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La lezione americana? Idee e parole che scuotono il paese.

Sergio Fabbrini con Mauro Buonocore

07-02-2008

Argomenti: Pensare l'Europa

Il testa a testa Clinton/Obama ci entusiasma. Ma perché? Forse perché ci piace lo scontro? Forse perché amiamo essere spettatori del gioco duro che non risparmia nessuno anche dentro lo stesso partito?
No, ci facciamo sedurre da queste primarie perché mettono in gioco grandi questioni ideali e di principio che dividono gli americani e li fanno ragionare sul futuro del paese.
A un'Italia che si appresta a votare per la seconda in volta in due anni (e per due volte in pochi mesi), la scena politica statunitense  mostra un dibattito vivo di idee e di principii che si scontrano, di visioni che dibattono e si oppongono, di leader che possono correre per la Casa Bianca anche avendo meno di cinquant'anni, come Barack Obama.

Con queste parole Sergio Fabbrini, esperto di politica internazionale e di Stati Uniti in particolare, docente all'Università di Trento e direttore della Rivista italiana di scienza politica, racconta la sua lettura del Super Tuesday americano e spiega: “Le primarie possono favorire un'apertura e la nascita di nuove élites politiche di cui l'Italia ha bisogno solo se esprimono un dibattito su grandi questioni, come sta avvenendo in America dove, con Obama e Hilary Clinton, si discute di temi importanti come il ruolo degli Usa nel mondo, la povertà, la lotta all'esclusione sociale e il ruolo della ricerca”.

Cos'è che rende così diverse le presidenziali americane dalle campagne elettorali che siamo abituati a vedere in Italia?

Le primarie sono un elemento peculiare della politica americana, pongono molto l'accento sui candidati, mentre la politica europea è più centrata sui partiti. Ma fino a un certo punto. Se, infatti, è vero che candidati si auto propongono attraverso gruppi di interesse e comunità di riferimento, è anche vero che le élites politiche dei partiti esercitano un certo potere attraverso quello che in gergo si chiama “primaria invisibile”. Questa avviene circa un anno prima dell'inizio delle primarie ufficiali e consiste in una sorta di dialogo pubblico in cui i rappresentanti più importanti dei due partiti dialogano tra di loro per individuare la candidature più eleggibili. Questo meccanismo ha funzionato bene, per quello che stiamo vedendo, in campo democratico, dove i candidati che seriamente concorrono alla vittoria sono due, ma il ruolo di Edwards resta ancora importante e di peso.
La primaria invisibile ha funzionato meno tra i repubblicani, dove la candidatura di McCain non ha mai avuto contendenti efficaci.
I partiti quindi non sono fuori dal gioco, ma hanno un ruolo assai importante nel definire una rosa di candidati accettabili in base alla quale gli elettori sono chiamati a decidere.

Però McCain e Obama si presentano agli elettori come i candidati che rompono col passato, gli uomini nuovi fuori dai vecchi schemi dei partiti.

I partiti americani sono delle coalizioni all'interno delle quali esistono degli equilibri. McCain non è un outsider rispetto a questi equilibri, ma è il rappresentante della parte più tradizionale dei repubblicani, in particolare di un orientamento realista che lo vede molto legato all'entourage di Bush padre e alla corrente di reaganiani moderati che hanno governato l'America tra il 1989 e il '92 e rappresentano una componente importante del partito.
Barack Obama, da parte sua, è giovane, non ha avuto la possibilità di costruire una grande macchina di endorsement (dichiarazioni di appoggio) da parte di rappresentanti democratici, tuttavia l'endorsement della famiglia Kennedy dimostra che Obama non è un outsider come, retoricamente e giustamente, cerca di presentarsi, ma è un candidato che sta dentro una precisa componente del partito, quella più liberal che si rifà alla tradizione degli anni Sessanta, e incarna una classe media istruita e colta.
Hilary Clinton è invece rappresentante di quelle parti del partito che conoscono bene la macchina statale a vari livelli non solo federale, ma anche nei singoli stati.
Si presentano come outsider, maverick come si dice negli Usa, ma nessuno di loro, nei fatti, lo è.

La formula del Super Tuesday, il giorno delle primarie è una novità assoluta. Cosa ne pensa?

