CaffèEuropa.it si è trasferito su Reset.it

Da Bruxelles troppe voci diverse, e dubbi risultati | Caffè Europa - Webzine di cultura europea e democrazia informata
RSS
Stampa articolo
Commenti (0)
delicious
digg
Facebook
google
yahoo
technorati

Da Bruxelles troppe voci diverse, e dubbi risultati

Miodrag Lekić con Arianna Acierno

03-03-2008

Argomenti: Pensare l'Europa

“È la storia di una piccola frazione di territorio che ha messo in crisi il mondo. Uno scontro di carattere etnico-locale che è stato in grado di coinvolgere l’intera comunità internazionale, dando vita a una complessa rete di iniziative diplomatiche, volutamente ambigue, che hanno determinato dall’esterno il futuro dell’intera regione”.
Con queste parole un grande esperto di politica internazionale, e dell’area balcanica in particolare, legge i fatti che hanno riportato il Kosovo al centro della scena internazionale lo scorso 17 febbraio, in occasione dell’autoproclamazione dell’indipendenza.
Miodrag Lekić, docente alla Luiss Guido Carli e alla Sapienza di Roma, parla del neonato stato indipendente con naturale eleganza, con una modesta e cordiale disponibilità che mettono in evidenza il vissuto intenso e la profonda competenza di chi è stato nel 1999, ai tempi dei bombardamenti Nato in Kosovo, ambasciatore della Repubblica Federale di Jugoslavia in Italia e che ha tradotto la propria esperienza nel libro La mia guerra alla guerra (Guerini e associati, 2006).

Professore, cosa sta succedendo in Kosovo? Come si è arrivati alla situazione attuale?

In Kosovo si scontrano due principi basilari del diritto internazionale, quello di autodeterminazione, caro agli albanesi; e quello di integrità territoriale, argomento classico dei serbi. Entrambi sono riconosciuti nell’atto finale della Conferenza di Helsinki, un importante strumento normativo sottoscritto nel 1975 per regolare le questioni di sicurezza in Europa. L’ambiguità della coesistenza tra questi due fondamenti, che danno legittimità alle rivendicazioni di Priština e Belgrado, è anche la ragione per cui si assiste a un panorama vario in cui il riconoscimento dell’indipendenza da parte di numerosi stati europei si affianca a una negazione della stessa da parte di alcuni e a una sospensione di giudizio da parte di altri ancora. Certo è che si potrà parlare di Kosovo come entità statale indipendente solo quando la ex provincia serba entrerà a far parte delle Nazioni Unite, una meta che sembra ancora lontana, soprattutto a causa dell’inserimento, nella questione balcanica, di pressioni e condizionamenti esterni, riflesso di rapporti di forza che hanno influenzato la crisi a livello internazionale.

Quali sono questi attori esterni e quali le loro posizioni rispetto alla vicenda kosovara?

Innanzitutto va considerato il punto di vista delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza si è dimostrato spaccato sulla questione del riconoscimento dell’indipendenza kosovara: mentre Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno accolto l’autoproclamazione di Priština, Russia e Cina l’hanno considerata illegale, appellandosi alla risoluzione 1244 del giugno ’99, che ancora costituisce il quadro normativo stabilito dall’Onu stessa all’indomani dei bombardamenti Nato.
Fondamentali, poi, le singole posizioni di Russia e Stati Uniti. Mosca ha paradossalmente investito poco nei Balcani, in termini di risorse economiche e dialogo politico, ma è tornata, quasi improvvisamente, ad alzare la voce come baluardo delle norme internazionali per proteggere la Serbia e per difendersi da possibili conseguenze interne generate dal precedente kosovaro. Non a caso Putin ha affermato che “ci sono molti Kosovo nel Mar Nero”.
Washington, invece, che possiede un’enorme base militare sul territorio kosovaro, ha sempre appoggiato, neanche molto velatamente, l’indipendenza della provincia, promettendola ufficialmente con il discorso di George Bush di alcuni mesi fa a Tirana. Gli Stati Uniti hanno così perseguito quella politica di frammentazione dell’est e del sud Europa tipica degli ultimi quindici anni, volta a diluire l’unità europea e a legare agli interessi americani le sorti dei piccoli nuovi stati.
Mentre Mosca e Washington si sono dimostrate schierate in maniera univoca, chi per una parte chi per l’altra, Bruxelles non ha perso l’occasione di rivelarsi, ancora una volta, divisa tra le posizioni dei singoli membri, senza riuscire ad esprimere una sola voce comune in politica estera.

Se da una parte l’Europa si è dimostrata divisa sull’affare kosovaro, dall’altra ha investito e continua ad investire molto nei Balcani. Allora quali sono stati gli errori di Bruxelles e quali invece i passi in avanti in questa lunga relazione tra l’Ue e i Paesi della Ex-Jugoslavia che dura ormai da quindici anni?

