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Le due Italie tra dinamismo e disimpegno

Carlo Carboni

13-03-2008

Argomenti: Finestra sull'Italia

Masse antipolitiche, masse irriverenti, masse giustizialiste, masse complici. Tutto alla fine riporta a un’immagine negativa della massa e del suo presunto qualunquismo, tra ignavia e lealtà passiva. In realtà, non si tratta della società di massa, ma, più probabilmente, della società pluralista, ricca di minoranze. La vecchia società di massa è ormai il passato o qualcosa di diverso da quella del passato. Queste minoranze giacciono spesso in uno stato di anomia e di vuoto, agitando non tanto rivendicazioni negoziabili quanto valori morali. Come nel caso della classe politica, criticata perché deficitaria di senso morale e di responsabilità.

Questo articolo è stato pubblicato in Reset n. 104; Renato Mannheimer lo ha commentato in una lettera al direttore Giancarlo Bosetti.
Alla lettera ha fatto seguito la replica di Carlo Carboni.

Ormai è tutto documentato e documentabile non solo con La Casta (Rizzoli) di Rizzo e Stella e il blog di Grillo, ma da ricerche universitarie sulle classi dirigenti, da cifre e sondaggi pubblicati sui maggiori quotidiani sui costi e il funzionamento delle nostre istituzioni centrali e periferiche e della nostra politica. Questa informazione è stata metabolizzata da gran parte della cittadinanza competente, quella che si interessa di politica, che legge quotidiani, ascolta i tg e magari usa internet e per la quale il riformismo è di frequente un valore politico prioritario. Per l’interpretazione del vuoto pneumatico che separa classe politica e cittadini, non è sufficiente l’analisi simbolica delle sue "detonazioni" mediali (la casta e il V-Day).

Se esiste quel vuoto pneumatico perché si è formato? Cosa ha spinto e spinge l’emersione di una opinione pubblica di cittadinanza critica verso la classe politica? Quali sono le mappe sociopolitiche della nuova società? La ricostruzione dei perché il "vuoto pneumatico " sarebbe molto complessa e richiederebbe una particolareggiata rassegna di aspetti, tra i quali, a titolo esemplificativo: la lunga astinenza ideologica della nostra società pragmatica e mercatista; la mediatizzazione della classe politica (surrogato del contatto diretto con la "base") e la sua professionalizzazione (più che competenza, privilegi di ceto); il risentimento mai spento per il debito pubblico che il ceto politico accumulò vertiginosamente negli anni Ottanta. L’approfondimento di queste tematiche, per altro, non contribuirebbe in modo decisivo a rispondere alla questione centrale attorno alla quale ragioniamo in questo scritto: cosa ha fatto montare il malumore dei cittadini e scattare la sua esplosione nell’opinione pubblica. Infatti, quel vuoto pneumatico non esiste da oggi. Il tasso medio di fiducia verso le principali istituzioni da parte degli italiani è notoriamente basso da almeno venticinque anni. Ma prima di affrontare questo nodo fiduciario collocandolo in un campo di interazione con gli altri big players, conviene tracciare con poche battute i cambiamenti morfologici nel passaggio da una società di massa omologante e di ceto medio a una società complessa e pluralista, caratterizzata dalle minoranze e dalla distinzione. In questa breve riflessione sulle trasformazioni sociali, ci limiteremo a sottolineare quelle più sensibili a una visione politica.

Ho avuto modo proprio su questa rivista di sottolineare l’importanza crescente delle posizioni civiche e sociopolitiche rispetto a quelle socioeconomiche che caratterizzarono la stratificazione sociale classista in epoca fordista (cfr. “L’Italia che vive di rendita”, in Reset, n.92, 2005). Nonostante la dimensione tradizionale socioeconomica sia ricca di una teoria di novità importanti come il ridimensionamento dei ceti medi, la nuova forza assunta da ceti borghesi professionali e intellettuali, il passaggio dal labour power al brain power, le nuove disuguaglianze di reddito e di ricchezza, è il profilo della società civile a tenere banco. Come ho scritto su Reset, la società presenta una nuova segmentazione sociale tra coloro che vivono i cambiamenti (dei valori, delle tecnologie, delle professioni, ecc.) in modo passivo, consumistico, in genere con minor istruzione e competenze e quanti sanno cogliere nei nuovi consumi le opportunità connettive per rafforzare le proprie competenze individuali, professionali e civili.