La decisione di aggregare le primarie in un unico giorno, in particolare quelle di stati molto importanti come New York sulla costa orientale e la California a Ovest, ha incontrato molte proteste, soprattutto quelle di stati che temevano di perdere importanza e visibilità, come la Florida e il Michigan che hanno deciso di anticipare le loro votazioni. Questa paura derivava dal rischio che il Super Tuesday si trasformasse in una primaria nazionale, e che i candidati prestassero attenzione solo agli stati più popolosi in cui è in gioco un numero maggiore di delegati. Inoltre c'era la preoccupazione che le primarie successive al 5 febbraio perdessero importanza.
L'esito di questa giornata dà ragione un po' a chi l'ha voluta e un po' a chi l'ha osteggiata.
Da una parte, raggruppare il grosso delle primarie in un giorno può consentire ai partiti di scegliere subito il candidato, di ridurre le decisioni interne, risparmiare risorse e concentrarsi sull'avversario da battere. È il caso dei repubblicani: McCain avrà tempo a disposizione per recuperare il rapporto con la destra del partito, risparmiare risorse ed essere pronto per settembre.
Ma in campo democratico è successo il contrario. Una scelta netta tra Clinton e Obama non è emersa, il che aumenta il peso degli stati in cui si deve ancora votare.

Tra i democratici l'incertezza è grande, ma Barack Obama sembra in costante crescita, sembra addirittura che sia lui il vincitore a pieno titolo del Super Tuesday. Chi sarà l'avversario di McCain?

La macchina elettorale di Hilary Clinton è molto efficiente e potente. Ma Obama sta ottenendo endorsement molto importanti, primo su tutti quello di Ted Kennedy, il “grande vecchio” del partito democratico. Un altro indicatore significativo delle possibilità di vittoria sta nella capacità di raccogliere fondi e il fund raising di Obama sta raggiungendo quello della Clinton e in alcuni stati lo ha addirittura superato. La competizione si annuncia ancora durissima e difficilissima. Questo potrebbe favorire i repubblicani se i due candidati democratici non faranno tra di loro un patto decidendo di tenere il livello del dibattito molto alto, di non colpirsi in modo scorretto.

Esiste tra i democratici un fattore McCain? Il senatore repubblicano ha vinto le primarie proponendosi come l'unico candidato capace di sottrarre elettori indecisi o indipendenti ai democratici. La sua vittoria può giocare un ruolo tra Obama e Clinton?

Molti osservatori americani sostengono che Obama abbia maggiori possibilità di rivolgersi agli indipendenti: molti dei suoi sostenitori sono giovani ed è riuscito a conquistare il voto di elettori di classe medio-alta che in passato era stata affascinata dalle politiche di defiscalizzazione portate avanti dai repubblicani.
Da questo punto di vista Barack Obama appare più competitivo e più alternativo rispetto a John McCain, soprattutto se pensiamo alla politica estera e alla differenza, molto marcata tra i due, sull'Iraq.
Però anche Hilary Clinton ha parecchie frecce al suo arco: ha saputo collocarsi al centro della politica del Senato, ha grande autorevolezza nelle politiche sociali e della sanità, ha l'appoggio di una grande lobby ebraica e soprattutto, grazie anche al marito, può disporre di una rete di rapporti molto importanti.
Non so se la tesi che vede Obama come il miglior avversario da contrapporre a McCain risulterà vera; l'importante è che la competizione con la Clinton sia condotta in modo tale da attivare e mobilitare gruppi di democratici che negli ultimi anni si erano allontanati dalla politica attiva.


