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Finestra sull'Italia

  1. Selezione delle élite, antidoto alla crisi politica
    di Noemi Trino

    Il 15 febbraio 1926 Piero Gobetti moriva a Parigi. Una “prodigiosa giovinezza”, per usare la definizione di Norberto Bobbio, interrotta dai pestaggi fascisti a soli 25 anni. A nulla era valsa la fuga francese, a lungo rimandata, nella convinzione che “le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo curarle che noi - e che, per questo - bisognasse “amare l'Italia con orgoglio di europei e con l'austera passione dell'esule in patria”.

    Ottantasei anni dopo, di Piero Gobetti si sente parlare spesso e confusamente: inserito nel Pantheon delle figure ispiratrici del Partito democratico e in quello del Popolo delle libertà, discusso per le sue simpatie socialiste, rinnegato più volte dai liberali italiani, in un dibattito, spesso mosso da una sterile quanto datata smania di categorizzazione, che rischia di ridurre l’enorme eredità del giovane pensatore torinese alla celeberrima definizione di fascismo come “autobiografia della nazione”.

    La discussione attorno alle opere e all’eredità culturale di Piero Gobetti riguarda quindi, in primis, il concetto stesso di rivoluzione liberale, nella cui formula egli condensa un giudizio storico, un’ideologia politica e, insieme, un programma d’azione: un’indicazione di metodo, di studio e di prassi per la genesi di una “nuova età illuministica”.

    La dimensione storica è fondamentale: è attraverso una concezione progressiva e dialettica della storia, quale categoria unificante il processo umano, che si concretizza l’analisi di quella Riforma e di quel Risorgimento che in Italia non sono riuscite a produrre una classe dirigente all’altezza del proprio compito.

    In un Paese che, dopo il Risorgimento, “non ha saputo né voluto creare i più grandi miti intorno a cui si organizza, nel corso della storia, il pensiero di una nazione”, il rischio maggiore è che il conformismo, l’indole al compromesso e alla creazione di unanimità consenzienti trascendano in forme di governo, corruttrici più che tiranne, che sull’abito cortigiano del popolo italiano riescono ad affermare la catechesi del paternalismo corruttore.

    È questa una delle lezioni più preziose di Gobetti: se è vero che natura non facit saltus, molti degli avvertimenti gobettiani risultano attualissimi, in tempi di democrazie post-televisive e partiti “personali”.

    Ed è proprio sul tema della formazione delle élite che si innesta una delle osservazioni che i detrattori dello studioso torinese avanzano più di frequente, sottolineandone le ambiguità teoriche.

    Il processo democratico di determinazione delle classi dirigenti è, per Gobetti, fondato sulla lotta di classe, “experimentum crucis” della pratica liberale, componente essenziale del processo, evolutivo, “darwiniano” secondo alcuni, di selezione delle élite.

    Un movimento operaio che si ispirerà, nell’utopia gobettiana, non all’ideale del socialismo, ma a quello del liberalismo, perché “il problema del movimento operaio è un problema di libertà e non di uguaglianza sociale”.

    Il concetto stesso di rivoluzione, in questo modo, abbandona l’alveo marxista per accostarsi a quello liberale, che in Italia s’identifica storicamente col reazionarismo. Analoga sorte subisce lo stesso liberalismo, che con Gobetti diviene una concezione globale della vita e della storia, concepita come teatro delle lotte tra gli uomini. In altre parole, l’intima aspirazione libertaria gobettiana non si nutre di astratte e formalistiche garanzie filosofiche, ma, come nota ancora Bobbio, arriva a individuare “la molla della civiltà e del progresso solo nell’antagonismo degli interessi, nell’antitesi delle forze politiche, nel dibattito delle idee”.

    Un liberalismo, quello di Piero Gobetti, che rifiuta ogni trascendenza ed individua nella dialettica degli opposti la spinta liberale, o meglio liberatrice, che non può essere sacrificata o circoscritta nell’ambito di mediazione governativa o statuaria. E che, tuttavia, a differenza dei liberali classici, considera lo Stato un presidio, a tutela della fondamentale dialettica tra libertà e socialità, garante delle libertà individuali e promotore della libera iniziativa.

    Non a caso, secondo alcuni, più che di liberalismo gobettiano, si dovrebbe parlare di “libertarismo”. Perché, più che un programma politico definito, quello di Gobetti è stato, come ha scritto Paolo Bagnoli, “un tentativo entusiastico e disperato di rompere in qualche modo la crisi politica e culturale che aveva investito tutte le forze politiche di inizio secolo”.

    Un atto di accusa nei confronti di un’intera classe dirigente che, mentre avrebbe dovuto farsi interprete delle esigenze di rinnovamento del Paese, lavorare per allargare le basi dello Stato, si è posta invece come forza perenne di governo e non ha saputo, o voluto, comprendere che, invece, è proprio dall’ampliamento del consenso democratico che si rinvengono le premesse più solide per affrontare e superare le crisi politiche.

    Un memorandum che dimostra oggi tutta la sua validità, se è vero che l’attuale crisi politica risiede nell’incapacità dei partiti contemporanei di generare classe dirigente culturalmente e moralmente all’altezza del proprio compito e di garantire meccanismi di partecipazione dell’elettorato fondati su reali procedure democratiche.

    Per questo, ancora oggi, a quasi novant’anni dalla sua scomparsa, la sua lezione appare tanto attuale. Perché, come ha scritto Eugenio Montale, “egli, pur senza additarci un sistema e tanto meno un partito, ci pone davanti a uno specchio dal quale ci discostiamo con fastidio o orrore, a seconda della dilagante marea di mediocrità politica e intellettuale che ci riempie di tedio o di disgusto, di noia o di ribrezzo”.
     

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  2. Giustizia e diritto all’equità per superare il duello legale
    di Gian Pietro Calasso

    “Tutti mentono. La polizia mente. Gli avvocati mentono. Mentono le vittime. Un processo è una gara di menzogne. In aula lo sanno tutti; lo sa il giudice, lo sanno i giurati. Entrano in tribunale consapevoli che verranno raccontate loro solo bugie. Prendono posto al banco e accettano di ascoltarle.” Michael Connolly

    Premessa - Le seguenti pagine non hanno l’intenzione di essere un saggio di diritto positivo, ma una generica riflessione sulla filosofia del diritto. Non si fa quindi riferimento a una branca del diritto in particolare, anche se quello penale tende ad occupare una posizione privilegiata per la sua maggiore rilevanza nella coscienza e nell’immaginario collettivo. Malgrado allusioni più frequenti alla prassi giudiziaria americana, non s’intende riferirsi a un ordinamento giuridico specifico, ma a principi base comuni alla odierna cultura giuridica di tutte le odierne democrazie occidentali.

    Giustizia viene dalla parola latina jus, succo. Con questa etimologia il diritto romano, base di tutti i sistemi giuridici delle suddette democrazie, indica nella Giustizia il succo, cioè la linfa vitale della società e della convivenza in genere. Una struttura sociale dove la circolazione di questa linfa funziona in modo patologico è assimilabile a un organismo affetto da un tumore del sangue, in balia di una caotica proliferazione di cellule in lotta fra loro invece che coordinate alla conservazione e allo sviluppo dell’organismo di cui fanno parte.

    Lo sviluppo fisiologico dell’attuale modello della società democratica dipende da un sistema di equilibri fra interessi paralleli o antagonisti. La funzione della Giustizia è: mantenere e garantire l’equilibrio complessivo di questo ecosistema; ristabilirlo ogni qualvolta venga compromesso; prevenire le possibili turbative. A questo scopo, deve garantire valori base della convivenza sociale quali:

    a) Libertà (nei limiti del rispetto di quella altrui);
    b) Uguaglianza (come aequalitas, equità, parità di diritti);
    c) Tutela del soggetto iniquamente svantaggiato;
    d) Risarcimento del danno subito dalla parte lesa;
    e) Ristabilimento rituale, nella psiche collettiva, dell’equilibrio turbato dal comportamento deviante e riaffermazione della inviolabilità e autorità della legge.

    Lo ius di tutti questi valori è sintetizzato nella scritta: LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI, che definisce il tribunale come il tempio della Giustizia, l’unico luogo, in un mondo irrimediabilmente basato sul privilegio (da biologico, a sociale, culturale, economico, politico) dove tutti i diseredati possano affermare e sentire di essere uguali agli eredi privilegiati.

    Se il ruolo sociale della Giustizia appare talmente rilevante da suggerire il suo insegnamento fin dalle scuole elementari, al contrario non può non fare impressione quanto l’uomo della strada abbia perso fiducia nella sua attuazione. E quanto la sua sfiducia sia motivata, se non altro dalla frustrante, rassegnata constatazione che per chi viola la legge non ha senso di adire la Giustizia, e per chi è stato vittima della violazione ci vuole tanto tempo e soldi per dimostrarlo, che è preferibile rinunciarci.

    Ci sono molti casi, tuttavia, in cui adire la Giustizia non è un’opzione, ma una necessità vitale. Se l’ordinamento giuridico manca alla sua funzione, il soggetto è indotto o costretto a ricorrere ad alternative, fra le più frequenti farsi giustizia da solo, o affidarsi a strutture surrogate, per esempio di tipo mafioso, capaci di offrire un servizio immediato ed efficiente, in cambio di un pagamento futuro. In altre parole rapinare Giustizia, o comprarla con una carta di credito illegale e usuraia.

    Nel Medio Evo è stata popolare una forma di attuazione della Giustizia chiamata “Giudizio di Dio”, consistente in un duello armato fra le parti in conflitto, garantito come giudice super partes dalla stessa divinità.

    Se non meraviglia che questa concezione venga schernita come barbarie dalla cultura contemporanea, non può non lasciare profondamente interdetti che il modello di quest’ultima ne sia l’esatta replica, salvo che il duello viene delegato dalle parti a due campioni che le rappresentano, e l’arma in questione non è la spada o la lancia, ma la parola.

    Prendendo come esempio gli USA, il paese pilota della democrazia occidentale, il fatto che si tratti di un duello è apertamente dichiarato con l’annuncio rituale che apre il procedimento, per esempio: “ The State of California versus John Doe”, dove lo Stato è rappresentato dal suo campione: il district attorney (pubblico ministero) “contro” John Doe rappresentato dal suo campione: il defense attorney (avvocato difensore). E c’è una divinità che, come nel Medio Evo, sovraintenda al duello? Se ne possono individuare due: il Dio Denaro e il Dio Potere. Infatti il mestiere dell’avvocato è uno dei meglio retribuiti e di più alto prestigio negli Stati Uniti, e più condanne riesce ad accumulare il pubblico ministero più il suo futuro politico è agevolato.

    Quanto all’arena dove avviene il duello, è il tribunale. Qui il duello si svolge con partecipazione di pubblico e di media proporzionale alla qualità di star dei protagonisti e al valore drammatico, giornalistico e politico del copione. Un tribunale che, già dalle suddette premesse, si presenta ben più come il teatro di un legal fight e di un legal show, piuttosto che come tempio della Giustizia.

    E fino a che punto in questo teatro la legge è uguale per tutti? O fino a che punto è solo democratically correct che lo sembri? Uno studio legale americano di alto profilo, oggi, ha decine di avvocati specializzati che prendono fino a 800 dollari l’ora e 3 milioni di dollari l’anno; centinaia di paralegal, pronti a ricercare migliaia di precedenti legali di casi del genere atti a influenzare il giudice; decine di detective, assoldati per trovare qualsiasi elemento capace di screditare un testimone della parte avversa, o frugare nella vita e nelle opinioni dei membri della giuria; uno stuolo di esperti pronti a dimostrare, in cambio di adeguate parcelle, tutto quello che viene loro chiesto di dimostrare, o di sollevare almeno un ragionevole dubbio sulle perizie della parte avversa.

    Chi può permettersi di assoldare campioni del genere per il legal fight è ovviamente solo un membro delle classi più abbienti della società. E se, anche in questo ambito, appare una sensibile disparità, per esempio, fra le potenzialità offerte dai 53 miliardi di dollari dichiarati da Bill Gates e lo stipendio di un ricercatore universitario, cosa dire di quelle di uno homeless?

    La risposta dello Stato democratico è il “difensore d’ufficio”. Con questo, il principio sacro che tutti hanno diritto all’assistenza legale è formalmente rispettato. Ma nella realtà chi è il difensore d’ufficio? La statistica offre un campionario oscillante fra due modelli base: quello del giovane appena laureato, alle prime esperienze; e quello del vecchio logoro professionista disilluso o fallito. Tornando, metaforicamente, al medioevale “giudizio di Dio”, non si potrebbe paragonare il duello fra i suddetti campioni dell’ordinamento democratico a quello fra un cavaliere armato di corazza, lancia, spada, e mazza ferrata che si batte con un opponente appiedato, nudo e armato di un rudimentale bastone?

    A questo punto la celebre scritta emblematica sul frontone del tempio della Giustizia “La legge è uguale per tutti” appare profondamente compromessa dalla suddetta messa in opera della legge, quale viene praticata nel tempio stesso. E non è paradossale che un procedimento dichiaratamente basato sulla ricerca della verità e la buona fede, che comincia con il giuramento di “dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”, si svolga sotto un logo che appare agli occhi di tutti patentemente falso, per non dire in mala fede?

    E, in proposito, un interrogativo altrettanto inquietante emerge dal confronto fra il testo di quel giuramento e la prassi del legal fight e legal show: la ricerca della verità è veramente il fondamento dell’attuale sistema di attuazione della Giustizia?

    In ogni duello l’unica cosa rilevante è la vittoria. È quindi solo naturale che quello legale non faccia eccezione. Ma in questa prospettiva il fatto fondamentale per la Giustizia, stabilire la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato, non solo diventa di rilevanza secondaria, ma il far assolvere rei di delitti particolarmente gravi viene recepito dal sistema come dimostrazione di apprezzabile valore da parte del campione della difesa, e di fatto si traduce un incremento di status ed emolumenti.
    Analogamente, nei 35 stati degli USA dove vige la pena di morte, l’ottenere una condanna a morte è assunto come simbolo di apprezzabile rigore etico, sociale e politico da parte di un futuro aspirante a governatore dello Stato.

    Le contraddizioni con la Giustizia di una prassi del genere sono tali da non poter essere socialmente accettate senza una solida copertura morale. E, come insegnano i professionisti della manipolazione, l’alterazione della verità più efficace è quella che contiene il più possibile di verità. Così, nella fattispecie, la manipolazione della Giustizia ostenta di basarsi su due principi, pilastri stessi della Giustizia: I) Che chiunque sia considerato innocente prima di essere giudicato colpevole. II) Che tutti, compresi i colpevoli, abbiano diritto alla difesa. Un aspetto, tuttavia, che non può fare a meno di colpire nell’attuazione dei suddetti principi da parte delle attuali democrazie occidentali, è una specie di larvato, ma spesso patente favoreggiamento dei diritti del presunto colpevole.

    Al vertice stesso della piramide giuridica, il quinto emendamento della Costituzione Americana, per esempio, per cui l’imputato si può avvalere della facoltà di non rispondere alle domande perché rispondere potrebbe contribuire a incriminarlo, in un sistema impegnato alla scoperta della verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, ha un sapore così paradossale che, se non fosse per la solennità dell’occasione, si potrebbe dire quasi comico. Quale genitore accetterebbe una risposta del genere dal proprio figlio disubbidiente? E come farne apprezzare l’equità alle vittime indifese della criminalità organizzata, o alle famiglie dei caduti delle forze dell’ordine, mentre boss mafiosi e loro favoreggiatori, i cui delitti sono di pubblico dominio, lasciano impuni un’ennesima volta il tempio della Giustizia, protetti fino in fondo da un’ultima eco di quella omertà che è l’arma principale del loro successo?

    Il diritto alla difesa del presunto reo rappresenta indubbiamente una fondamentale garanzia della libertà individuale, base stessa della democrazia come alternativa alla filosofia dei sistemi totalitari. Ma questa libertà deve essere tutelata solo nei limiti di non ledere l’altrettanto sacra libertà degli altri membri della comunità. In particolare, una qualsiasi forma di favoreggiamento nei confronti del presunto reo rappresenta automaticamente una iniqua violazione dei diritti della parte lesa, che ne risulta così discriminata e ulteriormente danneggiata da quella stessa Giustizia il cui scopo fondamentale è di difenderla e risarcirla.

    Il fenomeno è abbastanza paradossale e abbastanza contrario al senso naturale della giustizia dell’uomo della strada, e viola in modo abbastanza evidente l’esigenza fondamentale di ristabilire equamente l’equilibrio sociale turbato, da meritare una riflessione sulla sua scaturigine.

    Al polo più eticamente impegnato, si potrebbe forse ipotizzare un’eco culturale della pietas cristana, un sentimento di carità religiosa destinato a evolvere verso una parziale correzione della spietata contabilità della legge del taglione. Ma Freud ci ammonisce che la vendetta è l’unica cosa che soddisfi veramente il senso di giustizia dell’uomo, e sia la doxa che la pratica quotidiana ce lo confermano in modo inequivocabile.

    Al polo opposto, invece, in sistemi come quello americano, dove le leggi vengono fatte non da giuristi (scienziati del diritto), ma da avvocati (praticanti remunerati del legal fight) la proliferazione di meccanismi più o meno speciosi in favore del reo implica sensibili vantaggi anche per i suoi difensori, sia facilitando i meccanismi della difesa, sia moltiplicando le occasioni di reati e quindi di guadagno per gli avvocati stessi.

    Tre sono i meccanismi che concorrono a un favoreggiamento del reo, presunto o reale che sia: a) Norme b) Procedura c) Prassi legale.

    Il quinto emendamento, per esempio, è solo la punta dell’iceberg di una vasta strategia del mutismo. Che l’avvocato sia presente all’interrogatorio dell’arrestato è una apprezzabile garanzia contro eventuali abusi della polizia. Ma che impedisca al proprio cliente di rispondere a legittime e indispensabili domande perché la risposta potrebbe incriminarlo, non solo non sembra un contributo alla ricerca della verità, 5 ma piuttosto un evidente messa in opera di una sua mimetizzazione, per non dire occultamento.

    Altrettanto si può dire per la soffocante proliferazione della procedura a scapito dell’indagine. È apprezzabile l’intento di controllare possibili abusi dell’esecutivo. Ma è una patente violazione della verità l’eliminazione di un fatto non perché sia falso o dubbio, ma perché appurato in modo formalmente improprio. L’improprietà procedurale merita una sanzione, ma questa non può consistere nella cancellazione della realtà. Cristoforo Colombo ha scoperto l’America per sbaglio, ma questo non è stato sufficiente a cancellare l’America.

    Logicamente ed eticamente discutibile appare infine la pratica ampiamente diffusa e accettata, per cui l’avvocato ha il diritto, anzi un sedicente presunto diritto-dovere di difendere un imputato anche sapendo benissimo che è colpevole, e che la sua assoluzione si risolverà non solo in un affronto alla parte lesa e alla Giustizia, ma, con quasi certezza, in una ripetizione del reato con grave, spesso gravissimo danno ad altri soggetti e alla società. Se un terzo, sapendo che il reo è colpevole, mentisce per favorirlo, viene considerato suo complice, accusato e condannato a sua volta. Se lo fa un avvocato, cioè un professionista della Giustizia, invece, questa complicità di fatto viene considerata parte dell’etica e della abilità professionale.

    Finalmente il ruolo della giuria come estrema garanzia di democrazia e imparzialità, nella prassi si rivela uno strumento non solo inefficiente, ma controproducente, sia alla realizzazione della Giustizia, che per il suo costo in termini di investimento economico e di tempo. Il bel film di Sidney Lumet Twelve Angry Men (La parola ai giurati) malgrado la happy end, impersona in modo drammaticamente e criticamente esemplare i gravi rischi del sistema della giuria, e indica il difetto fondamentale su cui si basa: l’inflazione della già scarsa imparzialità del legal fight e del legal show con i problemi e pregiudizi personali di dodici ulteriori partecipanti, estranei al conflitto in atto, ma obbligati contro la loro volontà a giudicarlo malgrado la carenza di una specifica competenza.

    Salvo rare e parziali eccezioni, la composizione di una giuria consiste infatti in un assemblaggio eterogeneo di persone la cui esperienza nel campo di leggi e fatti criminali si limita a serie televisive di evasione e scoop mediatici sull’argomento. Il ruolo del giurato, inoltre, è particolarmente stressante e frustrante. Strappato al proprio lavoro con danni economici anche rilevanti, e al proprio ambiente familiare e sociale in modo altrettanto punitivo, il giurato viene segregato in una specie di vera e propria forma di detenzione, nella quale non può leggere giornali, vedere la televisione, parlare del caso che è chiamato a giudicare né con familiari e conoscenti, né con gli altri membri stessi della giuria. Tutto questo perché il suo giudizio non venga indebitamente influenzato.

    Ma fino a che punto è credibile che degli esseri umani, in processi che possono protrarsi per mesi, rispettino veramente tale artificiosa serie di proibizioni? E se si dà per scontato che un soggetto privo di preparazione e competenza specifica possa essere indebitamente influenzato da opinioni altrui e condizionamenti mediatici, a che pro sceglierlo come garanzia d’imparzialità? E sempre a proposito di presunta imparzialità, solo apparentemente la scelta stessa dei giurati è affidata alla 6 imparzialità del caso. Al contrario, la selezione finale viene effettuata sulla base di una sofisticata, capillare rete di informazioni e a seguito di un lungo, sfibrante e costoso processo apertamente finalizzato non a scegliere candidati che offrano le maggiori garanzie d’imparziale ricerca della verità, ma, al contrario, di potenziale presumibile inclinazione a sostenere la parte da cui sono stati scelti.

    Paradossi, contraddizioni, ipocrisie, cavilli, burocrazia, tempi insopportabilmente lunghi, costi insopportabilmente gravosi, patenti discriminazioni, culto del Dio Denaro. Il tempio della Giustizia è stato invaso da mercanti e cambiavalute. E in un mondo per la sua stessa natura irrimediabilmente basato sul privilegio (da biologico a sociale, culturale, economico, politico) appare sempre più indispensabile e urgente un check up capace di ristabilire lo spazio sacro dello jus, dove la scritta “La legge è uguale per tutti” riacquisti un significato perduto, quello, cioè, di essere l’unico rifugio ideale e reale dove tutti i diseredati possano rivendicare il sacro diritto di sentirsi uguali agli eredi privilegiati.

    ***

    Se è vero che “tutte le strade portano a Roma”, altrettanto vero appare che tutte le indagini sul malfunzionamento della Giustizia portano al “duello” e alle relative discriminazioni.

    Il duello offre la soluzione di un conflitto basata sulla forza. La Giustizia, si basa sulla equità. Il duello afferma e favorisce l’interesse di un individuo. La Giustizia, quello della società.

    Il duello rappresenta il particolare. La Giustizia l’universale. Una società dove i rapporti fra i suoi membri sono regolati da una rete di singoli duelli tende al caos. Una basata sull’equità garantisce l’ordine e uno sviluppo armonico. Non ci può essere dubbio sul fatto che si tratti di due visioni opposte e su quale sia la scelta evolutiva migliore.

    Senza mettere in dubbio il progresso apportato dall’invenzione del denaro allo sviluppo commerciale, altrettanto evidenti sono i suoi aspetti inquinanti dal punto di vista etico, quali l’incentivo all’avidità, all’egoismo, allo sfruttamento, a un accumulo iniquo di potere e privilegio. E per quanto il denaro si presenti come una forma di energia neutrale, in quanto tale utilizzabile a scopi tanto positivi che negativi, non può non colpire il fatto che non esista religione, o filosofia o speculazione profonda sulla natura e sul destino dell’uomo che ne raccomandi il valore o che, al contrario, non ne stigmatizzi l’idolatria. Queste valutazioni speculative, peraltro, sono pienamente confermate dalla pratica sociale, dove la brama e l’uso del denaro come strumento di corruzione hanno un ruolo protagonista in gran parte degli scenari antisociali e criminali.

    Salvo una improbabile confutazione delle due precedenti constatazioni, come può meravigliare una grave crisi della Giustizia in un sistema giuridico che presume di applicarla basandosi su elementi non solo estranei, ma antitetici alla sua essenza? E cosa fare per risolvere la crisi, se non cercare di eliminarne le cause?

    Il duello è personificato dalle figure del pubblico ministero e dell’avvocato difensore. Entrambi incarnano due esigenze fondamentali della Giustizia: la punizione del reo e la difesa dell’innocente. Queste due esigenze, tuttavia, non sono di per sé antitetiche, ma complementari, due facce della stessa medaglia entrambi basate su, e finalizzate a l’accertamento della verità (i fatti in discussione) sulla cui base il giudice ha il compito di emettere il giudizio equo e imparziale (cioè basato sulla legge uguale per tutti).

    Il concepire un conflitto fra le due suddette facce della stessa medaglia rappresenta il paradosso logico ed etico di un sistema giuridico basato sul duello. E se il fondamentale, impegnativo compito del giudice è quello di garantire l’oggettività, l’equità, la imparzialità della applicazione della Giustizia, come svolgerlo in modo ottimale con l’assistenza di due collaboratori non solo in conflitto fra loro, ma in più motivati da interessi personali di guadagno, potere e prestigio del tutto estranei alla Giustizia stessa?

