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La più grande debolezza di Obama

Jim Sleeper

13-02-2008

Argomenti: Pensare l'Europa

Il più importante avvertimento che ho sentito fare qui al TPMCafe la notte scorsa veniva da Ken Baer: “Dobbiamo prendere sul serio il fatto che aldilà di questi video di YouTube fichissimi e sferzanti e dei raduni incredibilmente affollati, c’è – a volte – una significativa, silenziosa maggioranza di operai bianchi, ispanici, anziani e donne a cui piace Hillary Clinton e che voteranno per lei. Perché Obama ha dalla sua i bianchi benestanti e gli afro-americani…”

Questo articolo è tratto dal blog che Jim Sleeper tiene sulla rivista online TPM - talking points memo.
La versione originale dell'articolo, insieme ai commenti e agli interventi dei lettori americani, si può leggere in inglese qui.

Obama deve aver fatto la stessa osservazione mentre guardava i risultati, perché il suo discorso della serata si è trasformato in un resoconto commovente del suo iniziale impegno come organizzatore di comunità, per lottare in favore delle persone a basso reddito. Eppure proprio perché il discorso veniva dalla sua esperienza personale nei quartieri a sud di Chicago, poveri e neri, evidenziava le cautele di Ken su quali siano i più forti sostenitori di Obama. Quelli di noi che hanno abbastanza anni alle spalle, possono ricordare che i liberal democratici ci sono già passati e hanno pagato un caro prezzo.

Sì, Obama ha trascinato altri sostenitori in stati come il Nord Dakota, l’Alaska e il Kansas che hanno pochi bianchi ricchi e pochi afro-americani. Ma i democratici non conquisteranno questi stati in novembre, e Obama è nei guai se – e non ne sono sicuro – troppi dei piccoli contributi di 20 – 30 $ ottenuti per la sua campagna non provengono dalle persone delle classi medio-bassa e operaia che Ken ha menzionato, ma soprattutto da persone come i giovani scrittori e giornalisti bianchi e promettenti con cui ho assistito a uno dei recenti dibattiti democratici dal tono elegante (ma nemmeno troppo) nel quartiere newyorkese di Brooklyn Heights.

Ogni volta che John Edwards parlava degli operai sfiniti delle fabbriche che aveva conosciuto, la folla di giovani che stava guardando il dibattito gridava in segno di derisione: “La fabbrica! La fabbrica!”. E anche ogni volta che Hillary Clinton parlava dei suoi 35 anni di esperienza, ridevano sguaiati. Di sicuro, gli slogan dei candidati avevano stancato, ma anche quelle urla erano diventate così noiose che, alla fine, ho esclamato: “Non dovreste avere almeno 35 anni, prima di prendere in giro 35 anni di esperienza?” Piuttosto che chiedere se qualcuno dei presenti fosse mai stato in una fabbrica, ho finito per mordermi la lingua.

Come altri spettatori qui al TPM, alla fine ho deciso di votare per Obama, per ragioni che ho spiegato in un post del mio blog. E lo sostengo ancora. Ma la mia decisione è stata presa con riserve che ho anch’esse spiegato.

Temo che troppi giovani bianchi con prospettive brillanti non abbiano, in realtà, alcuna seria intenzione di correggere le diseguaglianze crescenti che il mondo neoliberista, che dà loro lavoro, sta producendo non solo tra loro e i poveri di colore dei quartieri di periferia ma, al giorno d’oggi, anche tra neri e neri, tra donne e donne, per non dire tra i giovani bianchi trendy e gli operai ispanici e bianchi declassati e sfortunati.

Non che i miei giovani amici difendano a cuore aperto il sistema in cui prosperano. A loro va dato atto che la cosa li mette a disagio. Ma colgono al volo i gesti, soprattutto simbolici, di una politica il cui atteggiamento morale allevia la colpa razziale e di classe e rafforza la loro autostima grazie ai piccoli contributi offerti a Obama, un ragazzo ben istruito, di cui si fidano per aiutare quella gente di periferia senza rimanere troppo coinvolti, senza riconfigurare il modo in cui concediamo esenzioni alle nostre aziende e ricostruire gli investimenti pubblici e privati che danno impiego a giovani bianchi benestanti e a non-bianchi ben educati e, certamente, senza ridistribuire le loro prospettive brillanti, prerogative future e seconde case.

Alcune delle persone con cui ho assistito al dibattito sono troppo giovani per immaginarsi persino di volere una seconda casa. Eppure, ridistribuire le loro prospettive e altro ancora non è affatto una piccola parte di quello che dovremmo fare nella prossima economia mondiale se un democratico – Hillary Clinton compresa – dovesse vincere le elezioni con una coalizione di quei sostenitori a lungo trascurati e male indirizzati che Ken ci ha ricordato.
A differenza di alcuni dei suoi sostenitori, Obama ha preso il suo curriculum umanistico della Columbia abbastanza seriamente da girare Chicago in lungo e in largo dopo la Scuola di Legge di Harvard e da sviscerarne un bel libro. Cosa ancora più importante, ha vissuto e riflettuto sul suo percorso attraverso e aldilà delle derive e degli inganni razziali, con un coraggio personale e pubblico che la maggior parte di noi bianchi può ammirare ma che a noi non sarà mai richiesto di emulare o dimostrare, come è avvenuto nel suo caso.
Questo sono ragioni sufficienti per appoggiarlo, e io lo faccio. Ma non sono ragioni per deridere John Edwards o persino – Dio l’aiuti – Hillary Clinton.
traduzione dall'inglese di Martina Toti


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