L’Europa è l’attore più complesso di questo gioco delle relazioni internazionali che si è dispiegato in Kosovo proprio per questo. Bruxelles è quella che ha investito di più nei Balcani, sia per gli aiuti economici messi a disposizione che per il duraturo sforzo diplomatico di trovare una soluzione negoziata alla crisi, con la promessa di fornire a tutti questi Paesi un futuro pacifico e comune nell’Unione. L’Europa ha dato tanto e ha raccolto poco e questo perché ha deluso sia i serbi che gli albanesi, che hanno trovato un appoggio più deciso in Mosca e Washington.
Bruxelles ha deluso soprattutto la dirigenza serba, quella democratica che si è liberata di Milošević e si è impegnata per accreditarsi presso le opinioni pubbliche occidentali. I sondaggi evidenziano un forte calo nella volontà di adesione dei serbi all’Ue, questo perché Belgrado si è sentita tradita da un’Europa che ha attratto a sé i Paesi dei Balcani e ha imposto condizioni dure affinché questi ultimi raggiungessero quegli standard necessari per poter, un giorno, conquistare la membership dell’Unione. Poi, all’improvviso, quella stessa Europa ha dimenticato gli standard richiesti e ha premiato, con un silenzioso assenso non palesemente condiviso solo da alcuni membri del club, la fazione più violenta della lotta kosovara per l’indipendenza, quello stesso Thaçi che ha guidato le l’Uck.
Sono stati così riconosciuti gli obiettivi massimalisti degli albanesi che hanno sempre posto l’indipendenza come conditio sine qua non del negoziato, mentre non sono state ascoltate le proposte di compromesso avanzate dai serbi. È un atteggiamento che la dirigenza di Belgrado poteva aspettarsi e accettare dagli Stati Uniti, ma non dall’Europa. E ora il rischio maggiore che Bruxelles sta correndo è proprio quello di allontanarsi dagli standard di diritto e di legalità che ha sempre difeso e che da sempre costituiscono la sua forza nel sapersi differenziare dal modello statunitense. Il pericolo diventa realtà con la stessa missione Eulex, un corpo di 2000 uomini, soprattutto poliziotti e magistrati, che l’Ue ha prontamente inviato in Kosovo. I fini dei questa forza civile sono nobilissimi, ma è la prima volta che Bruxelles opera al di fuori della legalità internazionale, visto che la missione non gode del mandato del Consiglio di Sicurezza e viene percepita con ostilità dalla popolazione serba.

Quali sono le possibili conseguenze dell’atteggiamento europeo e quali gli scenari futuribili soprattutto su scala regionale?

Il rischio maggiore che deriva da ciò che la Serbia ha sentito come una pesante sconfitta storica potrebbe essere un rigurgito nazionalista, con una possibile vittoria delle forze estremiste alle prossime elezioni, visto che non è certo che tale governo resisterà alla crisi presente. Un’altra conseguenza sarà l’autoisolamento di Belgrado, un distacco progressivo dall’Europa e una perdita di volontà nell’entrare a farne parte, senza considerare il fatto che, questo allontanamento da Bruxelles si accompagnerà a un parallelo approfondimento dei rapporti e dell’amicizia con Mosca.
Inoltre, per ora la Serbia ha dichiarato che non ricorrerà alla forza per cercare di riconquistare il territorio nazionale perso, ma non è detto che mantenga la promessa. Nessuno sa se Belgrado starà a guardare passivamente qualora i diritti della forte minoranza serba che risiede in quei territori vengano messi in discussione dalla maggioranza albanese, o qualora non vengano efficacemente presidiati dalle forze internazionali ed europee. In questo caso, il rischio di scontri armati diverrebbe altissimo, così come quello di veder concretizzate opzioni separatiste in tutta la regione, con un devastante effetto domino.


RSS
Stampa articolo
Commenti (0)
delicious
digg
Facebook
google
yahoo
technorati

Aggiungi il tuo commento

Inserisci nome utente e password e inserisci i tuoi commenti agli articoli di Caffè Europa



Dimenticato la Password?

Non sei ancora registrato?

Iscriviti alla Newsletter
Iscriviti alla Rassegna Stampa

Tea Party
La rivolta populista e la destra americana
Giovanni Borgognone, Martino Mazzonis

Avanti popoli!
Piazze, tv, web: dove va l'Italia senza partiti
Alessandro Lanni

>> Tutti i libri di Reset
MULTIMEDIA
video
M.A.R.E.

video
Lo Tsunami in Giappone

video
Roma-13 febbraio - Se non ora quando?

video
Se non ora, quando? Mobilitazione nazionale donne

video
Rom: guerra ai poveri. Il confronto tra Italia ed Europa

video
Niqabitch per le strade di Parigi

video
Steve Jobs: "Siate affamati, siate folli" (prima parte)

video
Sergio Chiamparino e Nichi Vendola sul futuro della sinistra

video
Umberto Eco su Ipazia: luci e ombre

video
Filosofia e Web: il futuro è scritto

video
2009: I banchieri, Obama e il climate change

video
Tutto il mondo in una canzone

Reset

 Reset n. 128, novembre - dicembre 2011


>> I NOSTRI ARCHIVI