    Che l’officium del giudice non sia affidato a un solo individuo, peraltro, è opportuno per non dire indispensabile, sia come meccanismo di autocontrollo della carica stessa, sia per garantirne la massima efficienza e imparzialità. In particolare nella attuale era della informazione e della sua gemella la disinformazione, troppi infatti sono i condizionamenti cui un individuo è sottoposto per offrire il grado di massima oggettività richiesto dalla carica. Altrettanto vale per quanto riguarda il dominio della varietà e quantità di conoscenze specializzate in continua evoluzione che si estendono dalle ramificazioni della legge scritta, agli aggiornamenti scientifici e tecnologici, alla esperienza sul campo delle multiformi manifestazioni del fenomeno criminoso. Ma un collegio giudicante di tre magistrati rigorosamente selezionati e stipendiati dallo Stato, rispettivamente specializzati nelle funzioni attualmente affidate alla accusa, alla difesa, e all’emissione della sentenza, tutti e tre ugualmente indipendenti da gratificazioni e seduzioni economiche e politiche, di uno status sociale derivante unicamente dalla rilevanza etica e sociale della carica stessa, non offrirebbe ben maggiori garanzie alla Giustizia dell’attuale versione del medioevale “giudizio di Dio”?

    La quantità, dislocazione territoriale, struttura, preparazione, composizione, competenze specifiche e divisione dei compiti dei membri di questi collegi giudicanti sono un argomento abbastanza complesso e dettagliato da trascendere di gran lunga i limiti di questo contesto. Ci si limita quindi in questa sede ad alcune basilari questioni di principio e relativi effetti che il sistema proposto mira a garantire al massimo possibile, riassumibili come segue:

    I - Giustizia gratis per tutti;
    II - Giustizia uguale per tutti;
    III - Drastica riduzione dei tempi di attuazione;
    IV - Drastica riduzione dei costi;
    V - Fonte di rilevanti introiti per lo Stato;
    VI - Efficace lotta alla disoccupazione (potenziale riserva di comportamenti devianti) tramite la creazione di numero rilevante di posti di lavoro.

    La completa indipendenza dell’esercizio della Giustizia da privilegi economici e politici sembra l’unica vera garanzia capace di dare autenticità alla scritta emblematica La giustizia è uguale per tutti, riscattandone l’ampiamente screditata retorica. Che sia lo Stato, inoltre, ad assumersi l’onere economico dell’ordine che impone è la miglior dimostrazione del suo ruolo protettivo nei confronti del cittadino, e la miglior legittimazione della sua autorità.

    Una ristrutturazione del genere implica, naturalmente, l’eliminazione di alcune delle icone dell’attuale routine legale, in particolare quella dell’avvocato difensore al servizio del cliente, sostituito dal magistrato difensore a servizio della Giustizia. Per quanto remunerato in modo proporzionale all’importanza della funzione della sua carica, quest’ultimo sarà destinato, da una parte, a percepire uno stipendio di gran lunga inferiore alle parcelle offerte dalla mercificazione della Giustizia, dall’altra potrà godere di uno status sociale ed etico sensibilmente superiore.

    Gli avvocati attratti da questi valori e portati a concepire il proprio ruolo come vocazione piuttosto che arricchimento rappresentano la riserva naturale dove reclutare i nuovi magistrati della difesa. I più interessati al guadagno potranno invece reinvestire il loro talento in campi alternativi, come quelli della finanza, del commercio, dell’industria, ecc. senza aver bisogno di speciosi alibi come quello del diritto-dovere alla manipolazione della verità per difendere un reo manifesto in discriminazione e violazione del diritto della parte lesa, con ulteriore aggravio del danno subito e ingiustificabile messa a rischio di altri innocenti. Il principio in dubio pro reo è espressione della superiorità giuridica della democrazia sul totalitarismo. Quello semper pro reo è un assurdo logico ed etico e una caricatura della democrazia.
    L’eliminazione della farraginosa, costosa, inutile, occasionalmente controproducente istituzione della giuria rappresenta un altro rilevante passo verso un sostanzioso risparmio di tempo e denaro.

    Altrettanto per una riduzione al minimo del principio del ricorso in appello. Per quanto sia impossibile eliminare l’errore umano, una triade di magistrati professionisti rigorosamente selezionati, specializzati e dedicati alla propria professione come vocazione, rappresenta un triplice controllo sufficientemente analogo a un triplice grado di giudizio, evitandone il macroscopico spreco di tempo e denaro. La giusta causa di ricorso in appello andrebbe limitata alla emergenza di nuovi fatti abbastanza rilevanti da modificare la sentenza, o da giustificare il sospetto di dolo della triade giudicante, o colpa tanto grave da esser equiparata al dolo. Competenza per tutti questi casi dovrebbe spettare a una Corte Suprema, composta da cinque membri senior, e l’accesso al giudizio di questa corte essere strettamente limitato sia dalla presentazione di solidi elementi probatori, che dalla comminazione di penalità proporzionali alla perdita di tempo e pubblico denaro in caso di loro mancanza o insufficienza.

    La partecipazione diretta e imparziale alle indagini sul campo del magistrato addetto dovrebbe essere anche particolarmente mirata a un ridimensionamento dell’attuale inflazione procedurale. Per esempio, che un pericoloso ricercato, arrestato in condizioni di emergenza senza regolare mandato o a seguito di una intercettazione illegale, venga immediatamente fatto rimettere in libertà dal suo avvocato per vizio formale dell’arresto, è una prassi emblematica della concezione della Giustizia come duello, ma aberrante rispetto al suo ruolo di accertamento della verità, a quello di protezione delle vittime attuali e potenziali, e alla logica stessa.

    Secondo quest’ultima, infatti, un rappresentante delle forze dell’ordine che, per accertare un fatto criminoso, abbia commesso senza giusta causa una violazione della procedura, merita una sanzione proporzionale alla violazione stessa (fino alla espulsione , alla perdita della pensione, e alla incarcerazione stessa). Ma è logicamente assurdo l’annullamento del fatto accertato. La realtà di un fatto è quella che è, e tale resta comunque sia stata messa in luce. E per quanto sia apprezzabile dal punto di vista sia democratico che giuridico l’impegno a proteggere la libertà di ogni cittadino compreso il reo, appare inaccettabile che questo avvenga a scapito non solo della vittima lesa, ma di tutte le vittime potenziali messe in grave pericolo dal consentire al criminale di sfuggire alla cattura.

    Quanto all’ultimo atto del dramma della Giustizia, la punizione del reo e il ripristino dell’ordine sociale turbato, l’attuale sistema mostra altrettante carenze sia dal punto di vista teorico che pratico.

    Dal punto di vista teorico, la presunta funzione della incarcerazione come recupero sociale del condannato appare come un tentativo evidentemente velleitario, per non dire palesemente ipocrita, di camuffare o nobilitare la vendetta dello Stato contro il suo membro deviante. Il caso estremo, quello della pena di morte, denuncia quanto sopra in modo particolarmente evidente. Ancora una volta Freud ci fornisce una convincente interpretazione psicologica del fenomeno, quando definisce la condanna a morte dell’omicida come il modo in cui lo Stato si vendica eseguendo lo stesso crimine del reo che condanna, ma senza sensi di colpa.

    Ma, al di là della teoria, è soprattutto la realtà a dimostrare l’attuale fallimento del concetto di recupero sociale del condannato. In modo parzialmente diverso da paese a paese e da istituto a istituto, in tutto il mondo il vero volto del carcere resta quello di una brutale, efficiente scuola di perfezionamento nella violenza e nel crimine. Un intero filone di film americani sull’argomento, tanto drammaticamente intensi quanto realisticamente motivati, e altrettanto eloquenti casi di cronaca di boss della mafia italiana che, dal carcere, hanno continuato a dirigere il loro impero criminale e a reclutare nuovi adepti, offrono una documentazione del fenomeno abbastanza eloquente da rendere inutile qualsiasi ulteriore commento in questa sede.

    Per quanto non siano mancati utopistici vagheggiamenti umanitari sulla detenzione come soggiorno in una specie di agriturismo dove il condannato sconti la pena guardando la TV a spese dello Stato, dovunque nel mondo il carcere resta un luogo lugubre, ovviamente punitivo, dove le due popolazioni dei detenuti e delle guardie di custodia vivono, più o meno larvatamente, i ruoli di carnefice e vittima, e dove intimidazione, brutalità, sete di vendetta, frustrazione, repressione, morbose fantasie sessuali e sadiche, uso e commercio di droghe pesanti, danno vita a una torbida sottocultura della violenza ben più simile a una specie di succursale della malavita che a una oasi di redenzione.

    Più che generiche utopie sedicenti umanitarie, la sostituzione del lavoro obbligatorio all’ozio, e del condannato lavoratore al condannato pensionato, potrebbe rappresentare la via verso un miglioramento sostanziale. Che il reo lavori per restituire alla società quello che le ha sottratto, è un principio eticamente e socialmente più evoluto della vendetta di Stato, e imparare o perfezionare un mestiere può essere realisticamente equiparato a una forma di redenzione e risultare l’appetibile base di un nuovo futuro per quella fascia di detenuti spinti alla criminalità da condizioni ambientali sfavorevoli: non solo i più probabilmente recuperabili, ma quelli verso cui la società ha un debito che può prendere l’occasione per ripagare. Tutt’altro che secondario, inoltre, è da considerarsi il relativo introito finanziario nelle casse dello Stato, a parziale (idealmente totale) compensazione delle rilevanti spese carcerarie che attualmente pesano come un gravoso passivo sul bilancio della cosa pubblica.

    La sostituzione del carcere laboratorio al carcere punitivo implica anche un’adeguata ristrutturazione oltre che del concetto di pena, della vita carceraria e dell’architettura stessa dell’ambiente carcerario. In questa nuova prospettiva, la spesa, per quanto rilevante, della costruzione dei nuovi carceri specificamente concepiti allo scopo, non sarebbe da considerarsi un gravoso onere passivo, ma un buon investimento a medio/breve termine. E, in un’epoca di endemica disoccupazione, offrirebbe da una parte l’immediata creazione di un apprezzabile numero di posti di lavoro, dall’altra la troppo procrastinata soluzione del soffocante sovraffollamento della popolazione carceraria nelle attuali strutture.

    Quanto alla prassi in vigore di rimediare con immotivate amnistie, dimezzamenti della pena, o condanne non comminate per mancanza di spazio (!) non solo non risolve il problema, ma lo aggrava in modo esponenziale rimettendo criminali recidivi in grado di commettere ulteriori reati e causando, in aperta violazione di ogni logica ed etica giuridica, una inaccettabile penalizzazione delle vittime passate, presenti e future, e una offensiva frustrazione all’operato delle forze dell’ordine e alla fiducia nella Giustizia dell’uomo della strada.

    Il concetto di carcere laboratorio non va confuso con altri come libertà condizionale, probation e analoghi tentativi umanitari di sostituire parzialmente la detenzione con iniziative destinate a favorire un presunto ravvedimento e recupero. Motivate nei modi più diversi e contraddittori, queste iniziative hanno presentato il denominatore comune di uno scarso successo o effetti controproducenti. Il carcere laboratorio, al contrario, promette solo risultati positivi e coerenti a una concezione della Giustizia sia equamente punitiva, che impegnata alla rieducazione di elementi che promettano di essere effettivamente recuperati.

    Non trascurabile inoltre la voce di guadagno economico per lo Stato invece delle spese tutt’altro che trascurabili del sistema del probation officer in veste di consigliere e terapista, come nell’ultimo dopoguerra; o, nell’ambito della cosiddetta war on poverty degli anni ’60, di rappresentante del detenuto on probation allo scopo di provvederlo con lavoro, alloggio e finanze per l’auspicata rieducazione. Entrambi le concezioni sono state poi sostituite da quella del risk management, prevalentemente interessata a limitare il rischio per la società di ulteriori attività criminali da parte del soggetto in libertà vigilata.

    Rilevanti contraddizioni, peraltro, sono implicite anche in questo tuttora dominante quanto irrisolto compromesso fra il deserved punishment ideal (la proporzione fra offesa e punizione) e il criterio del community protection criterion (criterio della pericolosità sociale). L’esperienza e le statistiche insegnano, infatti, che reati come il furto, considerati minori dalla legge, sono fortemente recidivi, mentre raramente lo sono altri considerati molto più gravi come, per esempio, la maggioranza dei casi di omicidio. Una rigorosa e coerente applicazione del risk management contraddirebbe paradossalmente la legge stessa, applicando un principio secondo cui il ladro sarebbe meritorio dell’ergastolo, e l’omicida per passione o vendetta, di una pronta rimessa in libertà.

    ***

    L’attuale versione della Giustizia come duello rivive in modo essenzialmente inalterato non solo il medioevale giudizio di Dio, ma echeggia scenari molto più arcaici tuttora attivi nell’inconscio collettivo e nella corteccia cerebrale individuale.

    In un trattato del Talmud sta scritto: “Molti sicari ha il signore”. Il rabbi Janakh così lo ha commentato: “Dio s’interessò di Abele e del suo modello. Però preferì Caino.” Cioè l’aggressività come scelta evolutiva, l’istinto stesso da cui derivano il delitto e la criminalità. Ma, paradossalmente, anche le qualità creative che hanno sancito la unicità e superiorità della specie su tutte le altre.

    La Giustizia è uno dei concetti più evoluti creati dal pensiero civilizzato, e nella società della altamente competitiva e aggressiva era attuale, alla Giustizia tocca in modo sempre più pressante il compito vitale di mantenere l’ecologia psichica fra i due estremi della distruttività e della creatività. L’aggressività, infatti, è energia cieca che può essere usata per distruggere come per creare. E oggi la specie di Caino con la sua aggressività omicida ha vinto la guerra contro tutte le altre specie, ma le resta da risolvere il conflitto più impegnativo: quello con se stessa.

    A questo scopo non appare sufficiente la sostituzione dell’esercizio della forza bruta con un duello ritualizzato, e lo scontro fisico con un duello verbale. Né bastano più o meno motivati atteggiamenti umanitari a cancellare il senso di colpa della propria origine omicida. Si tratta di recuperare e realizzare lo jus dimenticato della rivoluzione copernicana nella gestione dei rapporti sociali apportato dal concetto di Giustizia: la soluzione dei conflitti individuali tramite l’applicazione imparziale di un superiore principio universale.

    Lo jus di un sistema in cui La Giustizia non sia più al servizio del più forte o del più ricco, ma che rappresenti l’unico rifugio ideale e reale dove tutti i diseredati possano rivendicare il sacro diritto di sentirsi uguali agli eredi privilegiati.
     

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  3. Olimpiadi? No, grazie: costi ingestibili
    di Linda Lanzillotta

    La decisione del governo, o forse più esattamente del Presidente del Consiglio, di non prestare la garanzia totale dello stato ai costi delle Olimpiadi in caso di aggiudicazione all’Italia è un’ulteriore conferma della serietà e della responsabilità con cui si stanno affrontando i problemi del paese.

    Serietà: perché, senza nulla togliere alla metodologia utilizzata per costruire il dossier sui costi e sulla loro modalità di copertura, i precedenti insegnano che questi preventivi, alla prova dei fatti, si rivelano generalmente molto, molto ottimistici (vedi i precedenti di Atene e ora di Londra, che è in gravissime difficoltà finanziarie nell’organizzazione dei Giochi).

    Responsabilità: perché in ragione di tale dubbia affidabilità delle previsioni, l’Italia si sarebbe assunta il rischio di dover dare copertura con risorse del bilancio pubblico (cioè con i soldi dei contribuenti che già stanno facendo enormi sacrifici) a spese di ammontare indeterminato. Ciò avrebbe automaticamente proiettato sulle prospettive della nostra finanza pubblica l’ombra lunga di ulteriori elementi di incertezza, oltre ai tanti che già gravano sulle prospettive di stabilità e sostenibilità del nostro debito. Quegli elementi di incertezza che sono all’origine dell’aumento drammatico dello spread e che il presidente Monti sta cercando disperatamente di contrastare, rassicurando i mercati e la comunità internazionale con provvedimenti difficili e impegnativi e spendendo tutta la credibilità e l’autorevolezza della sua leadership.

    In realtà, incomprensibile sarebbe stata una decisione di segno opposto e stupisce che i promotori – forze politiche ed economiche – non abbiano compreso che un impegno italiano per le Olimpiadi sarebbe stato oggi incompatibile con l’emergenza che il paese sta affrontando e con la prioritaria esigenza di ricostruire l’immagine dell’Italia come quella di un paese serio, solido, affidabile, prudente.

    Ma altre considerazioni vanno a sostegno della decisione assunta ieri da Monti. L’Italia, infatti, ha oggi un drammatico deficit di investimenti in infrastrutture, in settori essenziali come la tutela del territorio e la manutenzione del patrimonio pubblico: nel caso (come si è detto, assai verosimile) che lo Stato fosse dovuto intervenire a copertura di costi superiori a quelli preventivati, ci saremmo trovati nella situazione di dover dare priorità a investimenti “olimpici” forse non strategici per lo sviluppo e la competitività, e saremmo così stati costretti ad una distorta allocazione delle poche risorse pubbliche che saranno disponibili nei prossimi venti anni nel corso dei quali dovremo dimezzare il rapporto debito/ Pil.

    E ancora: dal punto di vista dell’efficienza della gestione, della capacità operativa, della trasparenza, dell’efficienza quali garanzie dà oggi il sistema amministrativo romano? Dopo il Giubileo del 2000, ultimo grande evento in cui Roma ha dato prova di notevole capacità realizzativa di importanti opere pubbliche e di efficienza organizzativa, sono venuti i Mondiali di nuoto di cui oggi sprechi e opere abbandonate rimangono tristi monumenti alla inadeguatezza amministrativa di chi li ha gestiti; mentre la corruzione e la inefficienza delle aziende municipali che nella capitale gestiscono i servizi essenziali non sono la premessa giusta per affrontare un’impresa olimpica.

    Dunque, non sarebbe stato remoto il rischio di esporre non solo Roma ma evidentemente l’Italia intera ad un insuccesso planetario che avrebbe travolto tutto quello che il governo Monti e, si spera, chi verrà dopo di lui avrà faticosamente ricostruito. Il fatto che la stragrande maggioranza degli italiani abbia approvato la decisione del governo è il segno che il governo Monti, in una fase così difficile della nostra vita sociale, interpreta un bisogno di verità e di serietà. È il segno che gli italiani stanno capendo che il futuro dei propri figli non si costruisce più con i sogni, anche se belli ed esaltanti come quelli olimpici, ma rimboccandosi le maniche e realizzando tutte le cose essenziali che oggi ci mancano e che ci rendono ancora lontani e diversi dai grandi paesi europei.

    Pubblicato su Europa il 16/02/2012.

     

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  4. Cavour, il gatto in agguato
    di Luciano Cafagna

    È la storia di un film che non si riesce a fare, perché il regista sospende ogni tanto la lavorazione, ha l’aria di un idealista tradito da sé stesso, sembra non sapere dove andare a parare, si lascia ispirare, distrarre e rimbrottare da alcune donne del cuore; gli attori non si sentono guidati, il produttore si ritiene preso in giro, i tecnici incalzano chiedendo direttive, gli sceneggiatori rompono querulamente le scatole. Poi, d’un tratto, qualcuno, come per caso, fissa un appuntamento di lavoro: allora, come d’incanto, tutti si mettono in movimento, al ritmo di una musica da circo, in un gran finale improvvisato. E fanno il film, trionfalmente. Il regista ha l’aria di dire che il film lo hanno fatto loro, tutti, non lui.

    C’è del vero, come negarlo, ma è pur vero, al tempo stesso, che, invece, il film lo ha fatto lui, per quanto attori e collaboratori possano essere stati bravissimi e pieni di iniziativa. Sì, non sapeva dove sarebbe andato a parare, ma sapeva che avrebbe fatto un film, quel film, e un gran film. Tutti riconosceranno in questa metafora il riferimento a un classico della storia del cinema.

    Bene, l’Italia è nata pressappoco in questo modo. E non ci si può meravigliare, dunque, che abbia avuto – e abbia ancora – delle difficoltà nel crescere.

    Affermarsi con lentezza


    E che, in certi momenti, le abbia avute anche nel sopravvivere. Ma che sia nata in questo modo non significa che quella vicenda sia stata priva di una regia e di un regista. Lo ebbe, invece, di grandi meriti e spiccata personalità. Fu Camillo Benso, conte di Cavour. Capo del governo del Regno di Sardegna (Piemonte, Savoia, Liguria, Nizza e Sardegna), uno dei sette Stati di cui si componeva allora l’Italia politica, che poteva chiamarsi Italia, soltanto come «espressione geografica», secondo la battuta pronunciata al Congresso di Vienna del 1815 dal Metternich, l’autorevole ministro del potente impero austro-ungarico.

    Venne fuori sul campo, Cavour, strada facendo, e a poco a poco. Nel 1848 – quando l’Italia si svegliò e le sue «cento città» si accorsero, con sorpresa, di esistere insieme, con qualche problema comune di libertà, ma ancora e solo come municipi diversi – era poco più che nessuno. Poi, nel Piemonte che, mentre tutto tornava come prima dovunque dopo due anni di gran fiammata, aveva salvato lo Statuto concesso nel 1848 e il Parlamento eletto, Cavour cominciò a venir fuori come politico competente e – chiamiamo subito le cose con il loro nome – prepotente, prepotentissimo.

    A Massimo D’Azeglio, che lo aveva chiamato come ministro nel gabinetto da lui presieduto, diede filo da torcere: insopportabile, invadente e arrogante primo della classe; fino a farlo fuori con uno strattone e mettersi al suo posto (ma l’altro, grandissimo signore, oltre che serena e lungimirante intelligenza, lo lasciò fare e, per il seguito, accettò sempre di collaborare con lui).

    Pian piano, dopo aver fatto da giovane, e per circa quindici anni, un singolarissimo lungo giro per l’Europa, con una grande curiosità e passione per le cose europee, dell’economia e della politica di Londra e di Parigi, Cavour, dalle cose piemontesi cominciò a mettere le mani nella matassa italiana, da lui presa in considerazione appena prima del 1848. Una matassa che gli esiti del biennio rivoluzionario – il lungo Quarantotto – avevano lasciata assai ingarbugliata, con un filo solo, sottilissimo, appena percettibile, da potersi afferrare: quel Piemonte, appunto, rimasto l’unico luogo, in Italia, di indipendenza e, per i tempi, di libertà.
    Durò dieci anni, circa, la storia di quella matassa da svolgere.

    Cresceva il groviglio e cresceva lui, Cavour, dando una mano al crescere del groviglio, con nuove matasse intorno, e cercando, al tempo stesso, di afferrarne il filo, di quel groviglio, e di tenerlo sempre stretto in mano, fra terremoti e burrasche, tradimenti e ripensamenti, impennate brusche di protagonisti estrosi e imprevedibili. Ma se il groviglio cresceva, a sgrovigliarlo, se ci si fosse riusciti, ci sarebbe stato più filo. Più successo. E più merito. E infatti alla fine ne venne fuori l’Italia.

    La sua opera non fu l’attuazione di un progetto, di un piano. «Ogni piano, ogni progetto è inutile – dirà una volta Cavour al suo amico e collaboratore Michelangelo Castelli – tutto dipende da un accidente». Ed è allora, in quel momento, che «bisognerà prendere la fortuna per i capelli». Esser pronti. E capaci a farlo. E, altre volte, amerà ricordare che «la storia è una grande improvvisatrice». L’unico piano, in crescita nel tempo, e, via via, con l’incoraggiamento che il successo recava, era di aprire spazio al movimento, al mutamento, per poi intervenire in questo, e cercare di gestirlo al massimo. «In certi casi – ha scritto al riguardo Benedetto Croce – il movimento è tutto e il fine non importa, cioè nel movimento stesso è il fine, che prenderà a suo tempo le vie pratiche che potrà e sulle quali non giova almanaccare».

    La storia improvvisatrice


    Gli storici hanno sempre rimproverato a Cavour di avere una volta – si era già nel 1856 – chiamato «corbelleria» l’unità d’Italia (è in una lettera a Rattazzi del 12 aprile 1856, a proposito di Daniele Manin). Ma era «corbelleria» a cui anche lui aveva creduto da giovane e romantico o quando aveva scritto, già maturo, della funzione provvidenziale delle ferrovie; e in cui anche ora accettava di credere come fine, quando incoraggiava la «Società nazionale italiana» del Manin, anche se al momento la pensava utile solo per far convergere forze di sinistra sull’iniziativa piemontese.

    Ora il suo dovere era distinguere fra il piano del romanticismo e quello dell’azione concreta e realizzatrice e lui si spazientiva di fronte a chi confondesse il secondo col primo. L’unità d’Italia, nel 1856, stava ancora tra i sogni. Quella parola non gli era sfuggita per caso. In essa – a intenderla bene – c’era tutto Cavour, settariamente pragmatico, ma pragmatico al punto da non porre mai limiti, come si suol dire, alla provvidenza.