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Commenti dei lettori

Obama e Walter Veltroni

Da Spello Walter Veltroni ha oggi lanciato il suo slogan elettorale: dare agli italiani "un Paese moderno, sereno, giusto e veloce" come loro lo sognano. Veltroni ha aggiunto: "La nostra intenzione è cercare di abbattere la politica che divide il Paese, non solo tra destra e sinistra, ma anche tra nord e sud, laici e cattolici. Il Partito Democratico è nato per unire l’Italia. Gli italiani vogliono altro, meritano altro, perché sono altro". Barbara Spinelli scrive oggi sulla "Stampa" a proposito di Barack Obama: "Obama non vuol piacere, anche se piace molto. Non vuole abolire l'alternanza, e se vuole conciliare destra e sinistra è perché ritiene ambedue inadatte. Nelle primarie ha detto cose impopolari, e la sua filosofia consiste nel dire, anche se sgradevole, la verità ". Walter Veltroni non può ritenere la sinistra, la "sua" sinistra, inadatta, come fa invece Obama. Anzi Veltroni la propone come "levatrice" della nuova storia italiana. Non per nulla la Spinelli premette alla parte che ho riportato, un accenno al fatto che lo slogan di Obama "Yes we can" ha ammaliato Veltroni, per aggiungere: «Chi fa propri i suoi slogan fa bene a saperlo» che appunto "Obama non vuol piacere..." etc. È disposto Veltroni ad accettare questa sfida "di non piacere", per creare il Paese che definisce sognato dagli italiani? Continuando a fare una specie di vita parallela fra Veltroni ed Obama, va ricordato anche, come scrive la Spinelli, che "Obama è divenuto fenomeno grazie a una società per lungo tempo invisibile [...]: quella che s'informa e conversa su Intenet e nei blog". Infatti, sono stati «i blog e non il lavoro di sperimentati giornalisti» a smascherare le menzogne di Bush sull'Iraq. Sui blog Obama "ha dipanato le sue reti sociali"... Esistono queste reti sociali anche in Italia? Ricordiamo il recente e maldestro tentativo di trasformare i blog in testate giornalistiche, introducendo quella che ho chiamato una nuova tassa. I blog sono più evitati che amati dai politici. I quali, mi pare, leggono soltanto i loro, ma non scandagliano la rete. Fatta eccezione per un soltanto, quello di Grillo. Poi elevato a simbolo dell'antipolitica. Per accusare di farvi parte anche chi, da altre posizioni, rifiuta la spartizione partitica dello Stato. Barbara Spinelli critica duramente il sistema informativo americano, gestito da "conventicole" che sentenziano sui gusti della gente. E si chiede da dove derivi "tanta scienza infusa": "Una realtà diversa vive nei blog, affastellando interessi che le élite giornalistiche neppure immaginano, ignorandole". Sarebbe utile che su queste parole, i maestri di pensiero dei nostri politici riflettessero. Non vorrei che Veltroni come donna Prassede scambiasse il cielo per il proprio cervello. Ed alla fine, senza tener conto della realtà , sentenziasse che gli italiani sognano (vogliono?) "un Paese moderno, sereno, giusto e veloce". lAnche gli italiani "raccomandati", quelli de "dì che ti mando io", quelli dei "baroni in cattedra" messi lì dai partiti allo stesso modo dei dirigenti sanitari garantiti dai gruppi di potere...? Sul "Sole-24 Ore" di oggi, Salvatore Carruba critica i giornali stranieri per l'immagine che offrono della situazione politica italiana. E li accusa di "pigrizia": "Non capiscono, o fingono di non capire, che in realtà , in poche settimane, il quadro potrebbe essere cambiato radicalmente". Sì, potrebbe. Quindi per il momento non sono in grado, quei giornali, di giudicare quello che non c'è. Si aggiunga che forse quel giudizio "pigro" nasce dalle stesse conventicole di cui parla la Spinelli. Ignorando il nuovo che avanza. Ma cos'è questo nuovo che avanza? Eugenio Scalfari offre una risposta nel suo editoriale domenicale su "Repubblica". All'inizio, addirittura smentisce preventivamente Carruba: "La funzione rinnovatrice del Partito democratico sull'intero sistema politico è talmente evidente che tutti gli osservatori e commentatori l'hanno colta e sottolineata." Alla conclusione del pezzo, l'entusiasmo cede il passo alla prudenza. Scalfari prima si richiama al Pci che "ebbe gran peso perché la borghesia italiana fu percorsa sempre da tentazioni trasformistiche e/o eversive e non dette mai vita ad una destra liberale di stampo europeo". E poi scrive: "Il Partito democratico - così mi sembra - sfida oggi una destra demagogica e interpella quel poco che c'è di autentica borghesia produttiva affinché si schieri con le forze dell'innovazione che uniscono insieme i valori della libertà e dell'eguaglianza. Dipende da questa borghesia se il partito delle riforme avrà la meglio stimolando anche - se vincerà - la destra a trasformarsi non solo nelle forme ma nella sostanza". Dunque la novità di un partito "di sinistra" dipenderebbe soltanto dal fatto che possa essere aiutato da "quel poco che c'è di autentica borghesia produttiva". La quale però sinora ha amoreggiato con Berlusconi. E che ora dovrebbe schierarsi "con le forze dell'innovazione". Ma quanto sono forti queste "forze" per attirare l'autentica borghesia? O piuttosto quanto esse sono deboli se hanno necessità di un soccorso da parte di altre forze che non sempre per tradizione e costume sono state "di sinistra" ? Per ora siamo alle dispute tra Casini e Mastella da una parte e Berlusconi dall'altra. Interessante il giudizio espresso da Bruno Tabacci alla "Stampa": Veltroni ha fatto un passo in avanti, ma non sarà per caso soltanto "un'operazione di potere, in vista di cosiddette larghe intese?". Per le quali il Vaticano ha già infeudato Casini.


2008-02-10 18:57:41 Scritto da Antonio Montanari

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