissioni. In settembre ha scritto un libro dal titolo Mi hanno cacciato, popolo non dimenticarmi, dove racconta la sua storia. In appena un mese e mezzo è arrivato alla 73ma edizione, per un totale di copie vendute che sfiora le 200mila. Da settimane è in testa alle classifiche di vendita. La sua tesi è una sola: che la Turchia rischia e che l’Europa dovrebbe pensarci due volte prima in includerla nel club dei 27.

Signor Çolaşan, lei lo scorso agosto ha perso nel giro di 24 ore il lavoro che faceva da oltre vent’anni. Che cosa è successo?

Si è trattato della stretta finale di una morsa che durava dal 2003, quando Erdogan ha preso il potere per la prima volta. Col tempo il potere del governo è aumentato, arrivando a influenzare anche il mondo economico e di conseguenza gli editori. Pressioni ce ne sono state tante. Alla fine hanno voluto la mia testa.

Quindi nonostante la questione dell’età lei ritiene di essere stato vittima di una censura politica?

Esattamente. I miei articoli non piacevano al primo ministro. Era risaputo da tempo.

Possiamo definire la stampa turca libera in questo momento?

No. Non si possono attaccare il governo e il presidente della Repubblica (l’ex ministro degli Esteri e grande amico di Erdogan, Abdullah Gül ndr). E anche gli organi di opposizione hanno dei limiti. L’obiettività giornalistica in Turchia ora non esiste.

Il suo libro è da settimane in testa alle classifiche. Si tratta di suoi ex lettori molto affezionati o è segno che la leadership di Erdogan inizia a incrinarsi?

Credo che per la maggior parte si tratti di lettori di Hürriyet a cui mancano i miei articoli. Quando sono stato licenziato in redazione sono arrivati centinaia di fax di protesta. Ma sicuramente ci sono anche degli elettori di Erdogan fra le centinaia di migliaia di persone che hanno acquistato questo volume in così poco tempo. Il mio licenziamento ha sollevato un vero e proprio caso nazionale, il Paese ne ha parlato per una settimana. È chiaro che anche chi non era abituato a leggermi si è incuriosito.

Come ha ricordato il suo allontanamento dal giornale ha occupato le prime pagine dei quotidiani. Ma come si sono comportati i suoi ex-colleghi di Hürriyet con lei? Ha ricevuto manifestazioni di solidarietà o proposte di lavoro da altre testate?

Dagli ex-colleghi solo telefonate private in cui mi dicevano che gli dispiaceva molto. Ma nessuna presa di posizione pubblica. I giornalisti delle altre testate invece si sono spesi molto per la mia causa. Anche quotidiani dalle idee diverse dalle mie. Ho ricevuto una proposta di lavoro, ma mi sono preso del tempo per riflettere.

A proposito, ci può dire a quale schieramento politico appartiene?

Mi professo laico e kemalista.

E che cosa ne pensa un laico e kemalista del governo Erdogan?

Penso che l’azione politica di Recep Tayyip Erdogan parta da basi religiose e questo non mi piace.

In Turchia c’è il rischio di deriva islamica?

Vede, il meccanismo di islamizzazione del Paese è già in atto da diverso tempo, per la precisione da quando Erdogan ha preso il potere per la prima volta. Si tratta di un processo lento, profondo, calibrato nel dettaglio, che si insinua nella popolazione senza che la maggior parte se ne accorga. Vanno avanti per gradi e secondo uno schema preciso.

Eppure Bruxelles esprime apprezzamento per l’operato politico del premier. L’Europa non ha capito niente o lei sta esagerando?

Nessuna delle due. All’Europa Erdogan va bene così perché lui dice sempre di sì e poi ha messo in vendita il Paese.

Ce l’ha con il liberismo economico del premier?

No. Io non sono contrario all’ingresso di capitali stranieri e investimenti diretti nel Paese. Ma vorrei che da quegli investimenti nascesse qualcosa di utile e proficuo sul lungo termine per la Turchia. Adesso invece mi sembra che la stiano saccheggiando. Vengono, comprano ed è finita lì.

Il governo Erdogan secondo lei ha fatto qualcosa di buono?

Gli riconosco il merito lavorare a importanti riforme sociali, ma non è abbastanza per cambiar il mio giudizio nei suoi confronti.

Torniamo a Bruxelles. La Turchia è pronta per entrare in Europa?

Certo che non lo è. Ma ha poca importanza perché io sono sicuro che se continua così la Turchia in Europa non ci entra, continueranno a tenerci sulla porta e le posso dire una cosa?

Dica

Se fossi europeo questa Turchia in Europa non la vorrei neanche io.

Questa le confesso che non me l’aspettavo. E perché non vorrebbe questa Turchia in Europa?

Perché ormai la Turchia si sta riducendo tutta come il quartiere di Fatih (quartiere dei musulmani ultra osservanti a Istanbul ndr). Sta diventando uno Stato fondato sulla religione e sul conservatorismo. Le donne velate aumentano di generazione in generazione. Lei lo prenderebbe in Europa uno Stato così?

Cosa ne pensa di Abdullah Gül Presidente della Repubblica?

Credo non sia sufficientemente imparziale per ricoprire un ruolo del genere. Lui si limita a firmare quello che approva il governo Erdogan.

Come passa le sue giornate adesso che è in pensione forzata?

Leggo i giornali. Rispondo ai lettori. Ogni giorno mi arrivano centinaia di mail. Sono la mia maggiore soddisfazione.

Non si annoia?

Le devo confessare che non ero abituato a fare questa vita. Si figuri che quando lavoravo non ho mai fatto più di un mese di ferie.

Se domani venisse da lei Ertugul Ozkok, il direttore di Hürriyet, e le dicesse di tornare a lavorare che cosa risponderebbe?

Ci dovrei pensare.

Le manca il suo lavoro?

Era la mia vita, non il mio lavoro.


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