    Opera, quella di Cavour, improntata a un forte volontarismo realistico: tendere la corda, ma non spezzarla mai: attenzione! Cogliere tutte le opportunità, anche quelle non previste, stando costantemente come un gatto in agguato. Essere maître des évènements come gli pareva fosse ormai papa Pio IX (così disse, una volta, nel settembre ‘47, sbagliandosi), il quale papa, invece, si tirò poi indietro e non fu più maître di nulla. Tenerla stretta in mano la corda, ed evitare che finisse in quella d’altri: cioè – ed è questo il punto – di nessuno. Di nessuno, cioè, che fosse capace di gestirla fino in fondo, perché tanti potevano fare tante, e anche tantissime cose (come Garibaldi), intorno al «movimento» di quegli anni caldi, ma nessuno poteva fare questa: gestirla, cioè, fino in fondo. Portarla da qualche parte.

    Si è usata spesso, a proposito del «Risorgimento» italiano (e, più in generale, per le cose d’Italia) la parola «miracolo». Si deve riflettere sul fatto, assolutamente paradossale, che, fra gli atout che maggiormente permisero il successo di quella «cosa» ci fu certamente questo: che non ci credeva nessuno, a cominciare da Napoleone III. Il contributo che il «masnadier di Francia» dalla «oscena guancia» – come anni dopo lo avrebbe dipinto, da buon italiano ingrato, il Carducci – diede alla causa italiana, e fu contributo grande, non l’avrebbe dato certamente se avesse appena appena creduto nella effettiva capacità dei suoi interlocutori di menare la nave in quel, secondo lui, irraggiungibile porto. «La besogne est au-dessus de vos forces» – disse pesantemente a Costantino Nigra, ed eravamo già nel luglio ‘60, negando poi, per soprammercato, con sprezzanti considerazioni, alla vicenda italiana anche un’eventuale capacità di alternativo esito rivoluzionario: «i vostri contadini – affermò quella volta, con chiara allusione al ben diverso esempio della Francia rivoluzionaria – non vogliono né fare i soldati, né pagare le imposte».

    Un regista tra i kamikaze


    Insomma, è come se il mitico e abusato «volo del calabrone», il volo che teoricamente, misure e calcoli alla mano, dovrebbe essere impossibile, divenisse, invece, possibile nella realtà, proprio perché nessuno ci crede. Come se da questa miscredenza derivasse misteriosamente al calabrone, una forza capace di sostenerlo in aria... Forse, azzardiamo una ipotesi, perché nessuno ne ha paura. Un film come quello che abbiamo evocato all’inizio, in realtà rischia di apparire un soliloquio. Pensava qualcosa di simile Piero Gobetti quando definì una volta il Risorgimento «soliloquio di Cavour»: è una definizione sconcertante e geniale.

    Sconcertante perché pochi processi storici come il Risorgimento paiono, invece, teatro folto di protagonisti. Ma qual’è il punto? Molti sulla scena, ma nessuno, con la sola eccezione di quell’uomo, in grado di guidare la trama. Presuppone dunque, questa formula di Gobetti, il giudizio arditissimo, ma sostanzialmente azzeccato, che fuori di Cavour, tanto s’era certamente fatto, e tanto si poteva fare, ma non concludere qualcosa capace di stare e restare in piedi.

    L’unificazione liberale fu certamente una vicenda assai complessa, nel corso della quale s’intrecciarono, come fattori attivi e passivi, elementi disparati, quali le disordinate e avventurose volontà di un’improvvisata élite democratica interna, a mezzo fra letteratura e politica, spesso eroica e persino kamikaze (non dovrebbero restare solo ricordi di scuola l’entusiasmo dei fratelli Bandiera, dei martiri di Belfiore, dei trecento di Pisacane...); e quali le ambizioni di una dinastia provincialissima, ma orgogliosa, come quella dei Savoia di Torino; ma anche, e moltissimo, le lesioni e le frane di vecchi regimi decrepiti.

    Ma, proprio per tutto questo, per la molteplicità stessa dei fattori in gioco, per questo variegato concorso di forze e di scenari che doveva essere in qualche modo padroneggiato, quel film – ripetiamolo – il suo regista lo ebbe. Non c’era per nulla una previa sceneggiatura. Non c’era neanche un «soggetto» preciso. Solo un’«idea» il cui autore era Giuseppe Mazzini, uomo di volontà indistruttibile e tenace, ma che – fosse dipeso tutto da lui – sarebbe tranquillamente morto, continuando a perseguire infaticabile il suo disegno fino all’ultimo giorno, senza approdare in vita, a esito alcuno.

    Il «gatto in agguato» – lo straordinario ministro piemontese – era, invece e però, pronto a raccogliere tutti i suggerimenti degli altri e delle cose, e a volgere tutte le opportunità a proprio vantaggio. E aveva, quell’uomo, il suo filo d’Arianna, che non era immediatamente quello della ricerca dell’intera unità d’Italia, ma, questo sì, il progetto di uno Stato italiano modernamente ordinato in senso liberale, orientato all’«Europa vivente» – come la chiamava in quegli anni Carlo Cattaneo.

     

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  5. I giovani ebrei contro la prima pagina del Giornale
    La risposta del Consiglio Ugei

    L'Unione Giovani Ebrei d'Italia è rimasta inorridita dall'articolo di apertura de Il Giornale di oggi: "A noi Schettino, a voi Auschwitz".

    Il direttore Sallusti, utilizzando un titolo provocatorio ed inopportuno, con intento di difendere l'onore italiano, compie un assurdo oltraggio al ricordo degli ebrei perseguitati, proprio oggi, nella Giornata della Memoria. Il direttore inoltre, cita fatti storici non corretti e fuorvianti sostenendo l'innocenza degli stessi italiani, che per primi promulgarono le leggi razziali del 1938 e collaborando alladeportazione degli ebrei italiani verso Auschwitz.
     

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  6. Dopo Vauro, Sallusti 
    di David Bidussa 

    L’On. Fiamma Nirenstein ha scritto sul “Giornale” di oggi un articolo a proposito della vicenda Vauro-Caldarola che mi trova sostanzialmente d’accordo. Potrei discutere alcuni passaggi, ma sono dettagli.
    Peccato che la prima pagina de “Il Giornale”di oggi sia la più smaccata dimostrazione della banalizzazione della Shoah che apre seri interrogativi su che cosa sia il rapporto con la riflessione sul passato da parte de “Il Giornale” o almeno del suo direttore.
    Siccome sono una persona fiduciosa, penso che l’On. Fiamma Nirenstein non farà mancare la sua voce  – ma meglio sarebbe la sua penna – per dichiarare esplicitamente che il quotidiano su cui scrive non manca – a parte dichiararsi a favore di Israele – di dare prove di scivoloni significativi verso l’antisemitismo, proprio perché uno dei suoi fondamenti è la sua banalizzazione. Quella prima pagina è lì a dimostrarlo.

    Pubblicato su
    Linkiesta.it il 27/01/2012

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  7. Il web invece dei partiti?
    di Alessandro Lanni

    «C'è un boom dei "popoli", dall'antesignano popolo dei fax fino a quello delle donne in piazza nel 2011, al popolo viola e molti altri affini. La formula dilagata negli ultimi anni in Italia è più di un semplice tic giornalistico. Al populismo del Cavaliere e del suo partito (un altro Popolo), per cui «il Parlamento è pletorico» e il leader interpreta direttamente il volere popolare, fa da contraltare l'affermazione dei "popoli" che nella Rete trovano strumenti di mobilitazione. Sullo sfondo i partiti, ormai privi di peso, mentre si affaccia il miraggio di una democrazia che può fare ameno della mediazione rappresentativa. Guardando alla storia recente, il libro di Alessandro Lanni dà conto di un'epocale trasformazione della vita politica, un processo il cui esito è ancora aperto».

    Oggi la democrazia italiana è compressa dall’alto e dal basso: da un lato, subisce l’influenza delle ‘nuove oligarchie’, dei partiti personali e di alcuni movimenti progressisti che decidono di adottare il modello populista per attrarre il consenso delle masse; dall’altro, si trova davanti alla sfida di capire le istanze di cambiamento avanzate dai ‘popoli’ del web 2.0. Questi aggregati della società civile sfruttano le potenzialità della comunicazione in rete offerta dai social network e talvolta abbandonano la piattaforma virtuale per scendere nella piazza reale. I partiti vengono scavalcati e perdono il loro tradizionale ruolo di collante tra la base e l’èlite politica, attivando un meccanismo di «disintermediazione», fenomeno che invita a ripensare alle forme, ai luoghi e al valore della rappresentanza democratica.

    In occasione dell’uscita del libro Avanti popoli! Piazze, tv, web: dove va l’Italia senza partiti per la collana I libri di Reset – Marsilio, Reset presenta martedì 24 gennaio 2012 alle ore 18:00 presso la Libreria Fandango Incontro di Roma (via dei Prefetti, 22) un incontro-dibattito sui temi affrontati nel volume. A confrontarsi con l’autore, saranno presenti Francesca Comencini, regista e sceneggiatrice; Marco Damilano, giornalista de «L’Espresso»; Miguel Gotor, docente di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Torino e collaboratore del quotidiano «La Repubblica»; Riccardo Staglianò, giornalista e blogger de «La Repubblica».

    A Milano giovedì 26 gennaio 2012 alle ore 18:00 presso la Libreria Popolare (via A. Tadino, 18) Alessandro Lanni discuterà del suo libro con Roberto Biorcio, docente di Sociologia - Università degli Studi di Milano Bicocca; Giuseppe Civati, consigliere Regionale PD Lombardia; Dario Di Vico, giornalista del Corriere della Sera.

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  8. Giovani italiani in fuga Non serve defiscalizzare
    di Lorella Zanardo

    Gentile Direttore,

    c’è una questione importante che vorrei con lei condividere per darne la massima visibilità ed è quella dei “ragazzi in fuga” cioè giovani uomini e donne italiane che negli ultimi tempi si stanno trasferendo all’estero.

    Ad oggi la questione non è affrontata correttamente: alcuni intellettuali sostengono che si debba restare pena l’impoverimento intellettuale del Paese. Il Pd vara una legge senza senso per defiscalizzare i redditi di chi torna: ma quali redditi? Mi sono chiesta. Prima è necessario trovare un lavoro appetibile per chi volesse tornare. Pare lapalissiano evidentemente non lo è.

    Da quando il lavoro su Il Corpo delle Donne si è diffuso mi è stato chiaro che i più grandi sostenitori di questo progetto sono appunto le ragazze e i ragazzi all’estero: per chi risiede fuori dall’Italia il confronto con Paesi più evoluti diventa immediato e lampante e aumenta così la voglia di sostenere iniziative che possano cambiare lo stato del Paese. Stiamo raccogliendo testimonianze di ragazze e ragazzi che dall’estero ci scrivono perché sono andati via e perché non riescono a tornare anche se spesso vorrebbero.

    Cosa defiscalizziamo a Marina, una tipa coraggiosa che a 22 anni senza famiglia ricca alle spalle, con una laurea e pochi risparmi è volata in Australia senza conoscere nessuno? Ora lavora alla radio Australiana, ha preso un'altra laurea e la sua tesi è stata premiata come la migliore del 2011. Marina ha provato a cercare lavoro in un giornale qui in Italia, ha un’esperienza incredibile! È imbarazzante riportare la povertà delle offerte che le sono state fatte. Ma anche il menefreghismo e la negligenza con cui è stata trattata.

    Non c’è interesse per questi ragazzi e ragazze. Non c’è prospettiva di lungo termine tra gli adulti del Paese che si pasciano dei loro benefit e non sono maieutici verso le nuove generazioni. A mio avviso questo è il problema. Ci sarebbe materiale per un dibattito concreto e serio.

    Grazie, Le auguro buon lavoro

    Lorella Zanardo

     

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  9. Il prof nazista e quel che gli sta intorno  
    di David Bidussa 

    Del Prof. Renato Pallavidini, il docente di storia e filosofia al Liceo classico Massimo D’Azeglio di Torino, molti hanno sollecitato e auspicato l’allontanamento dall’insegnamento. Non sono contrario, ma non credo né che sia una misura efficace, né che rappresenti la soluzione del problema.
    Si potrebbe osservare se anche questa volta, come molte altre volte, si apra la procedura per trasformare qualcuno in un martire. In questo caso non è da dimenticare che la cultura di cui Pallavidini si fa portavoce prevede oltre all’incitamento allo sterminio anche il culto del martirio o del sacrificio di sé come testimonianza della verità e della prova di essere i “migliori”. Un aspetto che costituisce un elemento essenziale di coloro che si dichiarano nazisti. Ovvero il fatto di autonominarsi non solo padroni della vita degli altri, ma di presentarsi anche come esponenti di una società aristocratica, altamente elitista. Un club che prevede non solo il disprezzo per la vita di chiunque, ma anche il culto di sé, anche oltre il proprio corpo.
    Il punto, tuttavia, non mi sembra questo.
    Renato Palladivini insegna nella scuola pubblica dall’A.S. 1984-1985. È professore di ruolo, avendo superato brillantemente l’abilitazione nel 1983. Io avrei varie domande da fare.

    Provo a elencarle:
    1) In trenta anni circa di carriera in vari licei di Torino e provincia, ci sono state richieste da parte dei genitori sull’insegnamento del Prof. Pallavidini e se sì, quali?
    2) Ci sono state iniziative culturali, di approfondimento, proposte e avviate dai suoi allievi oppure no?
    3) Ci sono state iniziative di sensibilizzazione culturale nei quartieri e nei comuni, dove ha esercitato il suo magistero oppure no?
    Credo che sia importante chiederselo. Non solo perché ritengo che una procedura sanzionatoria, del resto già messa in atto nell’A.S. 2007-2008, come ricorda Elena Loewenthal su “La Stampa” di oggi sia già avvenuta, ma perché il dato di cui io mi preoccuperei non è il pantheon di icone, dei, semidei ed eroi che popolano la mente di Renato Pallavidini, bensì ciò che è rimasto consciamente o meno nella mente dei suoi allievi attuali ed ex allievi.

    Per esempio mi chiedo: nel corso dell’anno scolastico 2010-2011, come ha svolto e che cosa ha detto a proposito del 150° dell’Unità d’Italia, come ha raccontato il Risorgimento? Su quali figure e temi ha fatto lavorare i suoi allievi? Perché il problema non è che cosa si dice delle leggi razziali, o come si racconta la Seconda guerra mondiale, ma anche che cosa si dice prima, come si racconta la storia della filosofia antica, medievale moderna, prima di Hegel (argomento della sua tesi di laurea).
    Per esempio come Pallavidini per anni ha parlato della patristica? Come ha raccontato la filosofia del Siglo de Oro spagnolo? Come ha messo in relazione (ammesso che l’abbia fatto) la filosofia araba con la scolastica dell’XI e XII secolo? Come ha raccontato il Rinascimento? Che cosa ha detto (ammesso che qualcosa abbia detto) di Spinoza? Come ha affrontato l’Illuminismo (non solo Rousseau o Voltaire, ma soprattutto Berkeley, Hume)? Come ha raccontato Pascal? E il nichilismo russo? Che cosa ha detto della Rivoluzione francese o della massoneria? Che cosa ha raccontato della pratica degli “uomini bomba” o dei kamikaze giapponesi?
    Ovviamente non sarebbe meno interessante per ciascuno di questi argomenti (ma se ne potrebbero elencare molti altri) sapere anche che cosa non ha detto.
    E infine sarebbe interessante e anche istruttivo sapere che cosa i suoi allievi abbiano trattenuto, ricavato e memorizzato dall’esercizio della sua docenza. Perché il problema, a me pare, non sia tanto la sanzione rispetto alla diffusione delle idee, bensì la capacità di saper muovere contro quelle idee una controcultura; di non lasciare soli e non formati con narrazioni alternative degli adolescenti. Infine di favorire la riapertura di una riflessione in chi adolescente non è più e magari ha pensato di passare alcuni dei propri migliori anni con un professore stravagante, irascibile ma curioso e non è ma andato oltre ciò che ha ascoltato.
    Se invece noi insisteremo solo sull’elemento della sanzione, continueremo a lasciarli soli e questo a me pare l’atto mancato più colpevole.

    Pubblicato su Linkiesta.it il 06/01/2012.

     

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  10. Se il killer non è un isolato
    di Alberto Ferrigolo

    Prima o poi doveva accadere. Com’è accaduto martedì a Firenze, dove il neonazista Gianluca Casseri ha steso a colpi di fucile, dopo una terribile caccia all’uomo in pieno centro, in pieno giorno, nel bel mezzo di un mercato tra le bancarelle, tre immigrati di colore.
    Un pazzo? Magari lo fosse! Sarebbe persino quasi più rassicurante. E invece no, il clima c’è tutto. I singoli disposti a dare la “caccia al nero” anche. Come pure i gruppi organizzati. E persino l’ideologia di sostegno. In Rete come nella strada. Come dimenticare Rosarno? La “caccia al nero” con il fucile in bella vista sul pianale della vettura o del pik-up. Ci mancava solo che l’eventuale corpo venisse alla fine esibito sul cofano della vettura come si fa in genere con i cervi abbattuti…

    Ma pure la “caccia agli zingari” di Torino di qualche giorno fa, da parte dei tifosi della Juventus, è il frutto di un clima misto a ideologia, cultura e sottocultura di impronta razzista (che attecchisce in particolare nel mondo delle tifoserie). Con tanto di incendio appiccato al campo Rom dopo che una ragazza ha denunciato un falso stupro, accusando di essere stata aggredita da un gruppo di “zingari”, per paura di dover confessare ai genitori la perdita (consenziente) della propria verginità per altro con un ragazzo italiano, bianco e a lei simile. In testa al “branco vendicatore”, il padre e il fratello della presunta quanto falsa vittima.

    E poi, ancora mercoledì, l’arresto a Roma di 5 aderenti a “Militia”, formazione o frangia di destra ultranazista, e del suo capo, Maurizio Boccacci, nome storico dell’eversione romana, per minacce e insulti alla comunità ebraica. Tre indizi in meno di una settimana fanno più che una prova e danno comunque la conferma o sono la fotografia del clima che cova e si sta autoalimentando.

    Nel 2009, a Francoforte, all’atto di essere insignito del premio per la pace (Friedenspreis) da parte dell’associazione dei librai tedeschi, lo scrittore Claudio Magris ha esortato l’Europa ad essere prudente, mettendola in guardia «sui pericoli del populismo politico». E poi ha enfatizzato l’esistenza nelle principali città europee di «barriere invisibili» tra immigrati e autoctoni, sostenendo fra l’altro che «sono altri, oggi, i confini che minacciano la pace, confini talora invisibili all’interno delle nostre città, fra noi e i nuovi arrivati da ogni parte del mondo». Poi ha ammonito l’Italia, dicendo: «Spero, da patriota italiano, che il mio peraltro incantevole paese non sia, ancora una volta, all’avanguardia in senso negativo: il fascismo, dopotutto, in Europa lo abbiamo inventato noi»…

    Il senso della citazione qui riportata è tratto da un lungo saggio di Saskia van Genugten, dottoranda in Studi europei presso la John Hopkins University che si occupa di ricerca sulla politica dei paesi del Mediterraneo e sull’Islam in Europa, contenuto nell’edizione 2010 di Politica in Italia, pubblicazione curata dall’Istituto Cattaneo di Bologna ed edita da Il Mulino.
    Saskia osserva come ormai «le questioni legate all’immigrazione hanno assunto un ruolo rilevante all’interno dell’agenda di ciascun paese europeo. Le piattaforme programmatiche anti-immigrazione si sono rivelate attraenti ai lati più oscuri della società umana. A beneficiarne, in termini elettorali, sono quei partiti che sostengono le posizioni più intransigenti in tema di immigrazione e integrazione (dalla Finlandia alla Francia, dal Belgio alla Gran Bretagna)». Così, rileva l’autrice, «mentre sino a dieci anni fa, mettere in discussione pubblicamente la desiderabilità di una società multietnica era considerato tabù, oggigiorno sembra essere una pratica piuttosto comune e spesso anche remunerativa». Cambio di clima e anche di orizzonte. In Europa come in Italia.

    La studiosa si chiede infatti come sia stata influenzata la politica italiana dalla crescita della comunità di immigrati e dalla proliferazione dell’Islam, e al tempo si risponde che ciò è avvenuto «in modo abbastanza scontato» perché «l’immigrazione è diventata un nuovo terreno di competizione politica rispetto al quale i partiti si differenziano uno dall’altro». Una questione di competizione sulla base di un “mercato politico”, quindi. Almeno tra centrodestra e centrosinistra, con sfumature soprattutto nel primo schieramento dove la Lega Nord è considerata un partito di impianto “etno-nazionale”. E, forse ormai, anche la sola competizione finisce per aumentare il clima di tensione.

    Ma quel che è accaduto a Firenze o anche solo a Rosarno, va molto più in là, è un impasto che ha legami di antisemitismo organizzato, fanatico e full time. Come Anders Behring Breivik, il terrorista di Oslo che diversi mesi fa ha aperto il fuoco a ripetizione e scientemente sulla folla dei propri coetanei, progressisti e democratici in raduno, proprio perché progressisti, democratici e sostenitori di una “società aperta” e multietnica. In fondo è la stessa scena. Folle l’idea di sparare? Più folle ancora che sia plausibile poterlo farlo. Che sia possibile armarsi con così grande facilità. Il punto è che negli ultimi mesi sullo scenario europeo, pur tra casi in qualche modo diversi e in sé isolati, si è potuto registrare un salto di qualità nell’escalation contro gli stranieri, specie se immigrati di colore nelle più diverse sfumature di nazionalità. Con radici culturali e politiche comuni e assai radicate. Come dire, c’è, sotto e nel profondo, un sentimento politico diffuso che alimenta tutto ciò. E allora di cosa stiamo parlando?

    «Quando si parla di senso di (in)sicurezza – scrive Laura Sartori, ricercatrice di Lettere e Filosofia presso l’Università di Bologna, sempre in Politica in Italia (edizione 2008) – si tende a confondere ciò che è paura personale per la criminalità (fear of crime) e ciò che è preoccupazione sociale per la criminalità (concern about crime)» e così il più delle volte si tende a sovrapporre i piani spesso si riduce il problema della sicurezza «a quello della criminalità, formulando l’equazione “aumento dei reati = aumento dell’insicurezza”, anche se i dati ci dicono che quest’idea coglie solo in parte un fenomeno più complesso».

    Ovvero, negli ultimi dieci anni di politiche pro o contro l’immigrazione, nessuno di fatto è riuscito ad arginare e combattere il fenomeno dell’intolleranza crescente, ma invece alla fin fine ha acconsentito, anche sulla base delle proprie debolezze politiche, elettorali o culturali, che esso venisse caldeggiato, accarezzato, vezzeggiato soffiando sul fuoco del razzismo così come dell’antisemitismo e dei tanti tipi di comportamento che spesso hanno a che fare (vedi Torino e anche Rosarno) con un genere in stile Ku Klux Klan.

    Ora è difficile dire se la situazione sia sfuggita totalmente di mano o sia ancora recuperabile. Sta di fatto che la grande solidarietà a Cassieri, fuori e dentro la Rete, fa temere il peggio. E può dar adito e luogo a emulazioni pericolose.
    Una scintilla e la polveriera esplode. Con buona pace di chi ha attizzato il fuoco e avvelenato i pozzi… Sperando e puntando su questa conclusione.
     

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  11. Chiamiamoli per nome
    di David Bidussa

    “E io darò nella mia casa e nelle mie mura forza e rinomanza, meglio di figli e di figlie; darò a ciascuno una rinomanza eterna (un memoriale e un nome) che non perirà” (Isaia, Cap. 56, verso 5).

    Amb Modou 40 anni e Diop Mor 54 anni sono morti oggi a Firenze uccisi dall’odio, dalla rabbia di chi si sente in diritto di disporre della vita altrui in nome della propria.
    Con loro sono stati feriti Moustapha Dieng, 34 anni, Sougou Mor 32 anni, e Mbenghe Cheike, 42 anni. Tutti colpiti da Gianluca Casseri, che poi si è tolto la vita.
    Gran parte dei notiziari continuano in queste ore a parlare di due senegalesi uccisi e altri feriti.
    Altri, anche in nome della solidarietà, parlano di “due fratelli uccisi”.

    Nessuna di queste due procedure mi piace e non le trovo né condivisibili, né accettabili.

    Certo nessuno usa termini ambigui, ma è importante ripetere i loro nomi, fissarli nella memoria.

    È importante dare alle persone un nome. Dare un nome significa riconoscere loro non solo il diritto al ricordo, ma anche che hanno avuto una vita, che questa per quanto stentata, difficile, forse anche malinconica era fatta di scelte, di storie, di amori, di rinunce, di tristezze. In breve di emozioni, di sensazioni, di ricordi, di relazioni.