Nella prima società prevale una cittadinanza caratterizzata dal disimpegno e dalla lealtà passiva verso la gestione dell’interesse pubblico, il quale infatti viene visto in modo riduttivo e sempre in funzione di un riconoscimento di un interesse privato. Per questa cittadinanza passiva o disimpegnata il processo di individualizzazione di cui scrive, ad esempio, Bauman (e Massimo Paci, in casa nostra) comporta un’atomizzazione, una frammentazione individualista, appunto la cittadinanza come lealtà passiva.

Nella seconda società, prevale la cittadinanza competente, prodotto dei sistemi di opportunità (socioeconomiche, tecnologiche, educative, comunicative, ecc) di rafforzamento dell’individuo, del suo network relazionale, delle sue competenze e informazioni che la spingono a chiedere una partecipazione più attiva.

Le due società si affacciano puntualmente sullo scenario politico, soprattutto grazie ai media, come televisione, radio quotidiani, riviste, internet. E, infatti, altrettanto puntualmente, all’indomani delle tornate elettorali, si parla di due Italie. Non ci si riferisce più alle subculture bianca e rossa. Se ne parla in tutt’altri termini. Ad esempio, si osserva, con stupita preoccupazione, che ciascuna delle due parti ha all’incirca la stessa forza numerica ed elettorale dell’altra e che gli scarti tra i due schieramenti – di centrodestra e di centrosinistra – tendono a essere minimi. Questo naturalmente costituisce un problema per chi deve governare, soprattutto se la legge elettorale, come l’attuale, non è adeguata a un regime bipolare e a una democrazia matura.

Tuttavia, potremmo anche asserire che, politicamente, questa equivalenza della forza elettorale dei due schieramenti ha finora giocato a favore di un’effettiva alternanza al governo, un obiettivo a lungo ricercato dopo decenni di democrazia bloccata (con Dc al governo e Pci all’opposizione). Quel che qui ci interessa però sottolineare non è tanto il funzionamento degli attuali meccanismi politici elettorali, quanto il fatto che il regime bipolarista abbia fatto emergere con nettezza due Italie con diverso orientamento.

Da un lato, c’è un’Italia preoccupata in prevalenza dell’eccessiva tassazione, dei problemi di sicurezza (lotta alla criminalità) e delle inevitabili contraddizioni a seguito di una crescente immigrazione. Dall’altro lato, c’è un’Italia che vede nella ricerca del lavoro, nel carovita (inflazione reale e percepita), nei disagi socio-sanitari, nelle incongruenze dell’applicazione dei diritti e, infine, nelle carenze di etica e responsabilità sociale delle classi dirigenti, i problemi principali che lo schieramento vincente dovrebbe affrontare. Non è quindi una divisione di classe, ma bensì di cultura sociale che separa con una certa nettezza le due Italie. Una più favorevole a sottrarre allo Stato potere regolativo soprattutto in economia, l’altra preoccupata perché l’autorità legittima non fa fino in fondo il suo dovere (lo stato prestazionale di Crozier) e assolve con carenza di trasparenza il mandato regolativo. Il mercato e lo Stato: schematicamente, Destra e Sinistra.

