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Selezione delle élite,
antidoto alla crisi politica

di Noemi Trino

21-02-2012

Argomenti: Finestra sull'Italia

Il 15 febbraio 1926 Piero Gobetti moriva a Parigi. Una “prodigiosa giovinezza”, per usare la definizione di Norberto Bobbio, interrotta dai pestaggi fascisti a soli 25 anni. A nulla era valsa la fuga francese, a lungo rimandata, nella convinzione che “le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo curarle che noi - e che, per questo - bisognasse “amare l'Italia con orgoglio di europei e con l'austera passione dell'esule in patria”.

Ottantasei anni dopo, di Piero Gobetti si sente parlare spesso e confusamente: inserito nel Pantheon delle figure ispiratrici del Partito democratico e in quello del Popolo delle libertà, discusso per le sue simpatie socialiste, rinnegato più volte dai liberali italiani, in un dibattito, spesso mosso da una sterile quanto datata smania di categorizzazione, che rischia di ridurre l’enorme eredità del giovane pensatore torinese alla celeberrima definizione di fascismo come “autobiografia della nazione”.

La discussione attorno alle opere e all’eredità culturale di Piero Gobetti riguarda quindi, in primis, il concetto stesso di rivoluzione liberale, nella cui formula egli condensa un giudizio storico, un’ideologia politica e, insieme, un programma d’azione: un’indicazione di metodo, di studio e di prassi per la genesi di una “nuova età illuministica”.

La dimensione storica è fondamentale: è attraverso una concezione progressiva e dialettica della storia, quale categoria unificante il processo umano, che si concretizza l’analisi di quella Riforma e di quel Risorgimento che in Italia non sono riuscite a produrre una classe dirigente all’altezza del proprio compito.

In un Paese che, dopo il Risorgimento, “non ha saputo né voluto creare i più grandi miti intorno a cui si organizza, nel corso della storia, il pensiero di una nazione”, il rischio maggiore è che il conformismo, l’indole al compromesso e alla creazione di unanimità consenzienti trascendano in forme di governo, corruttrici più che tiranne, che sull’abito cortigiano del popolo italiano riescono ad affermare la catechesi del paternalismo corruttore.

È questa una delle lezioni più preziose di Gobetti: se è vero che natura non facit saltus, molti degli avvertimenti gobettiani risultano attualissimi, in tempi di democrazie post-televisive e partiti “personali”.

Ed è proprio sul tema della formazione delle élite che si innesta una delle osservazioni che i detrattori dello studioso torinese avanzano più di frequente, sottolineandone le ambiguità teoriche.

Il processo democratico di determinazione delle classi dirigenti è, per Gobetti, fondato sulla lotta di classe, “experimentum crucis” della pratica liberale, componente essenziale del processo, evolutivo, “darwiniano” secondo alcuni, di selezione delle élite.

Un movimento operaio che si ispirerà, nell’utopia gobettiana, non all’ideale del socialismo, ma a quello del liberalismo, perché “il problema del movimento operaio è un problema di libertà e non di uguaglianza sociale”.

Il concetto stesso di rivoluzione, in questo modo, abbandona l’alveo marxista per accostarsi a quello liberale, che in Italia s’identifica storicamente col reazionarismo. Analoga sorte subisce lo stesso liberalismo, che con Gobetti diviene una concezione globale della vita e della storia, concepita come teatro delle lotte tra gli uomini. In altre parole, l’intima aspirazione libertaria gobettiana non si nutre di astratte e formalistiche garanzie filosofiche, ma, come nota ancora Bobbio, arriva a individuare “la molla della civiltà e del progresso solo nell’antagonismo degli interessi, nell’antitesi delle forze politiche, nel dibattito delle idee”.

Un liberalismo, quello di Piero Gobetti, che rifiuta ogni trascendenza ed individua nella dialettica degli opposti la spinta liberale, o meglio liberatrice, che non può essere sacrificata o circoscritta nell’ambito di mediazione governativa o statuaria. E che, tuttavia, a differenza dei liberali classici, considera lo Stato un presidio, a tutela della fondamentale dialettica tra libertà e socialità, garante delle libertà individuali e promotore della libera iniziativa.

Non a caso, secondo alcuni, più che di liberalismo gobettiano, si dovrebbe parlare di “libertarismo”. Perché, più che un programma politico definito, quello di Gobetti è stato, come ha scritto Paolo Bagnoli, “un tentativo entusiastico e disperato di rompere in qualche modo la crisi politica e culturale che aveva investito tutte le forze politiche di inizio secolo”.

Un atto di accusa nei confronti di un’intera classe dirigente che, mentre avrebbe dovuto farsi interprete delle esigenze di rinnovamento del Paese, lavorare per allargare le basi dello Stato, si è posta invece come forza perenne di governo e non ha saputo, o voluto, comprendere che, invece, è proprio dall’ampliamento del consenso democratico che si rinvengono le premesse più solide per affrontare e superare le crisi politiche.

Un memorandum che dimostra oggi tutta la sua validità, se è vero che l’attuale crisi politica risiede nell’incapacità dei partiti contemporanei di generare classe dirigente culturalmente e moralmente all’altezza del proprio compito e di garantire meccanismi di partecipazione dell’elettorato fondati su reali procedure democratiche.

Per questo, ancora oggi, a quasi novant’anni dalla sua scomparsa, la sua lezione appare tanto attuale. Perché, come ha scritto Eugenio Montale, “egli, pur senza additarci un sistema e tanto meno un partito, ci pone davanti a uno specchio dal quale ci discostiamo con fastidio o orrore, a seconda della dilagante marea di mediocrità politica e intellettuale che ci riempie di tedio o di disgusto, di noia o di ribrezzo”.
 


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