    Se si afferma il principio quantitativo del numero, anziché imporsi il criterio del nome, allora il primo passaggio verso la svalutazione della vita degli altri è già compiuto e il viaggio verso l’indifferenza è già iniziato.

    Molti forse ritengono che sia importante indignarsi e che nominare sia un atto di scarso valore, comunque secondario.

    Il nome può apparire un dettaglio, ma concretamente nominare una persona significa conferire personalità e chiedersi quale sia la sua storia.

    Amb Modou e Diop Mor sono morti oggi a Firenze. Moustapha Dieng, Sougou Mor, e Mbenghe Cheike sono stati feriti.
    Non sono dei nomi facili da scrivere. E sicuramente io ho fatto molti errori ortografici scrivendoli. Ancora meno lo sono da ricordare.
    Non importa.

    Ricordare non è un atto gratuito. Implica uno sforzo e richiede una decisione. Certamente indica una consapevolezza.
    Quei nomi sono certamente più difficili e suonano meno famigliari di “Gianluca”. Ma è importante fissarli nella memoria. E, soprattutto, sforzarsi di farlo.


    Post pubblicato sul blog di
    Linkiesta.it il 13/12/2011

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  12. Cittadinanza e indifferenza
    di Khalid Chaouki

    Ma dov’è finito il dibattito sulla nuova Legge sulla cittadinanza? Dovremo aspettare il prossimo appello di Napolitano?

    Eppure avevamo tutti confidato nella sensibilità del nuovo Governo Monti e dei suoi ministri, in testa Andrea Riccardi, il neo ministro all’integrazione e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, oltre all’ampio fronte dei sostenitori della riforma rappresentato da Pd, Terzo Polo, Idv e Sel.

     

    Invece pare che il tema sia stato frettolosamente riportato nel cassetto delle “cause perse” a partire dai due ministri interessati, Riccardi e Cancellieri, che hanno in modi e toni diversi rinviato la questione alla buona volontà del Parlamento.


     

    Fermo restando che la questione della cittadinanza non può essere imposta per decreto, ma richiede giustamente un iter parlamentare degno della tematica che di fatto porterà ad una rivoluzione culturale che interesserà tutti gli italiani, crediamo però che non sia giusto evitare persino di porre il tema della cittadinanza nell’agenda di governo.
Il nodo dell’effettiva inclusione dei tanti figli di immigrati nella società italiana non rappresenta una questione di poco conto, ma centra in pieno il modello di società che si sta evolvendo.

     

    In parole povere ci riguarda tutti e riguarda soprattutto il livello di civiltà del nostro Paese, oltre alla sua presente e futura coesione sociale. E allora se nemmeno il Governo Monti vuole affrontare il tema della cittadinanza nei giusti termini di una questione nazionale urgente, non ci rimane come italiani tutti, figli di immigrati compresi, che rimboccarci le maniche e diffondere sempre più le parole d’ordine della campagna di raccolta firme “L’Italia sono anch’io” tra tutti i cittadini.


     

    Per ora le reazioni del nuovo Governo ci hanno deluso, ma la speranza è sempre l’ultima a morire!

     

    (Post pubblicato sul blog nuoviitaliani.comunita.unita.it il 7 dicembre)
     

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  13. A proposito di Todi
    di Salvatore Rizza

    Si torna a parlare in queste settimane di “presenza dei cattolici nella politica italiana”. L’assenza dei “cattolici” è intesa come assenza di un “comune sentire” dei cattolici nella politica, come una scarsa incisività del pensiero e della dottrina cattolica, come assenza di un progetto con una peculiare connotazione capace di misurarsi con gli altri soggetti della politica e di offrire un contributo alla crescita culturale della società. Il problema è cominciato a porsi dopo la scomparsa della Democrazia Cristiana che adempiva laicamente al compito di mediazione tra la cultura cristiana e le altre culture laiche e socialiste. I cambiamenti avvenuti dopo la stagione di ‘mani pulite’ iniziò la diaspora dei cattolici, a cui ora si vorrebbe rimediare con una sorta di ‘chiamata’ a raccolta per esprimere una “presenza”.

    L’iniziativa di Todi e la convocazione del Forum esprime l’esigenza di interrogarsi circa la necessità oggi di una “presenza” dei cattolici nella vita sociale e nella politica. L’assenza era determinata da un lungo silenzio in cui i laici cattolici erano stati ‘ridotti’ a motivo della presenza attiva e militante per oltre quindici anni della gerarchia cattolica italiana, che ha avocato a sé il ruolo di interlocutrice unica con il potere politico.

    L’esperienza dei Cattolici Democratici, che avevano coniugato nella propria vita il radicamento personale nella fede e il riferimento costante alla Dottrina Sociale della Chiesa, ma con la personale autonomia delle scelte ‘laiche’ nella politica, nell’economia, era stata rimossa. Nel frattempo sulla scena politica si affacciano cattolici con scarsa cultura laica e democratica e con intenso attivismo partitocratico, che non riescono però ad affermare quella ‘presenza di qualità’ dei cattolici richiamata con frequenza negli ultimi tempi dal Pontefice e dalla CEI nella persona di Bagnasco e di Crociata.

    Quando, per le note vicende personali del Presidente del Consiglio e per l’insufficiente capacità politica sua e del Governo, la misura sembrò essere colma, la gerarchia ruppe gli indugi e pose il problema della presenza dei cattolici in politica. In questo ambito si colloca l’evento di Todi. L’intento del Forum era quello di interrogarsi sulla situazione dell’attualità politica e sul contributo che i cattolici potevano dare alla soluzione della grave crisi economico-finanziaria. Così, almeno, sembrava. Forse la durata breve dell’incontro al convento di Montesanto, o la numerosità degli invitati e dei relativi interventi concentrati in una sola giornata, o la difficoltà del momento storico e la varietà degli schieramenti dei partecipanti hanno fatto languire la discussione, conclusasi con un comunicato non da tutti condiviso.

    L’evento di Todi in sé non rappresenta un evento di rilevante rarità e meritevole di speciale attenzione; sembrava rivestire un carattere di eccezionalità sollevando legittima curiosità e suscitando aspettative nell’opinione pubblica. Può darsi che “Todi” abbia un seguito, ma a giudicare dalle conclusioni emerse sembra che sconsolatamente si possa dire “tanto rumore per nulla”. L’unità dei cattolici in politica è rimasta una pratica inevasa e ancora alla ricerca del significato da attribuire allo stesso termine “unità”. Si sono semmai accentuate le divisioni con Comunione e Liberazione e i cattolici nel PdL, arroccati a difendere governo e Presidente del Consiglio, dissociandosi dalle conclusioni che ne richiedevano il “passo indietro”.

    Il ritorno al “partito dei cattolici” resta il velleitario desiderio di pochi, sia a Todi che tra il popolo cattolico. Rimane comunque il problema della presenza dei cattolici in politica di cui si fanno interpreti le diecine di organi di stampa diocesane che chiedono ai cattolici una fedeltà ai valori cristiani. Il riferimento ai “valori non negoziabili” è condiviso da tutti, salvo a darne interpretazioni differenti. Emerge la volontà di un nuovo impegno dei cattolici nella politica che porti ad una valorizzazione delle istanze del loro mondo ritenendo che la politica debba esprimere una sintesi dei valori sostenuti dai cattolici e di quelli sostenuti dai laici.

    Si delinea in questo modo una visione ‘laica’ della società, pur con le incertezze e le difficoltà che una tale visione comporta. La laicità che tiene distinti gli ambiti degli interventi da parte dello Stato nei confronti Chiesa e viceversa di cui ha parlato anche Bagnasco a Todi, non può significare opposizione, bensì la ricerca di un terreno comune per il dialogo e la collaborazione per l’affermazione di una società equa e per la costruzione del bene comune. Il significato di “laicità” comporta l’accoglimento della rilevanza pubblica delle fedi e dell’etica religiose, ma in un rapporto dialogico con le altre culture. La pratica del dialogo tra ‘cattolici’ e ‘laici’ non è agevole, ma al dialogo sono tutti ‘condannati’, se si vuole preservare la coesione sociale. La laicità costituisce il campo comune dei cattolici e dei laici in cui le cui visioni di vita entrano nel “discorso pubblico”, come dice Habermas, per un arricchimento reciproco.

    La laicità diviene segno, sostanza e metodo di democrazia. L’impegno per la realizzazione di una società democratica, è il campo comune ai “laici”, credenti e non credenti. Gli uni e gli altri si trovano concordi nel difendere il campo della politica dalla interferenza ‘ideologica’ di parte. A Todi di laicità ha parlato Bagnasco e non si sa se gli altri interlocutori ne abbiano fatto menzione. Ma la strada che i cattolici possono percorrere per un’efficace presenza nell’agone politico è quella della laicità. La quale non richiede l’instaurazione di un “bipolarismo etico” e, quindi, l’appartenenza ad un partito in nome di “valori non negoziabili”, ma la condivisione, con chi cattolico o credente non è, dei valori dell’umanizzazione rivolti alla costruzione di un umanesimo comune e condiviso.

    La mediazione rimane il metodo faticoso, ma vincente, assunto dai credenti ‘laici’ per assolvere al loro impegno di testimonianza e di ricerca del dialogo con i non credenti. In questa ottica cade la polemica sorta intorno al supposto rifiuto del “relativismo etico” e al significato di “valori non negoziabili”. Il rifiuto del relativismo etico non comporta la condanna del pluralismo delle culture e delle visioni di vita, essenziali per la laicità come per la democrazia; ma riguarda il rifiuto della visione nichilista della modernità dominata dalla deriva individualistica e mercificata, che connota gran parte della società nell’era della globalizzazione. Una tale visione nichilistica riduce la forza democratica della società e determina un “rischio” per la democrazia stessa. Il significato ‘laico’ dei “valori non negoziabili” richiama nei credenti (e nei non credenti laici) l’esigenza della coerenza tra i valori proclamati e le differenti espressioni della vita di ciascuno. In un Paese veramente pacificato e democratico esiste un’etica propria dell’unità e della coesione democratica che tutti, credenti e non credenti, non possono ritenere “negoziabile”.

    Il Forum di Todi si è chiuso e non si sa se definitivamente. Della presenza dei cattolici nella politica si avverte il bisogno, anche da parte dei laici non credenti, e forse per questo se ne continuerà a parlare. Ma conta ancora di più osservare che prioritaria appare la presenza dei cattolici nella società civile. La quale, diversamente connotata e qualificata (religiosa o laica), costituisce la base su cui si tesse l’ordito della politica e la trama della vita degli uomini. Se per le diverse espressioni di società civile presenti a Todi l’intento fosse stato solo quello di cercare supporti per la politica dei partiti o costruire tranelli per abbatterla in un rinnovato collateralismo, senza però cercare le ragioni vere che muovono l’azione della società, improntata ad autonomia e ricerca del bene comune, anche quella esperienza si collocherebbe sulla scia di una politica incapace di interpretare le reali esigenze degli uomini smarrendo la opportunità di ‘inventare’ risposte e di progettare un futuro migliore per la società.

    Le associazioni cattoliche si consegnano ad un funzione collaterale anche quando criticano e si oppongono alla politica ‘ufficiale’ se non sono in grado di offrire pratiche alternative nell’economia come nella stessa politica. La forza della società civile risiede nella sua capacità di autonomia e nella ricerca degli interessi generali. Le organizzazioni cattoliche riunite a Todi sono società civile “religiosamente connotata” e come ogni altra espressione di società civile si caratterizza per la sua autonomia di azione e di scelte operando nell’ambito pre-politico e non direttamente impegnata nella politica. Le organizzazioni cattoliche non sono organizzazioni politiche. Possono però rappresentare per la politica una sorta di vivaio e, soprattutto, alimentare nei cattolici direttamente attivi nella politica una cultura del bene comune, della giustizia, della solidarietà che sono il proprium della democrazia.

    Anche la denuncia e l’indignazione sono espressioni di partecipazione politica e Todi ha rappresentato certamente un’occasione di denuncia nei confronti di una ‘brutta’ politica, incapace di uscire dall’autoreferenzialità. Ma c’è un’azione di formazione culturale che impegna ogni organizzazione nei confronti dei propri iscritti, che è molto più necessaria e urgente e che non può esaurirsi in un incontro o in una dichiarazione. La società di questo ha bisogno. E Todi non basta.


     

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  14. Da Berlino parla Monti: Italia in salvo con la crescita  
    di Lucilla Guidi  

    “L’Italia non ha bisogno di essere salvata, ma deve essere messa in condizioni sostenibili riguardo alla sua finanza pubblica. Ciò non è possibile senza che il paese ricominci a crescere”.
    Mario Monti, il più plausibile candidato alla guida di un governo tecnico, quando ha appreso la notizia di esser stato nominato senatore a vita dal Presidente Napolitano si trovava al Dahrendorf Symposium di Berlino e aveva appena concluso il suo intervento dedicato alla “Crisi finanziaria e dell’euro”.

    La nomina del Presidente Napolitano – secondo numerosi commentatori e come ha sostenuto Eugenio Scalfari – “è un’indicazione precisa: Napolitano ha chiamato Mario Monti al posto che lui stesso lasciò diventando Presidente. E' un genio della politica: con questa nomina ha rotto tutti i giochi”. Monti alle numerose domande sulla sua imminente nomina alla guida di un governo tecnico ha risposto con secchi “no comment”.

    A margine della conferenza di Berlino però, ha commentato la crisi economica e finanziaria italiana; l’Italia, secondo Monti, “non ha bisogno di essere salvata, ma di essere messa in condizioni più sostenibili riguardo alla sua finanza pubblica. Sebbene negli ultimi anni siano stati fatti dei passi avanti – ha continuato – senza una maggiore crescita economica anche i progressi compiuti non sono sostenibili. La crescita economica non può provenire da ulteriori prestiti, bensì devono essere rimossi gli ostacoli strutturali che impediscono al paese di crescere”.

    Sarà questo il suo incarico? “Non sto parlando di un incarico ma di quello di cui l’economia italiana bisogno. Si tratta di interventi necessari, lo sappiamo da qualche tempo. Sfortunatamente ci sono stati dei ritardi nella consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza dell’intervento. Noi italiani, come altri membri dell’euro zona, abbiamo delle difficoltà, ma anche il forte vantaggio di essere inseriti in un quadro di cooperazione e di vincoli di cui tutti beneficiamo, e che provengono dall’Unione europea che abbiamo costruito insieme”.

    Nel suo intervento al Dahrendorf Symposium, Monti ha sostenuto che paradossalmente il progetto dell’Euro sta funzionando e sta funzionando anche in un contesto come quello della Grecia. Secondo Monti, infatti, anche se ha subito alcune battute d’arresto, il progetto dell’Euro sta ancora adempiendo il suo compito. “Dobbiamo tenere a mente – ha affermato – che la Grecia non avrebbe introdotto riforme strutturali e una tale trasformazione della sua società e delle sue istituzioni senza la pressione degli altri paesi dell’Euro zona. Il progetto dell’euro funziona ancora, sebbene le circostanze siano molto critiche”.
     

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  15. Il finale di partita sulla stampa tedesca
    di Lucilla Guidi

    Dal “Berlusconi Burlesque” dell’Economist al “Finale di partita per il Cavaliere” di Der Spiegel.de fino al più didascalico “La crisi italiana peggiora, Berlusconi si aggrappa al potere” dell’Independent tutti i siti dei maggiori giornali internazionali analizzano lo stadio finale del governo Berlusconi e la situazione italiana.

    In God’s name, go!
    Anche il Financial Times a commento del G20 ha esortato Berlusconi ad andarsene con un fin troppo esplicito “In God’s name, go!”. Il quotidiano economico finanziario britannico non ha dubbi sulla crisi che sta investendo l’Italia: “L’aspetto più preoccupante è che ciò stia avvenendo ora che - almeno in linea di principio - l’Italia si è impegnata a portare avanti le riforme strutturali richieste dall’Europa e dal G20”. “Ma - continua il Financial Times - avendo fallito le riforme in due decenni di politica, Berlusconi non ha credibilità per determinare un cambiamento significativo. Sarebbe ingenuo credere che, quando Berlusconi cadrà, l’Italia recupererà immediatamente la piena fiducia dei mercati. Ma un cambio di leadership è comunque inderogabile. Un nuovo Primo Ministro impegnato nell’agenda delle riforme - commenta il quotidiano - rassicurerebbe i mercati, che sono alla disperata ricerca di un piano credibile per mettere fine alla corsa del quarto debito più grande del mondo. In questo modo sarebbe più facile per la Banca Centrale Europea continuare il suo programma di acquisto di bond, poiché sarebbe meno probabile che l'Italia venisse meno alle sue promesse”.

    Il Cavaliere prega a occhi chiusi

    È questa la foto-ritratto che sia il sito del settimanale tedesco Der Spiegel sia quello del quotidiano inglese The Independent scelgono per descrivere l’agonia del Premier. “Dopo le dimissioni di Papandreu in Grecia, è arrivata l’ora di andarsene anche per il premier italiano? I mercati scommettono contro di lui, a Roma si parla di dimissioni imminenti. Il cavaliere smentisce che la sua carriera sia giunta alla fine”. Così Der Spiegel.de sintetizza il “Finale di partita per il Cavaliere”. E argomenta: “La pressione dei mercati non è mai stata così forte. Gli investitori si sono disfatti dei titoli di Stato italiani. Nonostante l’adozione di due pacchetti di salvataggio e le promesse fatte a Bruxelles, il premier italiano non è riuscito a tranquillizzare i mercati. I dubbi internazionali sulla capacità del governo rimangono. Sebbene non abbia più la maggioranza assoluta in Parlamento, Berlusconi si rifiuta di dimettersi”.

    Der Spiegel.de in un altro articolo dedicato alla situazione economica e finanziaria italiana ci definisce i “bambini difficili” della euro zona. “L’Italia appartiene con un debito del 120% ai bambini difficili della Euro-zona. Nelle ultime settimane, il paese si è spostato sempre di più al centro della crisi del debito, perché il governo Berlusconi realizza le misure economiche promesse solo in modo esitante”.

    Sul sito dell’Independent i toni sono più gravi: “La crisi italiana peggiora, un ardito Silvio Berlusconi si aggrappa al potere”. “Gli investitori sono nel panico per la montagna di debito dell’Italia e l’incapacità dell'amministrazione zoppa di Berlusconi di abbatterlo. Questi timori fanno salire gli oneri finanziari del paese. Se i costi dei bond sono così elevati per troppo tempo, l’Italia potrebbe essere costretta al default, segnando un potenziale disastro per l’euro, il sistema bancario europeo e l’economia globale”.


    “Salvate la dignità della democrazia”
    Se per l’Italia si aprirà una nuova era, senza Berlusconi, questa non potrà fare a meno di un progetto europeo. Come ha affermato Jürgen Habermas nel recente articolo pubblicato su Faz “Salvate la dignità della democrazia”, “Papandreu (e Berlusconi N.d.R.) hanno messo l’Europa di fronte allo specchio. Manca la volontà politica dell’unità, poiché mancano le istituzioni che potrebbero rendere possibile la formazione di una volontà sovranazionale e l’applicazione delle decisioni su scala globale. Per questo motivo, i paesi dell’Unione Monetaria Europea dovrebbero vedere la crisi come un’opportunità, con l’intento di rafforzare la loro capacità di azione politica a livello sovranazionale, sul serio”.

     


     

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  16. Pasquino: un governo politico non tecnico. Amato-Monti?  
    di Alessandro Lanni

    «Il tandem Giuliano Amato e Mario Monti è il meglio che possiamo chiedere al futuro prossimo per il nostro governo e per il nostro paese». Nel gioco delle ipotesi che fanno fibrillare la politica italiana in queste ore, Gianfranco Pasquino individua la strana coppia che potrebbe realizzare le riforme che l'Europa ci impone. Il presidente della Treccani e l'ex commissario Ue avrebbero la sufficiente caratura politica e tecnica da sopportare la pressione che inevitabilmente gli piomberebbe addosso da destra e da sinistra. Ipotesi che tuttavia appare remota ma forse meno di quello che sembra, soprattutto se si tiene conto della stima del Quirinale per il “Dottor sottile”.

    Partiamo dal presente: ora che succede? «La prospettiva più probabile è che Berlusconi vada a verificare la maggioranza e che finalmente scopra di non averla e a questo punto deve decidere cosa fare: o accettare una sconfitta con la sfiducia che gli renderebbe impossibile qualsiasi reincarico e anche condizionare un'alternativa futura oppure dimettersi prima del voto di fiducia andare dal presidente della Repubblica e cercare di condizionare quello che succederà e quello che succederà è che Napolitano esplora se c'è un'altra maggioranza e allora si vede».

    Berlusconi anche se fuori dai giochi non è affatto finito, spiega il politologo bolognese, e potrebbe ancora dire la sua sul nuovo esecutivo in almeno due modi. «Potrebbe far pesare con Napolitano la sua maggioranza ancora consistente in uno dei due rami del Parlamento. Oppure, potrebbe imporre nel nuovo governo alcuni dei ministri del suo esecutivo. Berlusconi potrebbe richiedere: “ci devono essere quelli che hanno fatto bene in questi tre anni”. E io dubito che tra questi ci sarà Tremonti».

    Ma il nome che guiderà un futuro governo dovrebbe anche fare i conti con un contesto politico-parlamentare che non può essere scavalcato e che forse potrebbe rendere poco digeribile un nome come quello di Amato, così riconducibile al centrosinistra. Eppure, spiega Pasquino, questo non può essere un ostacolo per le scelte di Napolitano. «La procedura è chiara: il capo dello stato ascolta i presidenti delle Camere, come da Costituzione, e poi ricorda a tutti che il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio avendo il massimo di discrezionalità e il massimo di intervento nella scelta del nome del presidente incaricato. Dopodiché sarà questo a proporre i nuovi ministri». Insomma, tirare per la giacca il presidente non è possibile.

    E quindi il nome di Amato come capo del governo non è fanta-politica? «Per niente. È uomo di grande esperienza e competenza e che ha fatto già due volte il presidente del consiglio. So benissimo che è stimato da molti ma che un terzo del Pd non lo voterebbe mai, ma so peraltro che andrebbe bene a due terzi del Pdl. Soprattutto, ha una credibilità internazionale che è fondamentale in questo momento».

    Eppure in queste ore circola molto il nome di Mario Monti per Palazzo Chigi, che a differenza di Amato non è riconducibile alla sinistra, e che anzi fu portato a Bruxelles come commissario proprio da Berlusconi nel 1994. «Preferisco Amato a Monti come presidente del Consiglio perché conosce la politica e i politici meglio dell'economista. Al contrario, Monti è in grado di attuare ricette economiche anche sgradevoli perché dispone della competenza e della riconoscibilità da parte degli economisti».

    Non è più tempo di governi tecnici, prosegue Pasquino. «Non siamo ai tempi di Ciampi o di Dini. Ora ci vuole un governo politico, i parlamentari devono riuscire convincere i loro elettori che la situazione è molto grave e che questo è un atto di responsabilità per il futuro dei nostri figli e del nostro paese. Non bastano tecnici autorevoli». E anche un governo istituzionale sembra lontano. «Schifani non è spendibile perché troppo uomo di Berlusconi e un governo del Presidente andrebbe ma dovrebbe essere lo stesso Napolitano a guidarlo!».

    E se questo è lo scenario il rischio è che il Pd rimanga con il cerino in mano e non sia chiaro nella scelta. «Il Pd ha già commesso un errore drammatico quando si chiamava Pds a non tenere i ministri dentro il governo Ciampi. Lo ritengo un errore clamoroso. Oggi però sento i “pasdaran” del Pd che vogliono andare immediatamente alle elezioni per incassare subito un successo che potrebbe esserci leggendo i sondaggi. Tuttavia dimenticano che prima di andare alle elezioni c'è una campagna elettorale da fare e che non sono mai stati particolarmente bravi a farle. Soprattutto, appoggiando un governo che riesce a fare qualcosa il Partito democratico potrebbe rivendicare il merito di questi successi alle elezioni».

     

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  17. Cosa ci insegnano le primarie francesi 
    di Noemi Trino

    “È un successo democratico considerevole, una formidabile mobilitazione”: sono queste le parole scelte da Francois Hollande per commentare l’esito delle elezioni primarie francesi, le prime a suffragio universale, che domenica sera lo hanno ufficialmente designato candidato della sinistra alle presidenziali del 2012. Prendo atto con fierezza e con responsabilità del voto che con più del 55 per cento dei voti mi affida l’ampia maggioranza che avevo sollecitato - ha continuato Hollande, che ha poi concluso - questa vittoria mi fornisce la forza e la legittimità per preparare l’appuntamento con le elezioni presidenziali. Ho ricevuto il mandato imperativo di far vincere la sinistra alle prossime elezioni”.