Naturalmente, c’è circa un terzo dello schieramento elettorale di destra che simpatizza per restituire autorità allo Stato, così come appare di pari consistenza l’orientamento nello schieramento di sinistra che simpatizza per uno Stato più leggero sul fronte economico e della tassazione. Come dire: un terzo abbondante dell’elettorato adotta un mix culturale bipartizan tra mercato e Stato, tra cinismo e senso civico, tra ansia per il proprio tornaconto e preoccupazione per tematiche di pubblico interesse, come lavoro e consumi. È una sottotipologia trasversale, un’area grigia fra le due Italie, che all’incirca coincide con l’atteggiamento dell’italiano medio, media statistica delle due Italie, il quale oggi pone alla classe politica cinque priorità: il costo della vita e la ricerca di lavoro (citato dal 45,4% della popolazione), la riduzione delle tasse (dal 40,7%), le problematiche sanitarie, di assistenza sociale (dal 16,7%), la lotta alla criminalità (dal 15,7%), l’attenzione per l’etica e i diritti (dal 15,4%). (A questo andrebbe aggiunto un 9,3% di italiani che ritiene la lotta alla corruzione prioritaria nella scelta di voto. Fonte: Censis, 40° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, 2006. Erano previste più risposte per cui il totale è maggiore del 100%).

Queste le priorità secondo la popolazione italiana. Esse tendono a assumere le tonalità tipiche dell’Italia della lealtà passiva o quelle di una società attenta a riforme e partecipazione. Le priorità comunque assumono diverso senso sul piano geopolitico, adeguandosi ai divari di ricchezza, alle differenze culturali e istituzionali che intercorrono tra le aree territoriali, in particolare tra Centronord e Mezzogiorno. La cosiddetta questione settentrionale rappresenta l’estremizzazione di una chiusura culturale cinica, simmetricamente opposta, l’altro estremo meridionalista, l’altra Italia cinica che non riesce a immaginarsi in Europa e non per via di un Pil medio procapite depresso, ma per standard inaccettabili di legalità. Due frange estreme, due spauracchi, agitano le acque della nostra società complicando la sua visibilità a una politica già di per sé distratta. I ritardi della politica non consistono solo in povertà di analisi sociale, ma soprattutto nella mancanza d’ideazione e d’immaginazione.

Se il centrosinistra, ad esempio, ha difficoltà a reinterpretare il capitalismo sociale alla luce di nuovi valori, è perché non ha alle spalle una visione chiara di una società che è caratterizzata, al contempo, dalle “libertà di” (positive) e dalle “libertà da” (negative), dai consumi e dai simboli, dal locale e dal globale, oltre che da interessi socioeconomici e civili in cambiamento.

La classe politica – governo e opposizione – ha difficoltà a rielaborare la complessità sociale, a figurarsi il pluralismo espresso dalle due Italie, a dare senso a tutto questo con un pensiero e una visione strategica di mediolungo periodo. La sua azione è piuttosto congiunturale e legata alle tornate elettorali che si susseguono, prigioniera sia dei tradizionali gruppi di interesse corporativi e territoriali, sia dei tradizionali stereotipi egualitaristici e familistici.
La classe politica finora non ha mai creduto in cuor suo in un’efficace opera di manutenzione sociale (senso civico, legalità, istruzione, formazione, ricerca) indispensabile al progresso professionale e sociale dei cittadini. E, nei fatti, considera una pia illusione la riforma della Pubblica Amministrazione, vista come una iattura che destabilizzerebbe l’attuale assetto degli interessi.

La politica piuttosto si è orientata sempre più verso la rappresentanza degli interessi particolaristici da associare ai propri, allontanandosi dall’idea di leadership del bene pubblico. Posizionamenti e confini sociali mobili, tipici di una società complessa, sono per lo più interpretati dalla politica – da destra a sinistra – come un fastidioso disallineamento dalla morfologia sociale e dal comportamento sociopolitico tradizionali, a causa di un individualismo amorale diffuso nella società (interessi particolaristici). Un alibi perfetto (la società complice) per la classe politica per lasciare, con sano realismo, le cose come stanno e continuare ad occuparsi dei propri privilegi.

I fenomeni di trasformazione sociale quali l’individualizzazione non sono stati metabolizzati, in specie dallo schieramento di centrosinistra, con l’idea che costituiscano un rafforzamento dell’individuo (istruzione, informazione, comunicazione, competenze) e dei suoi valori autoespressivi. Seppur con tutti i limiti e i ritardi, questa evoluzione positiva c’è stata nella società italiana e richiede alla politica di creare un nuovo ponte, tra cittadini e istituzioni, soprattutto in termini di nuove forme di partecipazione, senza fare la retorica della democrazia diretta.

