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Olimpiadi? No, grazie: costi ingestibili

di Linda Lanzillotta

17-02-2012

Argomenti: Finestra sull'Italia

La decisione del governo, o forse più esattamente del Presidente del Consiglio, di non prestare la garanzia totale dello stato ai costi delle Olimpiadi in caso di aggiudicazione all’Italia è un’ulteriore conferma della serietà e della responsabilità con cui si stanno affrontando i problemi del paese.

Serietà: perché, senza nulla togliere alla metodologia utilizzata per costruire il dossier sui costi e sulla loro modalità di copertura, i precedenti insegnano che questi preventivi, alla prova dei fatti, si rivelano generalmente molto, molto ottimistici (vedi i precedenti di Atene e ora di Londra, che è in gravissime difficoltà finanziarie nell’organizzazione dei Giochi).

Responsabilità: perché in ragione di tale dubbia affidabilità delle previsioni, l’Italia si sarebbe assunta il rischio di dover dare copertura con risorse del bilancio pubblico (cioè con i soldi dei contribuenti che già stanno facendo enormi sacrifici) a spese di ammontare indeterminato. Ciò avrebbe automaticamente proiettato sulle prospettive della nostra finanza pubblica l’ombra lunga di ulteriori elementi di incertezza, oltre ai tanti che già gravano sulle prospettive di stabilità e sostenibilità del nostro debito. Quegli elementi di incertezza che sono all’origine dell’aumento drammatico dello spread e che il presidente Monti sta cercando disperatamente di contrastare, rassicurando i mercati e la comunità internazionale con provvedimenti difficili e impegnativi e spendendo tutta la credibilità e l’autorevolezza della sua leadership.

In realtà, incomprensibile sarebbe stata una decisione di segno opposto e stupisce che i promotori – forze politiche ed economiche – non abbiano compreso che un impegno italiano per le Olimpiadi sarebbe stato oggi incompatibile con l’emergenza che il paese sta affrontando e con la prioritaria esigenza di ricostruire l’immagine dell’Italia come quella di un paese serio, solido, affidabile, prudente.

Ma altre considerazioni vanno a sostegno della decisione assunta ieri da Monti. L’Italia, infatti, ha oggi un drammatico deficit di investimenti in infrastrutture, in settori essenziali come la tutela del territorio e la manutenzione del patrimonio pubblico: nel caso (come si è detto, assai verosimile) che lo Stato fosse dovuto intervenire a copertura di costi superiori a quelli preventivati, ci saremmo trovati nella situazione di dover dare priorità a investimenti “olimpici” forse non strategici per lo sviluppo e la competitività, e saremmo così stati costretti ad una distorta allocazione delle poche risorse pubbliche che saranno disponibili nei prossimi venti anni nel corso dei quali dovremo dimezzare il rapporto debito/ Pil.

E ancora: dal punto di vista dell’efficienza della gestione, della capacità operativa, della trasparenza, dell’efficienza quali garanzie dà oggi il sistema amministrativo romano? Dopo il Giubileo del 2000, ultimo grande evento in cui Roma ha dato prova di notevole capacità realizzativa di importanti opere pubbliche e di efficienza organizzativa, sono venuti i Mondiali di nuoto di cui oggi sprechi e opere abbandonate rimangono tristi monumenti alla inadeguatezza amministrativa di chi li ha gestiti; mentre la corruzione e la inefficienza delle aziende municipali che nella capitale gestiscono i servizi essenziali non sono la premessa giusta per affrontare un’impresa olimpica.

Dunque, non sarebbe stato remoto il rischio di esporre non solo Roma ma evidentemente l’Italia intera ad un insuccesso planetario che avrebbe travolto tutto quello che il governo Monti e, si spera, chi verrà dopo di lui avrà faticosamente ricostruito. Il fatto che la stragrande maggioranza degli italiani abbia approvato la decisione del governo è il segno che il governo Monti, in una fase così difficile della nostra vita sociale, interpreta un bisogno di verità e di serietà. È il segno che gli italiani stanno capendo che il futuro dei propri figli non si costruisce più con i sogni, anche se belli ed esaltanti come quelli olimpici, ma rimboccandosi le maniche e realizzando tutte le cose essenziali che oggi ci mancano e che ci rendono ancora lontani e diversi dai grandi paesi europei.

Pubblicato su Europa il 16/02/2012.

 


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