    Di straordinario successo, in termini di partecipazione dell’elettorato, parla anche Martine Aubry, l’altra candidata al secondo turno, che nel salutare la vittoria di Hollande si è dichiarata “fiera di aver contribuito a queste primarie, che considero una grande vittoria civica che segnerà in maniera profonda e duratura la democrazia di questo Paese”. Ed è proprio il dato relativo all’affluenza, che ha superato ogni aspettativa, l’eredità più preziosa che queste primarie consegnano alla Sinistra francese. Al di là del risultato, che ha premiato il candidato più forte, l’ex segretario Francois Hollande, che alla seconda tornata godeva del sostegno di tutti i candidati esclusi al primo turno dello scorso 9 ottobre. Con lui si erano infatti schierati Arnaud Montebourg, l'ex compagna Ségolène Royal , Manuel Valls e Jean-Michel Baylet.

    Una grande affermazione, quella delle elezioni primarie, per niente scontata: si è trattato, infatti, di una novità nella storia della politica francese. Per la prima volta non solo i militanti socialisti, ma tutti i cittadini che si fossero richiamati ai “valori della gauche” e fossero disposti a pagare la somma simbolica di un euro sono stati chiamati a scegliere il proprio rappresentante. Domenica a rispondere alla chiamata sono stati in 2.860.000: il sei per cento in più rispetto al primo turno, quando si sono recati alle urne 2.661.231 elettori. Un esito più che felice, soprattutto se si analizza il voto del primo turno, quando ai quattro candidati del Ps (Hollande, Aubry, Royal e Valls) si affiancavano Jean-Michel Baylet, presidente dei Radicali di Sinistra, e Arnaud Montebourg, deputato socialista ma con idee tutt’altro che ortodosse.

    La vicenda elettorale di Montebourg, in particolare, è emblematica del contributo che queste elezioni primarie possono fornire ai partiti contemporanei nel tentativo di mobilitazione cognitiva di un elettorato sempre più mobile. Montebourg è infatti autore del volume Voter pour la démondialisation, in cui predica la guerra alle multinazionali e alle banche, l’autonomia decisionale dei popoli e la protezione dei salari: rappresenta dunque un elettorato estremo, che in queste elezioni primarie ha trovato un inaspettato terreno di manifestazione delle proprie istanze. Al punto che, al primo turno, Montebourg è riuscito a conquistare ben il 17,19 % dei voti, piazzandosi subito dopo i due finalisti e doppiando Ségolène Royal, contro ogni previsione della vigilia.

    In tal senso, queste elezioni primarie “aperte”, garantendo la partecipazione degli elettori in un meccanismo specificatamente dedicato alla selezione, hanno contribuito a canalizzare verso metodi riconosciuti e legittimati dal sistema quella spinta partecipativa di una parte della società civile, fino ad ora estranea ai tradizionali canali di partecipazione. Non a caso, subito dopo il primo turno, Bernard- Henri Lévi ha parlato di “un cataclisma. Persino di rivoluzione”. Una rivoluzione “nella pratica delle istituzioni”, che consentirà al Ps di trasformarsi da partito di militanti a partito di massa. “Un partito che soffocava - scrive ancora Lévi - con i suoi duecentomila iscritti, e che ora respira, con i suoi due milioni e mezzo di votanti”.

    Allo stesso tipo di elezioni primarie si è rivolto il Partito democratico italiano, alla ricerca di un atto fondativo che ne legittimasse oltre che la nascita, anche la dirigenza. In entrambi i casi, quindi, esse hanno risposto a una scelta di esternalizzazione delle candidature attraverso il coinvolgimento degli elettori.
    È in questo senso che, per dirla con Gianfranco Pasquino, “in un momento storico di affievolimento della componente ideologica e di diffusa disaffezione dell’elettore, le primarie possono essere interpretate come una forma indiretta di iscrizione ai partiti e l’elevato coinvolgimento potrebbe esprimere una riaffermazione della volontà di partecipare”.

    Il cammino è solo all’inizio, come hanno riconosciuto Hollande e la stessa Aubry. Adesso bisognerà passare, come ha detto Martine Aubry domenica sera, “dal momento del dibattito e del voto a quello dell’unità”. Bisognerà mantenere in vita quei meccanismi permanenti di accountability dei gruppi dirigenti nei confronti della base associativa che queste primarie hanno contribuito ad attivare, e che garantirebbero un raccordo tra struttura partitica ed elettorato in vista delle prossime elezioni presidenziali. Il coinvolgimento di Martine Aubry potrebbe essere un primo, utile espediente: non solo perché la mairie di Lille rappresenta più del 40 per cento degli elettori di queste primarie, ma anche e soprattutto perché una simile scelta contribuirebbe alla trasformazione del Ps, da “apparato moribondo”, secondo la definizione di Lévi, a reale macchina democratica, forte abbastanza da riprendere in mano le redini del Paese in un momento così critico, dopo dieci anni di destra e cinque di sarkozismo.

     

     

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  18. “Il manuale di Vegas parla chiaro: dimissioni”
    Intervista a Linda Lanzillotta di Nicola Maranese

    Per Linda Lanzillotta, deputata dell’Api e membro della Giunta per il regolamento della Camera, l’organismo di Montecitorio che si è espresso sulla bocciatura del rendiconto di bilancio dello Stato “non ha preso una decisione politica, ma in punta di diritto. La valutazione è tecnico-giuridica – argomenta Lanzillotta – perché il rendiconto della gestione è un atto a contenuto vincolato, la cui approvazione o reiezione implica un giudizio politico sull’operato del governo. Affinché possa essere superato un voto contrario occorre che ci sia la disponibilità del governo, che è però il soggetto su cui si è abbattuto il giudizio negativo del Parlamento e questo, peraltro, non lo dice l’opposizione ma lo spiegano la dottrina e i precedenti”.

     

    A quali si riferisce?

     

     

    Governi Goria e Andreotti, ma soprattutto c’è il manuale di Giuseppe Vegas sul bilancio dello Stato che dice esattamente questo, cioè che la reiezione del rendiconto implica le dimissioni del governo.

     

    Ritiene che una Giunta diversa, composta diversamente e con la maggioranza assembleare correttamente rappresentata, avrebbe trovato qualche escamotage per superare l’ostacolo?

     

     

    Se avesse avuto un po’ di onestà intellettuale non avrebbe che potuto confermare lo stesso giudizio. D’altro canto il giudizio della Giunta è solo un parere che si dà al presidente, il quale poi l’articolo 1, viene
    meno il contenuto del disegno di legge perché è quello che approva il rendiconto, gli articoli successivi sono come delle tabelle allegate ma, ribadisco, l’approvazione passa necessariamente dall’articolo 1.

     

     

    L’unica via d’uscita sono le dimissioni del governo?

     

     

    Penso di sì, poi sulla fase successiva deciderà il presidente della Repubblica. Se venerdì il governo dovesse ottenere la fiducia, si creerebbe un bel problema, perché lo stesso esecutivo dovrebbe presentare lo stesso ddl per l’approvazione del rendiconto e francamente ho più di un dubbio che il capo dello Stato possa autorizzare la presentazione alle Camere.

     

     

    Non le sembra paradossale che il governo cada su questa vicenda?

    Il governo non sta in piedi, inciampa in continuazione e deve mettere la fiducia su tutto. È una situazione conclamata di crisi e l’accanimento a non volerne prendere atto non fa che nuocere all’Italia.

     

     

    Quindi può bastare questo episodio “casuale”?

     

     

    È sufficiente perché il governo si dimetta, anche sul piano formale. Se poi all’interno della maggioranza chi comprende che c’è questa situazione non assume iniziative per formalizzare il venir meno di un sostegno, è un problema che riguarda gli esponenti della maggioranza e che si scarica sugli italiani.

     

     

    Si aspetta un gesto da parte di Giorgio Napolitano?

     

     

    Il presidente della Repubblica non può che prendere atto di una situazione che si manifesti: ritengo che già con il voto di martedì la situazione si configuri come una crisi conclamata. Dopo di che mi aspetto un’iniziativa da parte di settori della maggioranza che prendano atto che così il governo non riesce ad andare avanti.

     

    (articolo pubblicato il 13.10. su la Discussione)
     

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  19. Il malessere della democrazia
    di Corrado Ocone

    Venerdì 7 ottobre si è svolto alla Camera dei Deputati un convegno serio ma decisamente anticonformista, sin dal titolo: Il malessere della democrazia (o dei suoi teorici). Ove la non convenzionalità era proprio nell’inciso in parentesi: che la democrazia italiana sia gravemente malata è quasi un refrain, un luogo comune, ma che molti di quegli intellettuali più accreditati che ci danno spiegazioni sulle ragioni di questa crisi, dalle pagine dei giornali o in tv e nei libri, siano messi sul tavolo degli imputati, capita raramente.

     

    Almeno capita di rado che le accuse a loro rivolte siano argomentate, scientifiche, non politicizzate (il che non significa ovviamente che non si possa avere e dichiarare la propria posizione politica). E che di conseguenza le critiche siano elaborate con un tono pacato, senza animosità e senza rancore, direi senza personalismi. Semplicemente, in nome di un’altra idea di democrazia, diversa, opposta nei presupposti e nelle conseguenze. Un’idea diversa soprattutto nel modo di concepire il mestiere dell’intellettuale: volto ad offrire argomenti di comprensione e rigore di analisi, non farsi paladino di un’idea politica. Finendo, in questo caso, per tradire quello che dovrebbe essere il bene a lui più caro perché è la ragion d’essere del suo mestiere: l’autonomia della cultura.

     


    Il dibattito romano, organizzato dalla Fondazione Nova Spes, prendeva spunto dalla pubblicazione di un numero monografico, altrettanto controcorrente e indubbiamente originale (“una bella idea a merito di chi l’ha pensata”, ha detto Gianfranco Pasquino) dedicato dal trimestrale “Paradoxa” proprio all’analisi scientifica, e quindi avalutativa e quasi asettica, di testi di sette teorici della democrazia à la page: Bovero, Canfora, Ginsborg, Salvadori, Urbinati, Viroli e Zagrebelsky (Quelli che…la democrazia, pagine 148, euro 14). Pur nelle indubbie differenze e molti distinguo, costoro sono accomunabili in quanto portatori di una cultura politica che, in nome di una democrazia ideale fondata su una lettura spesso interessata dei classici (lo ha osservato ancora Pasquino), tendono a screditare tutte le forme che il processo democratico assume nella realtà e non solo in Italia. Il tutto in un ordine di pensieri rigidamente delineato e applicato in modo meccanicistico, prevedibile, normativo. Con scarsa attenzione alla complessità del reale in nome di una eticizzazione estrema della politica che finisce per essere non solo irrispettosa delle sfere autonome della vita, ma alla fin fine nemmeno rispettosa della morale (la quale, come si sa, si dà nei casi particolari).

    La teoria della democrazia si trasforma perciò in una pedagogia dei valori che porta a dividere noi da loro, i fautori di un presunto bene comune da coloro che perseguirebbero solo biechi interessi particolari. Che è poi tutto il contrario di quella consapevolezza dell’inestricabilità di bene e male, fin nell’intimo di ogni individuo, da cui è nato il pensiero liberale, che è poi null’altro che una strategia per rendere innocui gli effetti devastanti del male alla luce di un bene parziale e precario ma possibile.

     


    Eppure, lo spirito con cui la rivista prima e il convegno poi hanno affrontato il tema è stato encomiabile: non si è scelta una posizione irenistica o conciliante, ma non per ciò si è però scelto il registro della polemica faziosa o della “demonizzazione” degli avversari: ci si è sottratti, voglio dire, a quel “gioco a somma zero” nelle cui reti facilmente ci si poteva infilare. “E’ forse la prima volta che si tenta - ha scritto Dino Cofrancesco, il curatore del fascicolo - un’analisi non superficiale del loro pensiero: si spera di averlo fatto senza seguire il loro esempio cioè sottraendosi alla tentazione di attribuire le loro riflessioni etico-politiche a perversioni morali o a inconfessabili disegni politici”.

     


    Questo spirito si è riflettuto nel convegno, che si è svolto con i toni pacati che convengono alla riflessione politica seria. I relatori erano stati scelti in modo equilibrato anche politicamente, anzi si può dire che quelli che, per quanto vaga possa essere l’espressione, possono essere ascritti alla “sinistra” (Antonio Polito, Alessandro Ferrara, Pasquino e io stesso) superavano quelli di “destra”( Cofrancesco, Piero Ostellino e Vittorio Emanuele Parsi). Anche se poi alla fine, come è giusto che sia in base a quanto detto, le divisioni sono risultate altre e Ferrara, abbastanza critico con i giudizi e le analisi di “Paradoxa”, è rimasto alquanto isolato nelle sue posizioni, confermando in qualche modo con le sue argomentazioni negli altri relatori, a cominciare da me, quei forti elementi di criticità della cultura politica che si è presa a oggetto. Appellandosi a Rawls, ma non esitando a scendere anche nei dettagli della politica attuale (ha indicato ad esempio negli evasori fiscali concreti nemici), Ferrara ha osservato come la democrazia debba essere esigente costituzionalizzando tutto quanto è essenziale alla sua conservazione, sottraendolo al dominio sempre possibile del dispotismo di maggioranze irresponsabili. O, per altro ma non differente verso, alle sirene del populismo.

     

    Perché, si è chiesto Ferrara, la cultura politica italiana è stata, almeno fino a poco tempo fa, impermeabile alla filosofia politica americana contemporanea e alle idee da essa maturata sul modo di garantire i diritti e sempre maggiori libertà in un contesto di globalizzazione e pluralismo trionfante? Cofrancesco ha notato che la filosofia politica a cui fa riferimento Ferrara risponde a problemi maturati in un altro contesto che però si prestano ad essere utilizzati dal milieu culturale dominante in Italia, che egli continua a definire “gramsciazionismo”. E ha specificato che per azionismo è da intendersi non semplicemente l’ideologia del piccolo Partito d’Azione che operò nel secondo dopoguerra, ma un modo di considerare la politica che risale almeno a Mazzini (anch’egli fondatore di un partito così nominato).

     

    E’ un modo che insiste su elementi come il dovere, la necessità di immettere nella politica una tensione etica permanente, uno spirito religioso e di missione che contrasta con il liberalismo e con la prosaicità della modernità e degli interessi (la critica di Mazzini a Sismondi è da questo punto di vista illuminante). Questo modo eticizzante di considerare la politica è dilagato a un certo punto, soprattutto dopo la fine del comunismo, in Italia, diventando senso comune e sostituendo in certo mondo culturale di sinistra il vecchio e appezzabile materialismo storico con la sua lezione di realismo e con la sua analisi seria e profondamente ragionata delle forze del mondo reale. Un discorso questo sulla trasformazione o deriva della sinistra ripreso da Polito, il quale ha alimentato di analisi empiriche ( parlando ad esempio dei problemi dell’informazione e del cortocircuito fra politica e giustizia che si è creato nel nostro Paese) le intuizioni di Cofrancesco.

     

    Ostellino ha sottolineato invece il fatto che la cultura dominante è ostile al mercato, con un movimento di pensiero che d’altronde trova secondo lui molti elementi di conferma in una Carta costituzionale datata e frutto di un compromesso con forze avverse al capitalismo e al liberalismo. “Il diritto al lavoro” ad esempio, ha osservato Ostellino, è un non senso: il mercato non può creare per principio la piena occupazione.

     


    Sono questi appena indicati solo pochi, e forse nemmeno i più importanti, spunti emersi da un dibattito ricco che, come il numero di “Paradoxa”, è stato per me, come ho detto pubblicamente, una “boccata di aria fresca”. Non solo perché, in questi anni, sono rimasto spesso interdetto dal fatto che le questioni della politica siano state affrontate senza un minimo di finezza intellettuale, con una rigidità e rozzezza di pensiero che è il contrario di quella cultura che è prima di tutto libertà. Ma poi perché non si è scelta la facile e scontata via dell’anticonformismo per partito preso, che è semplicemente un’altra forma di conformismo. Cofrancesco ha parlato di quella che egli considera la nostra vera anomalia: non avere ancora un concetto secolarizzato (io dico laico) della politica (e possiamo aggiungere della cultura). Pretendendo addirittura che essa ci dia, per dirla questa volta con Pasquino, quella felicità che va perseguita in tutti altri ambiti umani e individualmente. Mi ha fatto poi molto piacere che, sia Pasquino sia Cofrancesco, hanno fatto gli elogi di Bobbio, che non si è mai stancato di analizzare e chiarificare gli oggetti e i concetti della politica in modo neutrale.

     

    E che sia stata tracciata una netta linea divisoria fra lui, uomo del dubbio, e le certezze granitiche di certa asfissiante cultura torinese successiva che a lui si richiama. Si è detto pure che se è vero che egli ha parlato delle “promesse non mantenute” della democrazia, è pur vero che ha subito aggiunto (e spesso si dimentica di dirlo) che forse quelle promesse la democrazia non le può proprio mantenere.


    Che dire? Forse non resta che augurarsi che, con la fine tanto auspicata della deleteria e ridicola, oltre che tragica, stagione del berlusconismo, termini presto anche un certo antiberlusconiosmo irriflessivo e di maniera che non si confà al vero uomo di cultura.
     

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  20.  Liberali e cattolici: un'alleanza inevitabile?
    di Corrado Ocone 

     «Liberali & cattolici: un’alleanza inevitabile»: questo il titolo, sicuramente provocatorio, di un incontro svoltosi qualche giorno fa, davanti a un folto gruppo, nel corso della manifestazione Cortina Incontra Continua a leggere >>

  21. Le primarie per promuovere donne leader?
    Noemi Trino

    Il problema del riequilibrio della rappresentanza di genere nel nostro Paese è uno dei sintomi più manifesti di quello che, pochi mesi or sono, il settimanale statunitense Newsweek aveva impietosamente definito “Italy’s women problem”. Una questione annosa, che riguarda la società italiana nel suo complesso e che è intimamente connessa al tema dello stato di salute della nostra stessa democrazia Continua a leggere >>

  22. "Le donne protagoniste del cambiamento"  
    Intervista a Susanna Camusso di Marco Polvani

    «Nei momenti fondamentali della storia di questo paese le donne ci sono sempre state e da un po’ di anni a questa parte sono proprio le donne a dare il segnale del cambiamento». Con queste parole il segretario generale della CGIL Susanna Camusso sottolinea l’importanza del movimento “Se non ora quando?” nella politica e nella società italiane. Le giornate di Siena hanno dato prova della maturità di un movimento che ha saputo rimanere unito dopo le manifestazioni del 13 febbraio, senza disperdersi né delegare ad altri le proprie istanze. Non era affatto scontato Continua a leggere >>

  23. Vogliamo la metà di tutto
    Giancarlo Bosetti

    Le donne di “Se non ora quando” vogliono diventare un movimento sociale, organizzato e duraturo nel tempo. E questa è la prima buona notizia che arriva dalla due giorni di Siena. La seconda è che, con loro, si affaccia non solo un bacino elettorale, ma anche una promessa di ricambio della classe dirigente politica Continua a leggere >>

  24. Da Reykjavik ad Atene, le piazze europee
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    “Primavera europea”, con questo titolo il settimanale tedesco Der Spiegel descriveva, alcuni giorni fa, la nuova stagione di mobilitazioni che stanno attraversando le principali piazze europee. Dalla Spagna all’Irlanda, passando per l’Islanda, il Portogallo e la Grecia, alcune delle maggiori democrazie del Vecchio Continente sono state teatro in questi mesi dell’attivismo di migliaia di giovani preoccupati per la situazione economica e sociale di questo periodo storico Continua a leggere >>

  25. Adesso tocca alle donne
    La redazione

    Vogliamo essere rappresentate. La politica ascolti.


    Dopo la mobilitazione del 13 febbraio in 230 piazze italiane, il secondo appuntamento di Siena con “Se non ora quando” continua a puntare i riflettori sulla questione femminile. Stavolta l’obiettivo primario è reclamare ascolto dalla politica, affichè, come sottolinea Valeria Fedeli, “la società sia femminile che maschile venga rappresentata” Continua a leggere >>

  26. Egemonia cattolica e vita pubblica in Italia
    Corrado Ocone

    Che l’Italia sia gravemente deficitaria di ethos pubblico, soprattutto se paragonata alle altre democrazie occidentali, potrebbe essere un dato di fatto. Quantomeno è innegabile che nella vita pubblica siamo di manica larga: i comportamenti illeciti, le mille e varie corruzioni diffuse, non solo da noi non hanno una adeguata sanzione sociale, ma spesso non impediscono la conquista del potere politico. Perché accade questo? Alessandro Ferrara, serio e autorevole filosofo politico, lanciò qualche mese fa una provocazione dalle pagine di Reset pubblicata anche su reset.it : la nostra anomalia, si era chiesto, non va forse messa in connessione con la lunga, incontrastata, egemonia cattolica nel nostro Paese? Continua a leggere >>

  27.   Una "terza via" tra pubblico e privato nella gestione dei servizi locali
    Intervista a Christian Iaione di Marco Polvani

    Nel dibattito di questi giorni sui quesiti referendari relativi alla gestione dei servizi pubblici è stata più volte riproposta la classica contrapposizione tra il ruolo del “pubblico” e quello del “privato” nell’amministrazione dei beni comuni. In pochi hanno ricordato, invece, che esiste anche una “terza via” rispetto a queste due tipologie di gestione, ovvero quella delle cosiddette no-profit utilities Continua a leggere >>

  28. La muraglia delle domande difficili
    Maria Serena Palieri

    Riuscirà la consultazione del 12 e 13 giugno a esorcizzare il male che da quattordici anni affetta in Italia lo strumento del referendum? Il 15 giugno 1997 solo il 30% degli aventi diritto andò a votare per una grossa manciata di referendum promossi dai radicali (e non solo): gli interrogativi coprivano un po’ di tutto, dall’abolizione dell’ordine dei giornalisti agli scatti di carriera dei magistrati, dall’abrogazione del ministero delle politiche agricole a quella dell’obiezione di coscienza come requisito per sostenere il servizio civile anziché quello militare. Non si raggiunse il quorum e, perciò, i referendum furono invalidati Continua a leggere >>

  29. Il caro prezzo dell’indecisione
    Intervista a Carlo Carraro di Mauro Buonocore

    Siamo in ritardo. Il raggiungimento degli obiettivi europei su rinnovabili e riduzione di emissioni di gas a effetto serra è lontano dall'Italia. E, soprattutto, zoppichiamo nella corsa verso il traguardo: dovremmo cambiare un intero sistema energetico, ma non ci sono i presupposti per una strategia di lungo periodo. Lo spiega chiaramente Carlo Carraro: “In una simile trasformazione un ruolo determinante è giocato dagli investimenti, e questi dipendono da incentivi e aspettative. Se si distorcono le aspettative lasciando credere che gli incentivi possano venir meno da un momento all'altro, si riducono gli investimenti e, di conseguenza, i benefici della trasformazione”. Parole dirette al Decreto Romani sulle rinnovabili («È stato un grosso errore») che lo scorso marzo ha prima sospeso e poi riattivato gli incentivi al Conto Energia, frenando così gli investimenti sul settore Continua a leggere >>

  30. Zedda: chi lo ha fatto vincere?
    Pasquale Chessa

    Che non stesse li a «pettinare le bambole» tutti l'hanno capito quando il segretario del partito democratico, con la solita faccia da funerale triste, si è presentato subito di fronte alle telecamere per chiedere le immediate dimissioni del presidente del consiglio. In quel momento Silvio Berlusconi, rifugiato in Romania, deve essersi sentito come Hitler alla notizia della vittoria di Jesse Owens nel salto in lungo alle Olimpiadi nel 1936, quando abbandonò lo stadio di Berlino per non vedere un ariano battuto da un atleta nero nero. Perciò, l'anatema di Bucarest, «i napoletani se ne pentiranno e i milanesi preghino il buon dio», tradisce come un lapsus freudiano, il profondo spaesamento in cui si agita l'animo di Berlsuconi. Per il campione carismatico della telecrazia, prenderle così sonoramente dal «Fantozzi della politica italiana», uno incapace a bucare lo schermo, deve essere psichicamente insopportabile.


    Il sintomo è grave. È come un santo che si accorga di non saper più fare i miracoli! Si dice e si dirà: è già successo altre volte. È vero. Ma tutte le altre volte Berlusconi aveva sempre una scusa: non mi hanno fatto governare. Adesso ci sarebbe la crisi internazionale. Ma non ha funzionato. In una puntata elettorale di Ballarò, proprio Bersani, sempre con l'aria di smollare un'altra delle sue terrificanti metafore, ha proposto di chiedere a Berlusconi e Tremonti di conoscere il momento da cui far data perché la crisi italiana sia da attribuire finalmente alla politica del centrodestra. Nessuno ha colto il valore profetico della battuta. Gli elettori, si.


    Quel «consenso senza fiducia» di cui ha parlato Ilvo Diamanti non basta più a Berlusconi. La tensione verso una modernizzazione conservatrice del paese, diciamo liberista per essere più gentili, si è arenata da tempo in una pratica costante di non governo. È infatti l'incapacita di guidare con fermezza la crisi che stiamo ancora attraversando il vero male oscuro del centrodestra. Per Berlusconi è come la guerra persa per Mussolini! La pretesa di imporre un valore politico al voto comunale ha aperto la strada ad una constatazione empirica che non potrà non trovare conforto, per la sua evidenza, negli studi sui flussi elettorali della Fondazione Cattaneo.