Per la politica si creano gravi rischi di incomprensione perché cambia il significato stesso di configurazioni sociopolitiche tradizionali. Come accade per il concetto di "centro" che ho avuto modo di analizzare in altra sede (cfr. C. Carboni, Le novità sociali per la politica, in Italianieuropei, n.1,2006).
Nel nostro bipolarismo, l’orientamento politico di centro non ha uno spazio autonomo, ma trasversale, perché è inglobato dalla destra e dalla sinistra, con il centrodestra e il centrosinistra. La corsa che si scatena verso il centro in periodi elettorali è dunque verso un’area sociale di elettorato (circa 1/3 degli elettori si dichiara di centro) che è un calderone di orientamenti moderati, che evoca la società di massa indifferente e disimpegnata, la dimensione dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini. Non è perciò un Centro politico. È piuttosto espressione di una fetta della società di massa, molto impermeabile al concetto che il bene collettivo possa in qualche modo non dico precedere, ma avere pari dignità rispetto al tornaconto individuale. Gran parte di questo centro così inteso è compreso nel grande serbatoio della cittadinanza disimpegnata, che a secondo del ciclo elettorale conta tra il 50 e il 75% della popolazione.

L’area sociale del disimpegno non esprime in genere un’appartenenza di schieramento politico (da qui la sovrapposizione con il centro) non è identificabile in una dimensione di classe, comprende tutti i gruppi socioeconomici. Circa un quarto di essa non si reca alle elezioni e, sempre nella stessa proporzione, un’altra fetta di questa grande area di massa va a votare come cittadino perfettamente disinformato, indifferente (Cristopher Lash al proposito avrebbe osservato che la democrazia oggi corre seri rischi di crisi non per intolleranza, ma per indifferenza). Purtroppo nell’agenda riformista non c’è un progetto innovativo di sensibilizzazione, di coinvolgimento e comunicazione politica, nei confronti della società disimpegnata, ma tutt’altro che spensierata. La cittadinanza competente chiede un maggior coinvolgimento, una nuova saldatura per la formazione e il ricambio delle classi dirigenti del paese, in particolare della classe politica. È rimasta interdetta dalla nomina partitica dei candidati consentita dall’attuale legge elettorale. È risentita per gli alti costi e il deludente livello prestazionale dello Stato guidato dalla "casta" politica. Questi sono temi e malumori che arrivano anche nella terra di nessuno, nell’area sociale del disimpegno, del centro, del grande cerchio che tutti gli altri racchiude, cioè quel che resta della tradizionale società di massa, sempre sensibile all’antipolitica populista e favorevole a un eventuale leader in grado di pilotarla, emozionarla, sollecitarla. Per ora, il leader indiscusso di questa terra di nessuno, raggiungibile solo con il reality show televisivo, è Silvio Berlusconi.

Diverso il discorso sul fronte della cittadinanza competente, nelle società avanzate in espansione. Infastidita dall’antipolitica, è comunque risentita con l’attuale classe politica, ma crede nella politica, soprattutto quella pragmatica e riformista. Il candidato principale alla leadership di quest’area è il Partito democratico. L’Italia del lavoro che si è recata alle urne referendarie il 10 ottobre ne è un’indiscussa parte, anche se non l’unica. Come ne sono parte i circa tre milioni e mezzo di cittadini che il 14 ottobre hanno partecipato alle cosiddette primarie per la costituente del Pd. È un’Italia anche in connessione con critica e scetticismo espressi con le i protesi mediali di Grillo, Rizzo e Stella. È soprattutto un’Italia con importanti alleati. Ma che per ora difetta di leadership, di una leadership in grado proporre e di negoziare. Questo rincuora molto la classe politica, anche quella più sensibile alle sirene e agli umori della cittadinanza.