    «Il teorema dell'elettore mediano» fondato sull'assioma che per vincere le elezioni bisogna convergere progressivamente verso il centro ideologico dell'opinione pubblica, si è rivelato sbagliato o almeno inadeguato per capire cosa sia successo a Milano, a Napoli e soprattutto a Cagliari. Anzi, sarà proprio l'analisi del voto di Cagliari a rivelarsi l'indicatore più adeguato a misurare la rivoluzine elettorale in atto. C'è una domanda chiave politicamente ineludibile: chi ha fatto vincere Massimo Zedda? La sua «collocazione spaziale» come dicono i politologi sembrava tanto eccentrica da oscurare qualsiasi previsione di successo. Invece un comportamento elettorale, che sarà tutto da studiare, ha portato anche a Cagliari un voto libero da prigionie ideologiche, slegato da orientamenti di parte, sciolto da obblighi di classe. Ed è proprio su questo terreno che ha vinto Bersani. Ma davvero, si può dire che Bersani abbia vinto?


    Una vulgata infida si sta già diffondendo e da destra si sta insinuando a sinistra: se è accertato che Berlusconi abbia perso, non si può dire che Bersani abbia vinto! Perché non sono stati i candidati del Pd a battere il centrodestra. È vero! Ma vale solo per i ballottaggi. Perchè la sua vittoria il segretario del partito l'aveva già portata a casa con il successo al primo turno di Piero Fassino a Torino e Virginio Merola a Bologna. Siamo tornati al punto di partenza: le primarie come sistema di formazione di una opinione pubblica di centrosinistra. Che un domani potrebbe anche votare candidati di centro. La fine del carisma di Berlusconi segna il punto di non ritorno. Quello italiano, che sembrava un elettorato credulone, ciclicamente esposto al fascino dell'illusione populista, si è scoperto capace di interpretare la politica. Sono tornati gli Apoti (coloro che non se la bevono, secondo la famosa definizione del 1922 di Giuseppe Prezzolini). Con tutti i dubbi sulla storia del passato, è pur sempre un passo avanti rispetto ai nuovi Scilipoti.

     

    Pubblicato su La Nuova Sardegna il 1 giugno 2011
     

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  31. Dopo il trionfo di De Magistris a Napoli: no, caro De Giovanni non è la fine
    Corrado Ocone

    “Una massa informe di gente dove non esiste più borghesia o ceti popolari”, in preda a “follia”, ha visto in De Magistris, il nuovo sindaco di Napoli, “un nuovo Masaniello, forse anche san Gennaro”.

    Egli governerà “male, malissimo. Sarà prigioniero di una maggioranza iper-radicale e rissosa”. 
    Sono parole di Biagio De Giovanni, illustre filosofo e esponente della sinistra riformista napoletana, in un’intervista uscita su “Il riformista” il primo giugno (a firma di Ettore Maria Colombo). De Giovanni, che domenica scorsa non è andato a votare (“mi fa orrore un magistrato che usa le inchieste per fare carriera politica e candidarsi”), osserva poi sconsolato: “la grande stagione del riformismo comunista, del Pci napoletano, e oggi del Pd, è finita”. Il giorno dopo è uscito, sempre sul quotidiano diretto da Emanuele Macaluso, il commento di Corrado Ocone, qui riprodotto.


    E’ vero quanto dice Biagio de Giovanni su De Magistris, sulla sua storia professionale e sull’uso politico della sua precedente attività in magistratura. E a ragione sono leciti i dubbi sull’azione futura di una giunta probabilmente dominata da Idv e Rifondazione. Eppure, credo che anche per un riformista al ballottaggio non potevano esserci dubbi su chi votare fra De Magistris e Lettieri. 

    Così come dubbi non possono essercene ora sul fatto che occorra appoggiare la giunta nascente e cercare di indirizzarla quanto più possibile verso esiti riformistici e quindi veramente radicali per una città quale Napoli. Il popolo partenopeo, vittima e complice dei mali storici della città, passa in politica con facilità dall’adattamento al malgoverno, dall’idea cioè che si possa venire a patti e lucrare anche col potere corrotto, a quel ribellismo folle e disperato che cerca la salvezza nei Masaniello di cui parla De Giovanni. I mali profondi della città si riflettono così nei mali nella politica. E non potrebbe essere altrimenti. Ma un male storico di Napoli è anche, bisogna dirlo, un atteggiamento rinunciatario e catastrofista come quello che emerge dalle parole di De Giovanni, persona degnissima e stimabilissima sulle cui posizioni politiche e culturali non da oggi ci troviamo quasi sempre d’accordo. 

    Fa anche parte di una certa napoletanità, spesso di quella che per cultura e sensibilità tanto potrebbe dare alla città, questa voglia di arrendersi, di lasciare tutto, di gridare come Eduardo “Fuitevenne!”. E può capitare che, in una sorta di furia nichilistica che non ci si aspetterebbe da uomini di cultura, non si veda nemmeno il positivo delle questioni, ad esempio il fatto che due napoletani su tre sono riusciti a dire domenica e lunedì scorsi basta alle bufale di Berlusconi sull’immondizia e alle sue promesse umilianti di più abusivismo e illegalità per tutti. Non si riesca a percepire, dietro un voto anche folle, una voglia di partecipazione e speranza. 

    Il riformismo è anche umiltà, concretezza, capacità di saper fare e far bene le piccole cose. Capacità di rimboccarsi le maniche. E la storia ci insegna che, di fronte alle sfide del governo, i Masaniello o soccombono, o creano danni o, terza e più rara ma non impossibile ipotesi, spinti dal movimento civile e sociale che li appoggia, sono costretti a fare una politica diversa da quella che era originariamente nelle loro corde. Credo che - per il bene della sinistra, del riformismo e soprattutto di Napoli -  questo sia uno di quei momenti in cui le élites democratiche, di cui Napoli è ancora ricca, debbano lavorare con abnegazione affinché sia quest’ultima ipotesi a diventare realtà. I riformisti napoletani ora più che mai non possono abdicare al loro compito.

     


    Pubblicato su “Il riformista”, giovedì 2 giugno 2011

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  32. Voglia di cambiare. E politica da ridisegnare
    Marco Polvani con Michele Salvati e Eugenio Somaini

    I risultati dei recenti ballottaggi possono essere indicativi di un cambiamento più generale sulla scala politica nazionale? Questa è la principale domanda che resta aperta dopo il turno di ballottaggio del 29 e 30 maggio che ha visto il centrosinistra trionfare in quasi tutti i principali Comuni dove si è votato. L’analisi dei flussi elettorali nei 23 Comuni capoluogo sede di voto, tuttavia, evidenzia uno scenario politico molto più complesso di quanto possa sembrare.

    Rispetto alle ultime elezioni regionali, il PDL e la Lega arretrano in tutto il Nord; la Lega perde circa un elettore su tre e anche il partito di Berlusconi ha un netto calo di consensi, anche se evidente soprattutto nell’area centro-meridionale.  I voti del centrodestra, tuttavia, non si spostano nello schieramento alternativo, piuttosto confluiscono nell’astensionismo. Il centrosinistra, infatti, non avanza molto in termini di voti reali, anche se stabilizza i propri consensi a fronte delle perdite nel biennio precedente.  Il Partito Democratico al Nord incrementa le proprie percentuali ma a danno prevalentemente dell’Italia dei Valori. L’IDV, a dispetto del successo di De Magistris, esce sconfitta da queste elezioni e vede quasi dimezzati i propri consensi in molti capoluoghi in cui si è votato. Va bene il partito di Vendola, anche se non in tutte le realtà (non ha un buon riscontro, ad esempio, al Sud), mentre è un dato ormai da tenere in debita considerazione quello del Movimento 5 Stelle che con il suo 3,8% complessivo di voti, è una realtà politica con cui fare i conti. Dunque, quali considerazioni trarre dal quadro politico qui brevemente tratteggiato? Lo abbiamo chiesto al professor Michele Salvati, ordinario di Scienze Politiche all’Università Statale di Milano, e al professor Eugenio Somaini,  ordinario di Politica Economica dell’Università di Parma.

     

     «Non è facile trarre considerazioni univoche da questa tornata elettorale» sostiene Salvati «ogni singola realtà dove si è votato, infatti, rappresenta una storia a sé, non sempre ricomponibile in un quadro omogeneo. Certamente c’è il dato innegabile della sconfitta del centrodestra e di Berlusconi. Il Presidente del Consiglio ha pagato, come spesso accade ai rappresentanti dei governi in carica, una situazione economica grave che desta preoccupazioni in gran parte degli elettori, ma c’è qualcosa di più; l’impressione è che sia entrata in crisi  la sua capacità di persuasione dell’elettorato. Gli elettori di centrodestra non sembrano rispondere più in maniera compatta agli appelli contro il comunismo e i giudici politicizzati che da sempre Berlusconi usa come leva di mobilitazione e questo è un elemento di analisi significativo».


    Sul dato della crisi del centrodestra conviene anche Somaini: «In termini politici generali, Milano indica che la parabola di Berlusconi sta precipitando rapidamente e questo sconvolge la costellazione delle forze di centrodestra, composte di partiti che hanno agende politiche in gran parte non compatibili tra loro».


    Se il dato della crisi del berlusconismo è abbastanza chiaro, la lettura si fa più complessa quando,  invece,  l’analisi si sposta sulle possibili alternative. Salvati, a questo proposito, ritiene che il quadro delle soluzioni offerte sia ancora troppo composito per trarne delle riflessioni chiare.


    «In questo caso le soluzioni variano a seconda dei contesti. Il dato di Napoli e quello di Milano, ad esempio, sono difficilmente componibili nell’ottica della definizione di un’alternativa nazionale al berlusconismo. L’impressione è che ancora si sia lontani dalla composizione di un progetto politico sociale chiaro per la successione al governo nazionale. Si può certo dire che in qualsiasi progetto di alternativa sia centrale il ruolo del Partito Democratico. Ci sono state situazioni, è vero, in cui il PD ha commesso errori e non ha capito i problemi in campo, come a Napoli, ma nella gran parte delle realtà i Democratici hanno consolidato le loro posizioni. Il PD ha confermato di essere un partito strutturato e capace di pensiero strategico e ciò lo pone in posizione centrale nella definizione di una futura alternativa a Berlusconi. Il successo delle opposizioni in questa tornata elettorale, infatti, non è dovuto a tanti e diversi De Magistris che hanno agito da soli, ma ad un partito che è stato ed è il perno di una proposta di cambiamento».


    Somaini dimostra invece maggiore perplessità sul ruolo del Partito Democratico, pur riconoscendogli anch’egli un ruolo centrale nell’asset politico del centrosinistra:


    «Questa tornata elettorale, tuttavia, ha evidenziato che problemi ve ne sono anche nel centrosinistra e in particolare nel PD. Il centrosinistra, attualmente, è uno schieramento variegato sulla cui tenuta a livello locale si può essere ottimisti, meno invece sulla sua capacità di esprimere un’alternativa nazionale. Resta da valutare, ad esempio, quanto il PD sia in grado di essere il partito egemone di uno schieramento vasto, in grado di recuperare voti al centro, di portare via segmenti di voti del centrodestra e allo stesso tempo aggregare quelli di sinistra. Il fatto che i maggiori successi siano arrivati da esponenti esterni al Partito Democratico fa riflettere. Può essere indicativo di una tendenza dell’elettorato ad aprirsi a talenti politici nuovi, anche provenienti dalla sinistra del PD, in grado di esprimere forze più fresche e di rappresentare issues locali concrete. La sensazione è che le battaglie elettorali oggi si vincono non tanto rincorrendo ossessivamente il centro dello scacchiere politico, quanto riuscendo a mobilitare le parti più convinte dell’elettorato. Questo, in parte, è accaduto a Milano, dove Pisapia ha saputo garantire una buon livello di mobilitazione della base, ma occorre tenere presente che ciò può comportare problemi nella fase di governo. I partiti che esprimono posizioni più radicali del PD sono certo in grado di garantire maggiore mobilitazione, ma quanto maggiore governabilità? Qui c’è un’asimmetria che deve essere ricomposta in un equilibrio stabile. Il problema, in realtà, non si presenta solo in Italia, ma un po’ di tutti i paesi democratici; anche Obama e Cameron, ad esempio, hanno dovuto fare compromessi che li hanno portati a ridimensionare le loro proposte più radicali. In Italia la questione si propone con maggiore incisività,  perché abbiamo schieramenti compositi e un po’ rigidi, dove sono presenti forze meno pronte convertire l’azione di propaganda in realismo politico».


    Il dato più clamoroso emerso dai ballottaggi resta comunque quello di Milano, dove il successo del centrosinistra ha assunto proporzioni certo non attese alla vigilia. Milano può, dunque, indicare un percorso da seguire per il centrosinistra italiano. Michele Salvati, a questo proposito, si dice  perplesso:


    «Personalmente non so se la soluzione per l’alternativa scelta a Milano possa rappresentare un modello da seguire anche nel quadro nazionale. Pisapia è una persona che sicuramente ha saputo garantire una sintonia con la società milanese, anche se il suo passato poteva creare qualche problema. Il modo poco credibile  in cui la questione delle sue passate appartenenze è stato sollevato nel centrodestra sicuramente lo ha aiutato, ma indubbiamente si è dimostrato un candidato all’altezza della sfida. La proposta di centrosinistra presentata a Milano, tuttavia, è solo una delle tante offerte sul territorio nazionale;  il quadro è ancora troppo disomogeneo per fare considerazioni generali. In ogni caso adesso si apre una situazione di grandissima turbolenza sia a destra e a sinistra; la situazione economica è difficile e ci sono molti spinosi problemi sul tappeto. Quello che accadrà nei prossimi mesi non è affatto facile da prevedere».


    Per Eugenio Somaini invece «Pisapia è stato in grado di rappresentare un buon mix di radicalità e pragmatismo. È una persona dotata di un numero sufficiente di “anomalie” che gli hanno garantito appeal tra la gente comune di Milano; la sua storia, inoltre, non è facilmente incasellabile in uno schema politico preciso, essendo in definitiva un radicale, ma liberale  e garantista nella sostanza. Si è presentato come una persona non dogmatica, fuori dal cosiddetto “apparato” di partito e con una buona capacità comunicativa; nella fase elettorale ciò lo ha premiato, resta da vedere quanto tale potenziale riuscirà a tradursi in azione politica concreta a livello amministrativo.  La sfida che Pisapia si trova davanti è questa ed è una sfida che tutto il centro sinistra nel nostro paese dovrà affrontare».


    La recente tornata elettorale ha reso evidente, dunque, che esistono chiari segnali di cambiamento anche se non è ancora chiaro quali direzioni questi prenderanno. Non ci sono certezze, i dati delle amministrative, per quanto indicativi, sono comunque parziali e la prudenza è d’obbligo, ma un risultato come quello di Milano è significativo  e certo avrà ripercussioni che sono ancora tutte da definire.

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  33. Silvio Berlusconi come Vittorio Emanuele Orlando
    Marco Calamai

    Non è la prima volta che un capo di governo del nostro paese si presenta a una importante riunione internazionale chiedendo ai grandi del mondo comprensione verso la propria situazione personale nell’ambito della politica italiana Continua a leggere >>

  34. Grand Hotel Ostiense
    Antonella Vicini

    Binario numero 15, Stazione Ostiense, Roma. Se vuoi trovarli devi andare lì. Sono circa un centinaio, hanno poco più di vent'anni e sono afghani. Parlano dari e pashto e quindi forse neppure capiscono gli annunci che fino a notte comunicano arrivi e partenze dei treni. O non ci fanno più caso. Come chi abita sotto la tangenziale. Loro, invece, da qualche mese vivono in uno spazio morto dove verranno fatti i lavori per l'alta velocità. Per il momento questa è la soluzione migliore che hanno trovato i volontari dei Medu, i Medici per i Diritti umani, in accordo con le Ferrovie dello Stato, allestendo una mini tendopoli e recintando l'area. Tende blu, una fontanella e bagni chimici Continua a leggere >>

  35. Pisapia Sindaco. Iniziativa Oltre il 51

    A sostegno di Giuliano Giuliano Pisapia
    Con Piero Bassetti, primo  pres. Reg. Lombardia, già parlamentare e presidente Camera Commercio e Valerio Onida, prof. em. Diritto Costituzionale Università  Milano, già pres. Corte Costituzionale Continua a leggere >>

  36. Come muta il voto degli italiani
    Alberto Ferrigolo con Calise, D'Alimonte e Pasquino

    Vero, fittizio o recuperabile? Com’è il grado di smottamento elettorale del centrodestra? Ormai si discute prevalentemente di questo. La “sospensione di voto” che ha colpito Pdl e Lega il 15 e 16 maggio, soprattutto a Milano, rientrerà al ballottaggio di fine mese oppure è destinata a perdurare anche al secondo turno regalando così la vittoria al centrosinistra? E poi, è un astensionismo di attesa, di tipo “aventiniano” oppure attivo e di carattere “militante”? E il voto espresso a sinistra è di opinione o d’appartenenza? E ancora: la sinistra, cresce davvero o il suo è solo un recupero effimero e fuori tempo massimo? Paradossalmente, cresce al Nord ma sembra estinguersi a Mezzogiorno, tradizionale orizzonte della sua missione. E del Pd cosa resta? Di fatto, a parte Torino e Bologna, a Milano e altrove si affermano candidati usciti dalle primarie ma non di partito, a Napoli il De Magistris dell’Idv, a Cagliari un “vendoliano” di Sinistra e libertà. Domande, molte. Per un voto che ha sorpreso i più e molto e per questo motivo va letto e interpretato con altrettanta attenzione Continua a leggere >>

  37. Uno sconfitto, ma chi ha vinto?
    Alessandro Lanni

    La vittoria ha molti padri mentre la sconfitta è sempre orfana, si dice di solito. In queste elezioni amministrative per la sconfitta del centrodestra indiscutibile pare che un papà ci sia e non è tanto alto. Il presidente del Consiglio ha voluto trasformare un voto che riguardava sindaci e qualche presidente di provincia in una cartina tornasole per misurare il consenso sulla sua persona e sul governo nazionale e non gli è andata bene Continua a leggere >>

  38. Le rinnovabili in Italia: si sta come d’autunno sugli alberi le foglie
    C. Zaccherotti - G.B. Zorzoli

    Due crisi petrolifere negli anni Settanta, un'alternativa energetica ai combustibili fossili (il nucleare)  abbandonata nella seconda metà degli anni Ottanta e poi un letargo, quello delle rinnovabili, che finalmente stava per finire grazie a meccanismi di incentivi eterogenei ma efficaci che, nell'ultimo decennio, hanno consentito un significativo sviluppo delle fonti rinnovabili con il coinvolgimento di un intero comparto industriale. Così possiamo riassumere e fotografare alcune caratteristiche del panorama energetico del nostro paese nel recente passato. E oggi, a che punto siamo? Continua a leggere >>

  39. Immigrazione, oltre la paura
    Intervista a Ismail Ademi di Rossella Pardi

    “Credo che su Lampedusa sia stato creato un caso mediatico ad arte per incrementare la paura. Da gennaio a oggi le circa ventimila persone arrivate sull’isola possono rappresentare un numero gestibile per un paese come l’Italia che conta sessanta milioni di abitanti. Una comunicazione sbagliata crea immotivato scontento e confusione e altera la percezione del fenomeno migratorio”. Così Ismail Ademi, giornalista ed esperto interculturale, analizza  la situazione a Lampedusa e più in generale il modo in cui i media affrontano il fenomeno dell’immigrazione Continua a leggere >>

  40. I giornali e il "Lampedusa reality show"
    di Lucilla Guidi

    «Non ridere né piangere ma comprendere». Riccardo Staglianò, inviato di Repubblica e autore del web documentario Lampedusa Frontiera d’Europa ha usato queste parole di Baruch Spinoza per tentare di orientarsi sull’isola, ‘un fazzoletto di terra di seimila abitanti’ che a seguito degli sbarchi provenienti dal nord africa è finito sotto l’attenzione dei media, tra allarmismo, distorsioni e falsificazioni vere e proprie Continua a leggere >>

  41. Rompiamo il silenzio
    Lorenzo Conti

    PROCURA DELLA REPUBBLICA


    PRESSO IL TRIBUNALE DI FIRENZE


    Atto di denuncia-querela


    Io sottoscritto LORENZO CONTI, nato a FIRENZE il 19/02/1966 e residente in FIRENZE via MAFFEI 99, cittadino italiano

    ESPONGO


    In data 16.4.2011 sono venuto a conoscenza da alcuni articoli pubblicati dalla stampa nazionale e dai notiziari televisivi che a Milano sono stati rinvenuti alcuni manifesti con la scritta “VIA LE BR DALLE PROCURE” Continua a leggere >>

  42. Per i giovani serve una terapia shock (le risorse ci sono)
    Linda Lanzillotta

    La questione giovanile sta esplodendo in Italia in tutta la sua drammaticità. Lo dicono le cifre, davvero sconvolgenti, della disoccupazione dei giovani (più del 30% con punte del 50 nel Mezzogiorno, tra i dati peggiori dell’area OCSE e il peggiore per disoccupazione di lungo periodo), della precarietà del lavoro quando c’è (la più alta diffusione dei contratti di lavoro temporanei e atipici), dei giovani che non studiano e non lavorano (il 21 % nella fascia 15-29 anni, il più alto livello in Europa) Continua a leggere >>

  43. Asor Rosa, ovvero ricetta lunare per un regalo ai berlusclones
    Guido Martinotti

    Anche io, come molti, sono rimasto piuttosto allibito leggendo l‘articolo di Asor Rosa, non per la parte di analisi critica di cui dirò, ma per alcune sparate propositive che sono poi quelle che hanno offerto l’offa alle critiche e la polvere da sparo alla truculenza delle bombarde di Ferrara. Dico subito che il tono di alcune critiche e soprattutto gli insulti rivolti ad Asor Rosa sono davvero intollerabili, ma esiste un problema serio di responsabilità individuale, sopratutto da parte di un intellettuale  che dovrebbe essere avvertito più degli altri del peso che hanno le parole Continua a leggere >>

  44. L’irrilevanza italiana
    Stefano Allievi

    Mediterraneo, lo chiamavamo mare nostrum. Ma era tanto tempo fa… Oggi è lo specchio dell’irrilevanza italiana.
    Da quando è scoppiata la crisi tunisina – un fatto storico che, con un travolgente effetto domino, sta cambiando per sempre il mondo arabo e i rapporti euro-mediterranei, dal Marocco alla Siria – l’Italia è entrata in contraddizione con se stessa Continua a leggere >>

  45. Risorgimento, la nostra epopea
    Corrado Ocone

    Le nazioni hanno le loro epopee: gli Stati Uniti delle lotte e della Dichiarazione di indipendenza, l’Inghilterra della “gloriosa rivoluzione”, la Francia della Rivoluzione per antonomasia….E anche i loro eroi: i Padri Fondatori, Cromwell, i philosophes…A ben vedere, l’Italia non è da meno: il Risorgimento, “miracolo” e “capolavoro” come lo ebbe a definire Croce, senza enfasi, è un processo di logica storica e di passione umana all’un tempo: un evento epico, avventuroso, polifonico e, finalmente, dall’esito unitario Continua a leggere >>

  46. L'inno di Mameli
    David Bidussa

    Fratelli d’Italia ha le caratteristiche proprie dell’inno: un incitamento a prendere in mano le sorti della propria storia; una carrellata di fatti del passato che testimonia di non essere nati per caso, di avere diritto  ad entrare nel presente e a costruire un futuro Continua a leggere >>

  47. L’immaginario femminile cambia, la tv ha paura
    Intervista a Loredana Lipperini di Lucilla Guidi

    Perché un programma come Striscia, diretto dall’inventore di Drive in, delle ragazze fast food, di veline e velone, accusa sistematicamente di maschilismo Repubblica e L’espresso mandando in onda in prima serata, di fronte a milioni di spettatori, documentari e servizi falsi che screditano il movimento delle donne?
    Perché Antonio Ricci attacca quella che con disprezzo definisce “stampa progressista” accusandola di ospitare immagini pubblicitarie lesive della dignità della donna quando ha elevato quell’immagine a contenuto indiscusso dei suoi programmi televisivi, rivendicando ancora oggi il merito di ‘decostruire’ (?) la televisione e la società italiane? Continua a leggere >>

  48. Le quote rosa non bastano, in politica le donne devono “fare” la differenza
    Marina Calloni e Lorella Cedroni

    Perché parlare nuovamente della sotto-rappresentanza femminile nei luoghi decisionali della politica? Perché il dibattito sulla parità e sulle cosiddette “quote rosa” non è di per sé esaustivo per comprendere il significato della rappresentanza di genere nelle sue diverse sfaccettature? Tali quesiti sono stati alla base di un incontro organizzato il 7 marzo dalla Fondazione della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio. Spunto dell’incontro è stata la presentazione di un rapporto di ricerca su “Le donne nelle istituzioni rappresentative dell’Italia repubblicana: una ricognizione storica e critica”, redatto da Marina Calloni (Università di Milano-Bicocca) e Lorella Cedroni (Sapienza Università di Roma) Continua a leggere >>

  49. Parità, lavoro, diritti. Leadership femminile e rinnovamento
    Donata Gottardi

    1976 – 2011: sono passati più di trent’anni dalla prima direttiva europea sulla parità. Molti di più se ci riferiamo alla parità retributiva. Il nostro Paese è passato da antesignano della normativa di fonte europea a suo cattivo traspositore (da ultimo, il codice parità).
    Potrebbe bastare una ripresa di attività legislativa?
    Con tutto il rammarico di una giurista, la risposta mi pare debba essere negativa. Sarebbe sicuramente utile e opportuno, ma non basterebbe Continua a leggere >>

  50. "A volte ritornano": la società italiana e lo spettro del femminile
    Olivia Guaraldo

    Le filosofie della storia sono sempre approssimative e, per certi versi, fallaci, in quanto cercano di comprendere in uno sguardo d’insieme la realtà nella sua complessità e contingenza. Tuttavia esse possono avere una precisa funzione politica se riescono a dare una, se pure approssimativa e provvisoria, interpretazione agli eventi che presi nel loro accadere quotidiano risultano caotici, contraddittori, privi di senso. Non è un caso che il massimo rappresentante di una filosofia della storia davvero universale, il filosofo Gerog Wilhelm Friedrich Hegel, si premurò di affermare che la filosofia è come “la nottola di Minerva che spicca il suo volo sul far della sera”, ovvero quando gli eventi di cui si vuole fornire una interpretazione alta, speculativa, filosofica appunto, si sono compiuti, sono giunti al loro tramonto Continua a leggere >>

  51. Guerrafondai non più di moda
    Guido Martinotti

    Sta accadendo qualcosa di bizzarro: Veltroni e in genere la sinistra stanno assumendo una postura interventistica a proposito della Libia, mentre gli sfegatati guerrafondai del dopo 9/11 sono praticamente scomparsi.  Durante l’invasione dell’Iraq  da parte di George W. Bush e della sua banda di dementi criminali di guerra, a cominciare da Dick Cheney Paul Wolfowitz e “Rummy” Rumsfeld (per dirne alcuni), l’Italia si popolò di von Clausewitz a tavolino pronti a giustificare a tutti i costi quello che appariva in modo lampante alle persone con un minimo di buon senso ( ma si sarebbe poi rivelato tale anche ai più fuori di testa), come una azione inutile e dannosa le cui conseguenze disastrose sono ancora tutte da rendicontare. Chi si opponeva alla guerra venne subito definito da Vittorio Feltri come “bamba”. Continua a leggere >>

  52. Questo malanno non vi riguarda più di tutti?
    Alessandro Ferrara

    Il 14 dicembre il governo Berlusconi non è caduto. Guardo camionette della polizia incendiate da barricaderi senza progetto, politici che spiegano che ciò che è avvenuto in parlamento è la democrazia, una vignetta satirica che ritrae Bersani mentre fa il segno della vittoria e proclama «Scongiurate le elezioni anticipate!» e mi chiedo se assisto all’inizio di un vero regime Continua a leggere >>

  53. La falsa storia del duce sulla stampa del premier
    Pasquale Chessa

    Sembra di essere tornati al tempo di Salò, quando il partito di Rachele e di Clara si disputavano il controllo del Duce facendo girare a mille le rispettive macchine del fango. Nello scontro che contrappone il Giornale e Libero c’è qualcosa di paradossale Continua a leggere >>

  54. Il Cairo chiama Milano
    Chiara Privitera

    L’ultima volta che è stato al Cairo, quattro anni fa, prima di ripartire per Milano dove vive con la famiglia, Akram lasciava un paese che nei suoi 27 anni non aveva mai visto cambiare, immobile e stretto dai lacci di una dittatura asfissiante, che opprime, tortura, corrompe ed è corrotta, che soffoca la libertà di parola e mortifica il pensiero Continua a leggere >>

  55. Contro l’indifferenza
    Intervista a Roberta De Monticelli di Lucilla Guidi

    «Il punto fondamentale è che viviamo in una comunità che considera normale il fatto che in cambio di favori privati si ricevano soldi e incarichi pubblici». Così Roberta De Monticelli, filosofa, autrice del libro “La questione morale” (Raffaello Cortina, 2010) analizza il sistema di potere che ruota intorno al capo del governo e più radicalmente lo stato di salute della democrazia italiana Continua a leggere >>

  56. Ragazze, qui non c'è niente di scontato
    Alessandro Lanni

    Dopo il successo delle manifestazioni del 13 febbraio ci vorrebbe ora un esercizio mentale a partire dall'attualità: trovare l'argomento decisivo, razionale, inoppugnabile per convincere una volta per tutte la ragazza che fa visita alla villa di Arcore che c'è qualcosa di sbagliato nel guadagnarsi qualche centinaio o, se più fortunata, qualche migliaio di euro strusciandosi a un potente, al più potente di turno.
    Proviamolo a dire in altro modo: di fronte a cosa, tu che hai “venduto” il tuo corpo –  in qualsiasi modo e foss'anche in maniera consenziente –, saresti disposta ad ammettere che quello è stato un errore? Continua a leggere >>

  57. I paradossi della fiducia
    Stefano Allievi

    Il paradosso è, etimologicamente, una asserzione “in contrasto con la comune opinione” (doxa). Il voto di fiducia incassato dal governo Berlusconi ne contiene almeno tre, che potremmo sintetizzare così: chi vince perde, chi perde vince, e chi non c’è continuerà a non esserci Continua a leggere >>

  58. La Seconda Repubblica nata morta
    Lucilla Guidi

    “Il fatto triste è che gli italiani non riescano a concepire la vita senza di lui”. Così The Independent titola il commento al voto italiano che ieri ha segnato la vittoria di Silvio Berlusconi e la tenuta della maggioranza in Parlamento.La mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni non è passata con 314 voti contrari e 311 favorevoli. Il Governo Berlusconi incassa la fiducia alla Camera e resta in piedi grazie a 3 voti Continua a leggere >>

  59. Messaggio: la destra e’ Berlusconi, la sinistra non c’e’
    Giancarlo Bosetti

    Che la scena politica italiana fosse gravemente difettosa era chiaro già prima del risicato esito del voto di fiducia. E il vizio più grave era quello di una opposizione ininfluente, peccato assai grave in un sistema democratico, dove la capacità della minoranza di minacciare la maggioranza (di prenderne il posto) e’ sempre la migliore garanzia di equilibrio Continua a leggere >>

  60. Il Pd prepari subito la nuova fase
    Giancarlo Bosetti

    La partita conclusiva che deciderà la fine di una fase politica è in corso all’interno della ex maggioranza di governo. Le carte sono distribuite in modo sgradevole e iniquo tra le parti: l’opposizione, che avrebbe molte ragioni per festeggiare la resa di Berlusconi, è condannata, però, a restare ai bordi del campo per assistere alla «finale» del 14 dicembre, o come preferisce dire Sergio Chiamparino nel suo libro «La sfida» (a proposito, questa sua sfida annunciata arriva o non arriva?) è costretta a giocare al «Combi» invece che al «Comunale», lo stadio torinese delle partite vere. Continua a leggere >>

  61. "Troppi corsi di laurea, formazione debole"
    Intervista a Giuseppe De Rita di Camilla Furia Corsi

     Presentato il 44° Rapporto del Censis sulla situazione sociale dell’Italia nel 2010. Le considerazioni generali degli osservatori evidenziano uno “slittamento pericoloso della società sotto un’onda di pulsioni sregolate, guidate da un inconscio collettivo senza più legge né desiderio”. L’Italia, nonostante abbia resistito ai mesi più drammatici della crisi, porta il segno di una pesante fatica di vivere e di dolorose emarginazioni occupazionali Continua a leggere >>

  62. "Senza fondi nessuna riforma"
    Intervista a Luca Cafagna di Camilla Furia Corsi

    Il Flash-mob pacifico di martedì organizzato dagli universitari romani alla Fondazione Roma per contestare l’ingresso di Unicredit Banca di Roma nel CdA della Sapienza ha provocato la dura reazione delle forze dell’ordine, accorse numerose e in tenuta anti sommossa Continua a leggere >>

  63. Ora si vede dietro il sipario: crude verità per noi
    Giancarlo Bosetti

    Non si possono prevedere subito tutte le conseguenze politiche, ma i 251.187 cablo pubblicati ieri da Wikileaks contribuiranno certamente alla storia del disincanto del mondo. La deferenza nei confronti del potere subisce un altro colpo e la ricaduta globale di questa perdita di innocenza (o sonnolenza) infantile potrebbe lambire anche la parte letargica dell’opinione pubblica italiana Continua a leggere >>

  64. Ritorno a porta pia dei “papalini”. E’ la fine di un’epoca?
    Francesco Margiotta Broglio

    Il Presidente della Repubblica e il Sindaco di Roma hanno voluto cogliere l’occasione dei 140 anni di Roma Capitale per sottolineare il ruolo insostituibile della città come simbolo dell'Unità nazionale - raggiunta, in nome delle "nuove" libertà, senza la Chiesa e contro di essa, e confermato ora dal nuovo status sancito dal Decreto attuativo della legge 42/2009 - e come sede privilegiata del dialogo tra lo Stato e la confessione cattolica, religione maggioritaria di un' Italia profondamente secolarizzata e sempre più multireligiosa Continua a leggere >>

  65. A caccia di libri
    Rossella Pardi

    Nel mese in cui i libri dovrebbero piovere dal cielo grazie all’iniziativa promossa dal MIBAC “Ottobre, piovono libri” se ne inizia a sentire, invece, la mancanza. In un articolo pubblicato oggi su la Repubblica Michele Smargiassi spiega nel dettaglio la crisi che le biblioteche di tutta Italia stanno attraversando da tempo e che sembra peggiorare mese dopo mese. Continua a leggere >>

  66. All'ombra della moschea a Milano
    Intervista a Stefano Allievi di Chiara Privitera


    «Le istituzioni milanesi trovino, in tempi brevi, una soluzione per i musulmani della città». Le coraggiose parole del cardinal Tettamanzi pronunciate pochi giorni fa, proprio nella Pontida leghista, sulla questione di una nuova moschea a Milano, rendono ancora più visibile la miopia della politica. E il «diritto a un luogo in cui pregare» si trasforma in un rigido “no”della Lega e della giunta milanese. Ma perché parlare di “islam” in Italia accende tante polemiche? E qual è il peso che oggi diamo a questa  parola?
    Per capirlo abbiamo intervistato Stefano Allievi, docente di sociologia a Padova, studioso ed esperto di islam e autore di un libro in uscita nei prossimi mesi proprio dedicato alle moschee (Moschee d'Europa, i libri di Reset – Marsilio) Continua a leggere >>

  67. PD, ora basta beghe. Duelli veri e vinca Il migliore
    Giancarlo Bosetti

    Non è vero che nella sinistra italiana ci siano troppi conflitti. È solo una impressione. Falsa. Ci sono invece molte «beghe», parola di origine gotica, che indica fastidiose liti, per le quali il Devoto-Oli esemplifica: tipiche quelle «tra suocera e nuora». È vero che si litiga, ma niente duelli, la lite si ferma sempre prima della minima contusione. E così la antica compagnia di giro, che guidava la Federazione giovanile comunista quando Berlusconi esordiva nell’edilizia milanese, continua il suo giro. È vero che ogni tanto si affacciano le «primarie», parola truculenta che indica un duello all’ultimo sangue (se uno ha in mente quelle americane), dove c’è chi vince e c’è chi perde. Ma qui da sottolineare è la parola «perde», perché le nostre primarie si tengono generalmente quando si sia messo ben in chiaro, «prima» – un’etimologia alternativa? – chi le vincerà. E dove non c’è mai davvero chi le «perde». Continua a leggere >>

  68. "Primarie - riavvicinare politica e società civile"
    Intervista a Nichi Vendola di Camilla Corsi

    La frattura insanabile all’interno del centrodestra, la divaricazione di culture e strategie politiche hanno mostrato, in queste ultime giornate, il lato più vulnerabile della maggioranza di governo. Questa crisi tuttavia non ha contribuito a chiarire il progetto che l’opposizione ha dell’Italia. Nichi Vendola, leader di Sel e potenziale candidato alla leadership di una coalizione di centro sinistra, punta il dito contro le oligarchie, rivendica le primarie come strumento di riappropriazione della politica da parte di un popolo, crede nella necessità di rompere la separazione tra politica e società e costruire un progetto politico a lungo termine Continua a leggere >>

  69. "Ds e Margherita, l'amalgama è riuscito ma non basta"
    Intervista a Enrico Letta di Lucilla Guidi

    Mentre la maggioranza è in agonia e Berlusconi cerca i numeri per andare avanti, a sinistra si apre il dibattito per l’alternativa di governo. Sergio Chiamparino nel suo libro La sfida (Einaudi) chiede al Partito democratico di aprirsi all’esterno e di superare le diatribe tra i diversi caminetti; sottolinea la mancata riuscita dell’amalgama tra Ds e Margherita e punta sulle primarie per avviare una discussione sulla leadership, sul programma e sulle alleanze e raggiungere così una nuova unità. Abbiamo chiesto a Enrico Letta di commentare questa analisi Continua a leggere >>

  70. "Oltre il Pd per ritrovare il Pd"
    Sergio Chiamparino


    Tre elezioni, tre sconfitte e tre segretari si sono succeduti ma nulla sembra essere cambiato nella sostanza. Per lo meno questa stessa sequenza ci dovrebbe suggerire che forse il solo problema della cosiddetta leadership non è sufficiente a spiegarla e quindi a invertire la rotta. Almeno se essa continua a essere vista in modo disgiunto per non dire separato da ciò che dovrebbe guidare, cioè il partito e la coalizione di sinistra. Diciamolo esplicitamente: il Pd aveva, ha, un vizio d’origine, quel comitato dei 45 che tradiva la vera missione che i più assegnavano al nascente Pd Continua a leggere >>

  71. Gender gap, Italia e Usa a confronto
    Intervista a Marina Calloni di Rosy Santella

    Prima l’Economist nel gennaio 2010 e più recentemente l’Atlantic hanno dedicato un numero all’ascesa delle donne nel mondo lavorativo. Entrambe le testate hanno parlato di una svolta epocale a livello sociale e culturale. L’Economist afferma che le donne sono oggi quasi il 50 % della forza lavoro americana. Vorremmo dunque riflettere su questi dati. Continua a leggere >>

  72. Ferie d'agosto, si cambia mentalità
    Intervista a Mario Ferraresi di Lucilla Guidi

    La crisi colpisce anche le intoccabili ferie d’agosto; non è detto, però, che essere costretti a viaggiare low cost e a controllare le spese sia necessariamente un male, anzi. Continua a leggere >>

  73. Buone vacanze low low cost
    di Alberto Ferrigolo

    I poveri partono, i benestanti restano. A casa. O, al più, nei paraggi. Usando le “risorse” che hanno a disposizione “in natura”: dimora al mare, in montagna, al lago o in campagna. I primi cercano l’evasione, lontano, si spingono verso mete impossibili con ogni mezzo, i secondi puntano alla riflessione, al rifugio, all’understatemant. E se gli uni sembrano non piangere più o in ogni caso più di tanto, tuttavia gli altri di certo non se la ridono e spassano. Anche se hanno qualche agio in più. Poveri low cost, ricchi low profile? Sono davvero così le vacanze versione 2010? Continua a leggere >>

  74. Verso un'Europa dell'uguaglianza di genere?
    di Marina Calloni

    Cosa ci dice la nuova composizione del Parlamento europeo, eletto nel giugno 2009, a proposito della parità di genere? Esiste un qualche rapporto fra rappresentanza politica (partitica) e appartenenza di genere? È il Parlamento europeo un calco delle singole dimensioni locali moltiplicato per 27, oppure si sta affermando una nuova realtà sovranazionale che rimanda all’idea di un’Europa politica unita? Continua a leggere >>

  75. Le donne e l’Italia, un destino da cambiare
    Intervista a Cristina Comencini di Lucilla Guidi

    Essere donna in Italia significa avere il destino segnato?
    Istruite e capaci come le europee, le donne italiane hanno pagato e continuano a pagare in prima persona (e apparentemente in silenzio) la stagnazione economica e politica degli ultimi decenni. Occupate in percentuali da paese arretrato, fortemente sottorappresentate a livello politico e istituzionale, le donne sono relegate ai margini di una società fragile e anomala, che ha elevato il sempiterno binomio sesso e potere a tratto principale della vita pubblica (anche al di là di Berlusconi).
    Il documento post femminista del gruppo “Di Nuovo”, composto da donne diverse per età, professione e posizione politica, analizza la situazione attuale e fa appello alle numerose realtà associative femminili e femministe, ai piccoli gruppi, ai singoli, a tutti coloro “che avvertono l’insostenibilità dello stato di cose presenti”. Continua a leggere >>

  76. La società della cura. Economia e welfare dopo il crollo di wall street
    Intervista a Tiziano Treu di Lucilla Guidi

    “Per superare la crisi non basta aggiustare singoli pezzi del meccanismo economico e sociale, occorre cambiare mentalità, sostituire l’attuale paradigma. E’ necessario congedare l’individualismo assolutizzato, capovolgendo il postulato di un certo liberismo à la  ‘greed is good’”.
    Questa è la diagnosi del giuslavorista e senatore Tiziano Treu, autore, insieme all’epistemologo e senatore Mauro Ceruti, del saggio edito da Laterza Organizzare l’altruismo, globalizzazione e welfare Continua a leggere >>

  77. Dopo Pomigliano. Riflessioni sulla sinistra, il lavoro, la natura umana
    Corrado Ocone


    E all’improvviso, con la vicenda dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, il lavoro è ritornato al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica nazionale. Sì, proprio il lavoro metalmeccanico, di fabbrica, quello classico della old economy: quel lavoro che non fa più notizia, non genera più dotte disquisizioni su una “centralità operaia” che nessuno più è disposto a riconoscere, che si voleva fino a poco tempo fa sulla via dell’esaurimento (la “fine del lavoro” si diceva anche da noi e anche a sinistra, parafrasando il titolo di un famoso libro di cassetta a circolazione globale) Continua a leggere >>

  78. Chiamparino e Vendola, prove di leadership?
    Lucilla Guidi

     L’agonia della forma partito, la frammentazione sociale, la crisi economica. In che modo la sinistra può reagire a questi processi in atto, offrendo una alternativa credibile al populismo di Berlusconi e al sindacalismo territoriale leghista?
    A confronto, Sergio Chiamparino e Nichi Vendola, riuniti dal direttore di Reset per diradare la nebbia. Continua a leggere >>

  79. Quant'è inutile il moralismo indignato
    Corrado Ocone

    Cari amici, 
    ho appena letto i vostri articoli sulla polemica Reset-Mulino a 
    proposito della “questione laica”. Sono sostanzialmente dalla parte di Bosetti sulla questione specifica perché per me i “laici furiosi” non  sono laici e vanno laicamente combattuti Continua a leggere >>

  80. Sorpresa: il Mulino con i laici furiosi
    Giancarlo Bosetti

    A quanto pare i miei poveri tentativi di mettere i laici furiosi in guardia contro i loro tic non riescono a scalfire la corazza difensiva, non riescono ad aprire nel loro scafandro cognitivo qualche finestrella con vista. Il laico furioso è un genere di militante, per «la causa», che attiva la sua coazione a ripetere quando intravede spunti per l’unico schema di gioco che conosce: l’eroico laico solitario contro le forze schiaccianti dell’Inquisizione, l’eretico al rogo che brucia tra gli urli di un’inferocita plebe clericale Continua a leggere >>

  81. I nuovi cattolici
    Marco Marzano

    Qual è lo stato di salute del cattolicesimo italiano? Se si risponde a questa domanda esclusivamente leggendo i giornali e guardando la televisione (ciò che fa in effetti la maggioranza della popolazione non direttamente coinvolta nelle vicende religiose) si è portati a pensare che vi sia un impressionante «ritorno del sacro», testimoniato dallo spazio che i media dedicano ai pronunciamenti del papa e della gerarchia su ogni aspetto dello scibile umano, su una miriade di questioni sociali, culturali, politiche ed etiche. Continua a leggere >>

  82. Bravo Presidente. Il Risorgimento? Fu pluralista
    Corrado Ocone

    Va dato atto al Capo dello Stato di aver usato ancora una volta le parole giuste nel momento giusto. Aprendo ieri a Quarto le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, riferendosi in maniera nemmeno troppo velata alle recenti sortite di Calderoli e della Lega, ha parlato di “polemiche pregiudiziali” Continua a leggere >>

  83. Garibaldi e i Mille?  Italiani ancora compatti per il sì
    Alberto Ferrigolo

    Unita, divisa o federalista? Chissà se anche per l’Italia esiste un’acqua graduata e temperata, mix di giusto equilibrio tra il frizzante e il naturale, in grado di soddisfare le diverse esigenze, sfaccettature, gusti e spinte contrapposte e, dunque, tutte le più diverse sensibilità ed esigenze del cittadino-consumatore di Stato e di democrazia, e non solo di beni materiali Continua a leggere >>

  84. Chiesa non c’è complotto, ma crisi di credibilità
    David Bidussa

    Molti hanno scritto in questi giorni sullo scandalo della pedofilia in settori della Chiesa e molti si sono soffermati sul confronto tra mondo ebraico e Chiesa a proposito dell’uso proprio o improprio del paragone con la Shoah. Condivido la non fondatezza di quel paragone, ma ritengo che rappresenti solo un dato marginale.  Lo scandalo pedofilia individua una condizione di crisi esistente dentro la Chiesa di oggi, ne è un effetto non la causa Continua a leggere >>

  85. Pd: quale alternativa? Il punto di vista di Michele Salvati e di Pietro Marcenaro
    Lucilla Guidi

    “Il Pd ha subìto una sconfitta, non una disfatta. Anzi: la vittoria della Lega rende questo paese più contendibile di prima”.
    Così Sergio Chiamparino ha commentato il risultato della sinistra alle elezioni regionali. Che il paese sia più contendibile di prima però, non è affatto scontato; e si fa fatica a capire quali siano le condizioni per costruire l’alternativa. Da dove ripartire? Continua a leggere >>

  86. “Polverini, ultimo prodotto della televisione”
    Paolo Mancini con Alessandro Lanni

    Finita la campagna elettorale, spenta la tv. In una competizione che si è svolta perlopiù nel piccolo schermo (anche in assenza) e attorno ad esso, il giorno dopo, a urne chiuse, di televisione nessuno parla più. I talk show stoppati, Santoro e Floris sulle barricate, la par condicio, le pressioni di Berlusconi su Minzolini e Agcom, i tg «bulgari», le interviste fiume a reti unificate al presidente del consiglio del venerdì pre-elettorale, la manifestazione di San Giovanni ripresa ad arte per non mostrare la piazza piena ma non troppo e via dicendo. Una battaglia quotidiana, ma se la ricorda qualcuno oggi? Continua a leggere >>

  87. Attenti alle false promesse
    Pietro Marcenaro

    Dicono: “Il Centrosinistra ha aperto le porte ai clandestini”; dicono: “Il reato di clandestinità è una soluzione”; dicono: “Il Centrodestra non è ostile a chi lavora e rispetta le regole”; dicono: “Il Centrodestra ha dato risposte concrete in materia di sicurezza”; dicono: “Gli immigrati sono troppi, bisogna mettere un freno”. Perché, punto per punto, quello che i politici di centrodestra dicono sull’immigrazione è diverso dalla realtà. Continua a leggere >>

  88. Richiedenti asilo, «italiani» mancati
    di Marina Calloni, Stefano Marras, Giorgia Serughetti

    Nell’analizzare le radici dell’imperialismo, Hannah Arendt prevedeva che nel corso del Novecento sarebbe aumentato il «popolo degli apolidi», quale «gruppo umano più caratteristico della storia contemporanea. (…Infatti) dalla fine della prima guerra mondiale in poi ogni avvenimento politico, guerra o rivoluzione, ha aggiunto con monotona regolarità un nuovo gruppo a quelli che vivevano al di fuori della legge, e nessuno di essi, per quanto mutasse la situazione originaria, è potuto ritornare alla normalità. (…) Un’altra conseguenza prodotta dall’afflusso dei profughi fu la constatazione che era impossibile sbarazzarsene o trasformarli in cittadini del paese ospitante» Continua a leggere >>

  89. Femminismo musulmano, una nuova speranza
    Lucilla Guidi

    “Non c’è nessuna contraddizione intrinseca o ‘naturale’ tra i principi dell’Islam e i diritti umani e femminili. L’identità musulmana e i diritti  umani universali possono coesistere”. Così Nouzha Guessous, professoressa all’Università di Casablanca e membro della commissione per la revisione della moudawana, ha chiarito il presupposto dell’intenso lavoro che ha condotto  in Marocco all’approvazione della nuovo codice di famiglia, nel 2004 Continua a leggere >>