Tuttavia, non possono essere certo sottovalutati i "detonatori mediali" , né gli alleati attuali e potenziali di questa cittadinanza competente. La simpatia provata dalla nuova borghesia professionale e intellettuale nei confronti della critica ai privilegi e all’autoreferenzialità della classe politica ha incrinato in parte la tradizionale osmosi tra élite politiche e mediali (rappresentata, ad esempio, con il fatto che circa un parlamentare su dieci è giornalista). Con la benevolenza accordata ai detonatori dello scontento del V-day, le élite mediali hanno comunque segnalato il vuoto di fiducia, che è la questione centrale nel rapporto tra classe politica e cittadini oggi. Per altro, la sfiducia ha finora punito non solo la classe politica, ma anche i media che dunque sono in debito di credibilità verso audience e lettori.

L’altro potente e potenziale alleato è l’élite economica. Potente perché è dotata di una leadership sempre più influente, come mostra la parabola ascendente di Confindustria, ma anche della leadership dei grandi Istituti bancari. Sebbene abbia mostrato di non condividere gli eccessi di Grillo né di potersi appiattire sull’idea della politica avariata di Stella e Rizzo, l’élite economica è un alleato potenziale della cittadinanza competente. Le critiche ripetutamente mosse da Montezemolo alla classe politica, al suo non operare, sono state condivise nei sondaggi dai 4/5 della popolazione italiana. Questa movimentazione dello scenario è agitata come una minaccia incombente sulla democrazia da alcuni profeti di sventura; al contrario, potrebbe rivelarsi utile e ad una maggiore circolazione delle élite.

Se noi confermiamo con Bobbio la piena fiducia alla solidità della nostra democrazia (che ne ha viste ben altre), le attuali scaramucce di conflittualità tra élite hanno il pregio di averle indotte a essere più attente alla funzione di guida del paese. La parola ora passa alla classe politica che deve rispondere con i necessari interventi e riforme, cioè con quei fatti che l’esercizio dell’autorità consente.

Sembra opportuno aggiungere una piccola nota conclusiva al nostro ragionamento. La progressiva crescita della cittadinanza competente e l’acquisizione di nuove alleanze e convergenze è l’onda lunga che contribuisce a far emergere e rivalutare l’opinione pubblica dei cittadini, ivi comprese le "detonazioni" mediali. Le aspettative sociali nei confronti della classe politica non sono tanto aumentate, quanto cambiate con le due società, quella complice e populista e quella competente e critica. Quella che conferma la sfiducia antipolitica e quella che coltiva sempre maggior interesse per la politica.
 


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Commenti dei lettori

Società competente

salve! ho letto con molto interesse l'articolo in questione e vorrei esprimere un piccolo parere personale. Per quanto riguarda ciò che viene detto a riguardo della società competente, quella che si istruisce, che non affronta passivamente le vicende che la circondano, sento di dover dire che forse manca qualcosa nell'analisi ottima che ne è stata fatta, ossia che il peso specifico di cui è portatrice è a mio avviso, assai limitato, è come se questa classe di individui non avesse minimamente la consapevolezza della propria forza. Personalmente io non credo alle ideologie, credo nel merito e nella misura, ossia in qualcosa che prenda le mosse dai fatti del mondo, dalla realtà come base unica di partenza su cui riflettere. Per questo credo di poter affermare che più che i partiti, sono le associazioni dei consumatori, le uniche veramente in grado (se costituite da una grande fetta di popolazione) di rappresentare una svolta nel rapporto tra cittadino-stato-industrie. A mio avviso i partiti non sono che una rappresentanza mascherata dei celebri poteri forti, e che non abbiano alcun rapporto reale con il cittadino. I partiti perseguono strategie di marketing identiche a quelle delle grandi imprese, sono accentratori di consenso, sono agganciati alla base soltanto dal voto elettorale che è il risultato della persuasione che sono riusciti ad offrire. I partiti a mio avviso non sono radicati nella società e quella parte che nell'articolo viene identificata come "società competente" è ben consapevole di questa frattura, ma non ha ancora trovato sufficiente slancio per raggrupparsi e dare una svolta al paese.


2008-03-21 17:23:27 Scritto da Marco

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