  90. Se frana il mito dell’uomo della Provvidenza
    David Bidussa

    Il caso Bertolaso va distinto dalla questione di una possibile storia di tangenti o di malaffare. Non riguarda cioè una vicenda di corruzione. Certo dal punto di vista dell’inchiesta sarà importante capire e, soprattutto, sapere se il cittadino Dott. Guido Bertolaso è punibile per legge, ovvero se egli sarà destinato ad entrare, nella veste di imputato, in un’aula giudiziaria Continua a leggere >>

  91. Coltiviamo i più giovani per educare alla diversità
    Paolo Branca

    Quando, dopo la prima fase del processo migratorio che ha visto prevalere giovani maschi soli, si passa alle problematiche dell’educazione, significa che un sottile ma decisivo confine è stato superato Continua a leggere >>

  92. A scuola di intercultura in Padania
    Massimiliano Panarari

    Dove si formano i «nuovi italiani»? Al pari degli «italiani da sempre» (o da generazioni), lo fanno in quello spazio decisivo per formare i cittadini che si chiama scuola, e che, da tempo, ci appare sempre più tormentato e meno valorizzato, dimenticato o, addirittura, osteggiato dalla politica. Un luogo nel quale esistono, a vario titolo, responsabilità negative di tanti, ma in cui, potremmo dire quasi eroicamente, vi sono gruppi di insegnanti che non si rassegnano Continua a leggere >>

  93. Aule meticce dove nasce un paese multietnico
    di Alessandro Lanni

    «Non c’è altro che la scuola come per l’integrazione dei “nuovi italiani”». Simonetta Salacone dirigente scolastico di una scuola elementare di Centocelle periferia est di Roma ha le idee chiare. Altro che le quote ideate dal ministro dell’Istruzione Gelmini, secondo l’insegnante che da decenni ormai lavora per stimolare l’integrazione non c’è altra strada che quella del dialogo tra le ormai decine di lingue e culture che si incrociano per le strade e nelle aule italiane Continua a leggere >>

  94. Tutela collettiva con la class action
    Giuliana Speranza

    A partire dall’1 gennaio 2010, con la Legge 23 luglio 2009, n. 99, è entrato in vigore il nuovo art. 140-bis del Codice del consumo, relativo alla “Azione di classe”. Per l’Italia si tratta di una novità che consente ai consumatori una tutela collettiva dei propri diritti.
    Forme di difesa di questo tipo erano già presenti nel nostro ordinamento; è questo il caso delle protezioni affidate alle associazioni sindacali che, a partire ancora dal 1970, con introduzione dello Statuto dei Lavoratori, possono intervenire per  far valere i diritti dei dipendenti nei confronti dei loro datori di lavoro Continua a leggere >>

  95. Integrazione malgrado la Lega
    Renzo Guolo

    Nel successo leghista in Veneto – il 26,8% alle elezioni politiche del 2008 – la questione immigrazione ha giocato un ruolo decisivo. In quanto sapiente «imprenditore politico della paura» il Carroccio ha sfruttato, più che la sottovalutazione della devianza legata alla presenza di irregolari o «clandestini», l’incapacità del centrosinistra di elaborare un convincente discorso in materia. Discorso che non fosse intriso di facile quanto minoritaria retorica multiculturalista o, nella sua versione realpolitik, in raziocinanti riflessioni sui bisogni dell’economia Continua a leggere >>

  96. La terza via padovana
    Intervista a Flavio Zanonato di Alessandro Lanni

    «Né buonisti né leghisti. Il buonista sembra solidale ma non produce nessun effetto; l’altro fa la faccia cattiva ma non affronta alla radice i problemi. Sono due impostazioni simmetriche ed entrambe inefficaci». La «terza via» di Flavio Zanonato riparte da qui, da un pragmatismo padano di sinistra che gli è valso la rielezione a sindaco di Padova nella pessima tornata elettorale dello scorso giugno Continua a leggere >>

  97. Chi fa il furbo quando si parla di razzismo
    David Bidussa

    Dopo i fatti di Rosarno molti hanno reagito da offesi perché qualcuno ha osato parlare di razzismo. Se la parola è percepita come troppo forte, allora si valuti il fatto che tutte le economie in cui vigono due mercati del lavoro, mercato del lavoro regolare e  quello del lavoro nero, soffrono di xenofobia e di acceso nazionalismo e che queste  sono le forme in cui si intende proteggere e garantire lo Stato sociale per il lavoro di primo tipo. Non credo tuttavia che anche così i permalosi del “razzismo” si sentirebbero confortati. A prescindere da queste considerazioni, tuttavia, il malessere emerso in questi giorni contiene anche una componente culturale profonda – oltreché politica -  con cui dobbiamo misurarci e  l’ “occasione di Rosarno” costituisce una opportunità per farlo Continua a leggere >>

  98. Il fantasma scomodo di Pio XII
    David Bidussa

    La decisione di Benedetto XVI di far avanzare l’iter della beatificazione di Pio XII e quella di Giovanni Paolo II su binari distinti è un ripiegamento solo in apparenza. E’ probabile che molti valuteranno questa correzione di rotta come un atto di debolezza, comunque come un arretramento di fronte alle critiche venute soprattutto da parte ebraica.  Dietro a questa decisione credo ci sia in realtà la presa d’atto di un percorso problematico per la Chiesa stessa. La beatificazione, infatti, è bene ricordarlo, è un processo che non riguarda la storia, bensì la dottrina Continua a leggere >>

  99. Timeo Danaos et dona ferentes
    Guido Martinotti

    Sono abbastanza contrario all’Ape latina e ai brocardi che si sprecano nei tribunali di provincia, ma una volta tanto la saggezza degli antichi dovrebbe darci qualche buon suggerimento. Se un avversario ti dice “non fare questa mossa”, ci sono mille e una ragioni per farla, lo sa anche un bambino dell’asilo: fa parte dell’abbiccì delle regole della contesa. Così se Fabrizio Cicchitto, che non è ancora uscito dalla condizione miserrima di chi ha preso un ceffone da Riccardo Lombardi, usa tutta la sua astuzia di leguleio per far credere che l’avere insultato grossolanamente tutti coloro che danno fastidio al Padrone Continua a leggere >>

  100. L’ingiusto paragone con gli anni Settanta
    David Bidussa

    Da domenica sera, nelle dichiarazioni di molti esponenti pubblici, gli anni ’70 sono tornati ad essere un parallelo possibile con questi nostri giorni. Fino a che punto quel paragone è pertinente? Non credo che lo sia, ma non perché ritenga che oggi la situazione sia meno cupa. A chi ha proposto quel paragone molti hanno replicato sostenendo che era un quadro per eccesso, io penso, invece, che lo sia per difetto. E mi spiego Continua a leggere >>

  101. Il sangue dei vinti: vittoria di chi stava a guardare
    David Bidussa

    Non è mai stato facile raccontare l’Italia del 1943-1945. Nessuna delle tre diverse parti che hanno riempito lo scenario (chi scelse la Resistenza armata; chi l’adesione a Salò e chi di stare a guardare, pensando) è mai riuscita per intero a fare i conti con quella vicenda Continua a leggere >>

  102. Dieci richieste per le donne
    Lettera aperta di Mariella Gramaglia al presidente della Camera Gianfranco Fini

    Gentile Presidente Fini,
    Verrò subito alla ragione per cui Le scrivo, ma prima qualche parola sull’esperienza da cui le mie righe nascono.
    Sono femminista e di sinistra da sempre.
    Per quanto riguarda la prima definizione, porto con me soprattutto il gusto e il desiderio di vedere esprimersi nel mondo la libertà, l’autorevolezza e l’intelligenza femminile Continua a leggere >>

  103. Firma l'appello

    Consensi da destra e da sinistra, dall’Unità al Secolo d’Italia, alle dieci proposte che la rivista “Reset” ha rivolto a Fini con una lettera aperta di una delle fondatrici della rivista, Mariella Gramaglia. Giornaliste, scrittrici, politiche attive in vari campi, come Gea Schirò, Nadia Urbinati, Michela Marzano, Lella Costa, Marina Calloni, Emma Fattorini, Mirella Serri, Sesa Tatò, Lidia Ravera, hanno deciso di riproporla al Presidente della Camera come appello collettivo Continua a leggere >>

  104. Maometto e l'esperta fai da te
    Amara Lakhous

    Durante un talk show su canale 5, Daniela Santanché ha definito il profeta Maometto «pedofilo». Non è la prima provocazione e non sarà  l'ultima, purtroppo. Offendere un miliardo e passa di musulmani non conta nulla, l'importante è non finire nel dimenticatoio dei media. L'obiettivo primordiale: soccorrere una carriera politica in affanno Continua a leggere >>

  105. I dibattiti in tv e gli insulti alle religioni
    Khalida El Khatir

    Ho visto a domenica pomeriggio (8 novembre 09, ndr) su Canale 5 l’orrendo spettacolo sul tema della sentenza europea sul crocefisso. La cosa più grave è stato l’insulto ripetuto più volte da Daniela Santanchè nei confronti del profeta dell’Islam Maometto. Ora, da cittadina italiana di fede musulmana, mi sono sentita profondamente offesa Continua a leggere >>

  106. Quel bipolarismo dell' odio da combattere con la cultura
    Andrea Riccardi

    Ci sono tanti problemi nell' Italia di oggi. Ma c' è una questione di fondo, se si vogliono affrontare davvero i problemi: il clima del dibattito pubblico. L' Italia è avvezza, nella sua storia, a discussioni drammatiche. Nel secondo dopoguerra il Paese era al bivio tra due visioni del mondo nella geopolitica della guerra fredda. Oggi siamo ben lontani dalla vertigine di quelle scelte epocali. Eppure il nostro clima politico è tanto invelenito Continua a leggere >>

  107. Cambio di formato
    Giancarlo Bosetti

    «Reset» cambia formato, diventa più piccola e maneggevole. A quindici anni dalla nascita, dopo testarda resistenza, lo facciamo per questi obiettivi: 1) continuare a circolare non solo nelle 400 edicole scelte, ma nelle maggiori librerie, dove le riviste se la passano sempre peggio anche a causa del formato; 2) aumentare il numero degli abbonamenti: ora saremo più facili sia da spedire che da ricevere; 3) ridurre i costi di carta e stampa; 4) diventare più facili da leggere e maneggiare Continua a leggere >>

  108. In Italia spazio solo per donne precarie?
    Marina Calloni e Lorella Cedroni

    «È triste, scoraggiante concludere una lunga vita (troppo lunga…) vedendo agitarsi, non risolti ancora, gli stessi problemi che avevano agitato le nostre menti, i nostri cuori da giovani; veder sbandierare ancora, nell’imminenza della rinnovata battaglia, le vecchie insegne: “emancipazione femminile”, “problema femminile” e via dicendo. Esiste dunque ancora – 1945 – un problema femminile, e c’è dunque ancora, a quarant’anni di distanza, un’emancipazione femminile da conquistare? I nostri uomini, anche i più illuminati, da quest’orecchio non hanno mai voluto sentirci.…» (A. Rosselli, «Strade vecchie e strade nuove», in Uguaglianza!, 1945)
     
    Amelia Rosselli, allora settancinquenne e ancora esule negli Stati Uniti dopo l’assassino dei figli Carlo e Nello, lancia con amarezza un suo messaggio in bottiglia che spera possa raggiungere oltreoceano un’Italia ancora devastata dalla guerra e non certamente pacificata Continua a leggere >>

  109. Menzogne e verità: sulle nudità del potere
    Marina Calloni

    «Molti anni fa viveva un imperatore che amava tanto avere sempre bellissimi vestiti nuovi, tanto da usare tutti i suoi soldi per vestirsi elegantemente. (…)
    Nella grande città in cui abitava ci si divertiva molto; ogni giorno giungevano molti stranieri e una volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. (..) E i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all'altezza della loro carica e a quelli molto stupidi Continua a leggere >>

  110. La scuola non è pronta per i figli degli immigrati
    David Bidussa

    Il confronto politico tra Lega nord e Chiesa intorno alla questione degli immigrati e del “decreto sicurezza” sta richiamando l’attenzione di molti. E’ probabile che con una sapiente opera di mediazione quel conflitto rientri. La questione a cui allude, tuttavia, è destinata a rimanere a lungo nell’agenda politica e culturale del Paese Continua a leggere >>

  111. Una legge per ampliare e migliorare la discussione
    Massimo Rosati

    Caro Giancarlo,
    ho letto con vero interesse e piacere il tuo articolo ‘Pluralismo e ora di religione’ su La Repubblica del 24 scorso. È stato come una boccata d’ossigeno e una scossa, dopo l’asfittica lunga primavera-estate italiana, dominata impoliticamente dalle vicende del Premier e relative campagne di stampa. Permettimi un commento, che è più un modo per raccogliere alcune delle tue sollecitazioni che altro Continua a leggere >>

  112. Religione e politica, una nuova agenda
    Giancarlo Bosetti

    L'attuale «ora di religione» in Italia è un insegnamento, facoltativo, della religione cattolica, ed è il prodotto della revisione del Concordato del 1984. Non so se la futura «ora di religione» sarà obbligatoria, come qualcuno propone, ma so per certo che sarà plurale, dovrà necessariamente essere aperta a diverse fedi, non solo alla cattolica, e concretamente organizzata. La sfida del pluralismo è onerosa per tutti, non è una recente invenzione anticlericale, e nelle dimensioni poderose che ha oggi, è una conseguenza dei fatti (l´immigrazione) Continua a leggere >>

  113. Se il leghista ha paura della democrazia
    David Bidussa

    Le dichiarazioni di domenica scorsa (26 luglio, ndr) del ministro Umberto Bossi, rafforzate o riprese sostanzialmente dall’intervista che il ministro Roberto Calderoli ha rilasciato lunedì (27 luglio, ndr) al quotidiano “La Repubblica” sono sembrate ad alcuni – sulla stanchezza delle notizie su improbabili tombe etrusche - un modo per parlare di “alta politica”. Alternativamente un modo di “animare il dibattito”. E’ una prospettiva che dovremmo valutare ma non per ciò che concretamente è stato detto, bensì per le questioni a cui quelle parole alludono Continua a leggere >>

  114. Exaptation: vie d’uscita dalla crisi
    Lucilla Guidi

    Chi si accontenta non gode più. «Parva sed apta mihi, è poco ma mi basta, principio e motto della ricostruzione, della crescita e della tenuta sociale italiana, dal dopoguerra a oggi, ha esaurito la sua spinta vitale. Ci vuole un nuovo reagente chimico, per uscire dalla crisi è necessario andare oltre l’adattamento». Così il Presidente del Censis Giuseppe De Rita introduce il termine Exaptation, parola chiave dell’ultima fotografia della società italiana scattata dalla fondazione Continua a leggere >>

  115. Agli occhi dell’Europa
    Tommaso Nelli

    Un capo di governo per alcuni prossimo all’uscita dalla scena politica tanto che anche alcuni suoi alleati avrebbero allo studio un’alternativa. Le parole accusatrici della escort D’Addario al “Corriere della Sera” confrontate con la versione addomesticata del Cavaliere sul suo “Chi”. I moniti della stampa cattolica, preoccupata del degrado e sullo sfondo le ragioni di chi protesta contro il sultanato e la tregua invocata dal presidente della Repubblica fino al G8 Continua a leggere >>

  116. Quell’invito alla tregua è un avviso ai naviganti
    David Bidussa

    Può darsi che per davvero ci sia una tregua. Una sorta di tempo del silenzio. Non so se sia auspicabile. Certo è opportuno. A distanza di 24 ore dalla dichiarazione del presidente della Repubblica la questione dell’abbassamento dei toni delle polemiche dice molte cose. Per comprenderle occorre riconsiderare il testo dell’intervento che Napolitano aveva fatto il 25 giugno Continua a leggere >>

  117. Ahi ahi, pluralismo tutto da imparare
    risposta di Giancarlo Bosetti a Guido Martinotti  

    Chiesa, chiese: non capisco dove stiano tra noi le differenze su questo punto. Se siamo d’accordo sul pluralismo religioso non vedo ostacoli linguistici. Neppure sugli atei devoti vedo le premesse di una discussione tra noi, sul loro uso strumentale e cinico della fede. Io sarei pero’ piu’ severo nel denunciare la natura “etnica” del liberalismo teorizzato da Pera, identificato storicamente con il cristianesimo e l’occidente e come tale ridotto a merce invendibile fuori dai confini della “civilta’ superiore”, se non nelle forme coatte imperiali o coloniali Continua a leggere >>

  118. Religione e moderazione. A dissenting opinion
    Guido Martinotti

    Con ritardo, ma i problemi non sono invecchiati, vorrei commentare il dibattito in Reset n° 112 sul tema “Divisi per la vita e per la morte”: agli amici di Reset Bosetti proponeva, come risulta anche dall’editoriale e dall’introduzione, tre quesiti: sulla politica del PD e dell’opposizione, sulla religione e più specificamente sul caso Englaro, per ciascuno dei quali Bosetti sostiene la necessità o l’opportunità di contrastare posizioni estremistiche e di trovare invece delle posizioni accettabili da entrambe parti (spesso sono più d’una) Continua a leggere >>

  119. Meno parlamentari? Prima, riforma elettorale
    David Bidussa

    Intorno alla questione della riduzione del numero dei parlamentari il rischio è che si faccia molta confusione.  Come ha ricordato ieri il direttore del Secolo XIX nella rubrica delle lettere, non è necessario fare un referendum. E’ sufficiente mettersi d’accordo sulle varie ipotesi di riforma che praticamente tutti i gruppi parlamentari hanno depositato per essere discusse in parlamento Continua a leggere >>

  120. Il conflitto mai risolto fra politica e magistratura
    David Bidussa

    E’ tornato in auge lo scontro tra Silvio Berlusconi e la magistratura, un particolare che fa parte dello scenario (come la nebbia in Padania) e che va guardato e giudicato per il dato cronico a cui allude: l’incapacità della politica di produrre riforme Continua a leggere >>

  121. Tutti i numeri per aiutare la popolazione colpita dal terremoto

    Sms -  48580
    Questo è il numero attivato dagli operatori Tim, Vodafone, Wind e Tre, con il Dipartimento della Protezione Civile.
    Inviando un sms si contribuisce con 1 euro, che sarà interamente devoluto al Dipartimento della Protezione Civile per il soccorso e l’assistenza.   Da telefono fisso invece la donazione è di 2 euro Continua a leggere >>

  122. I fedeli distanti dalla Chiesa
    Giancarlo Bosetti

    Quale fede e quali fedeli ha in mente il Papa? C´è una serissima vignetta inglese. Due lettori e un giornale con gran titolo sul discorso politico di un vescovo. I due commentano: «Ma tu credi in Dio?». «Sì», risponde l´altro. «E credi in un Dio che può cambiare il corso degli eventi sulla terra?». «No, solo in uno normale.»
    Solo normale, ovviamente. Just ordinary, non un Dio che entra nei dettagli della vita politica Continua a leggere >>

  123. Ci vorrebbe un Locke per guarire l’Italia
    Tiziano Bonazzi

    Se dovessi esprimere le mie convinzioni personali in merito alle questioni che il direttore di «Reset» pone, esse sarebbero quelle di un laico convinto, certo che la fede religiosa debba aver spazio in campo pubblico soltanto per quanto riguarda il diritto a credere in ciò che si vuol credere purché ciò non abbia conseguenze pratiche sul comportamento altrui (vedi John Locke). A ben vedere, però, proprio a partire da un liberalismo profondo che non può non riconoscere ad altri la libertà di pensiero che difendo per me, quella posizione non può riguardare che il mio «particulare» e non ho il diritto di portarla in pubblico Continua a leggere >>

  124. Altro che laici, c’è un paese da rifondare
    Alessandro Ferrara

    Purtroppo, alle domande che pone Bosetti, non sono riuscito a trovare in me una risposta che vada in una direzione univoca. La mia coscienza politica registra una scissione schizofrenica fra due registri quando ripercorro ciò che è successo dalla caduta del governo Prodi.
    Il primo è il registro della prudenza politica: ha ragione Bosetti nel dire che se i democratici americani avessero reso il caso Schiavo un paradigma per andare al confronto con una destra religiosa e agguerrita sarebbero stati cancellati dalle mappe, figuriamoci cosa succederebbe al Partito democratico italiano se seguisse quella strada nel paese della monocultura cattolica Continua a leggere >>

  125. L’incendio degli animi: «Reset» interroga
    Giancarlo Bosetti

    La ricerca di una politica, una cultura, una leadership da parte del Pd merita molte meditazioni.
    Per questo la rivista chiede a collaboratori e amici di contribuire con le loro opinioni a partire dalle considerazioni che seguono. Continua a leggere >>

  126. La politica degli spot mostra le prime crepe
    David Bidussa

    La cordialità dei toni usati nel suo intervento a Cernobbio al convegno di Confcommercio, dovrebbe dire che non ci sono né conflitti né problemi nel rapporto tra governo e Confindustria. Forse. In ogni caso le questioni aperte non riguardano né il protocollo, né la cortesia. Coinvolgono la prospettiva politica e anche la navigazione, tutt’altro che tranquilla verso il varo del “Popolo delle Libertà”. Ma  partiamo dalla fine Continua a leggere >>

  127. «Le parole forti che mancano ora a sinistra»
    Salvatore Veca con Bruno Gravagnuolo

    «Il Pd deve darsi un’identità laica di cittadinanza, leale alle istituzioni e innovativa. All’incrocio del liberalismo e del socialismo. E deve diventare forza di massa. Altrimenti non ci sarà più sinistra e trionferà la tirannia strisciante di destra, sull’onda delle nuove paure». Continua a leggere >>

  128. Non basta un segretario per rianimare il Pd
    David Bidussa

    Alla fine, dunque, Dario Franceschini, è stato eletto come nuovo segretario del Partito democratico. Il consenso “plebiscitario” ottenuto (1047 voti per lui contro i 92 ottenuti da Arturo Parisi) dice che il messaggio circolato in quella sala, non dichiarato ma profondamente avvertito, era dimostrare prima di tutto a se stessi di esistere. Soprattutto di esserlo senza ricorrere alla retorica che abbiamo visto ripetere spesso negli ultimi venti anni Continua a leggere >>

  129. Una drammatica crisi di leadership
    Giancarlo Bosetti

    Quello di Veltroni è stato un discorso lucido e anche emozionato ma non vendicativo. L’aspetto vendicativo era nel fatto stesso di dimettersi in controtempo, senza preavviso, prima delle elezioni europee: scusate non è il Pd che sognavo, non ce l'ho fatta, andate avanti voi, non tornate indietro e mandate avanti questo partito in un progetto di lungo periodo. Unica unghiata: non farò al mio successore quello che avete fatto a me. Destinatario D’Alema, assente in sala. E con lui Bersani, fedele di D’Alema, candidato alle primarie pochi giorni fa per ragioni inesplicabili Continua a leggere >>

  130. Il galateo politico non colma i vuoti del centrosinistra
    David Bidussa

    Raramente in politica il risultato elettorale, segna il passaggio irreversibile. Il voto sardo è la capacità di dimostrare molte cose. Nell’ordine: la schiacciante maggioranza dell’attuale coalizione di governo; l’inesistenza di una proposta politica da parte dell’opposizione. A questo si potrebbe aggiungere l’irrilevanza di una condizione economica in crisi che nel senso comune sembra essere stata acquisita come responsabilità dell’opposizione. Di tutte forse questa è la variabile più evidente Continua a leggere >>

  131. Le parole dei giornali

    La cronaca, le accuse urlate in Senato, i silenzi pretesi da chi vive un dolore familiare, i commenti del giorno del dopo. Così la stampa italiana ha raccontato la morte di Eluana Englaro.
    Dalla rassegna stampa quotidiana di Caffè Europa, a cura di Ada Pagliarulo e Paolo Martini Continua a leggere >>

  132. Politica “cialtrona” incapace di scegliere
    David Bidussa

    Qualcuno nel dibattito svoltosi al Senato nella giornata di lunedì 9 febbraio, ha richiamato l’attenzione sul ruolo esemplare che deve avere la Camera Alta nei momenti di crisi: quella di rappresentare un modo di stare e di vivere nel Paese, capace non solo di trasmettere responsabilità, ma anche di testimoniare del civismo. Mezz’ora dopo il Senatore del Pdl Gaetano Quagliarello, non un esagitato scalmanato della curva sud ma un docente universitario, se ne è uscito urlando a squarciagola: “L’avete ammazzata” Continua a leggere >>

  133. Il cambiamento delle funzioni dell’istruzione superiore nei paesi europei
    Roberto Moscati

    L’accentuarsi in queste settimane del dibattito sull’università ha fatto da sfondo non previsto ad un convegno sulle trasformazioni dell’istruzione superiore in Europa, programmato da tempo all’interno delle celebrazioni del Decennale dell’Università di Milano-Bicocca a chiusura di un progetto di monitoraggio della riforma degli ordinamenti didattici condotto negli scorsi anni da un gruppo di 6 atenei con la collaborazione di altrettante istituzioni universitarie europee Continua a leggere >>

  134. L’università malata e denigrata. Un confronto con l’Europa
    Marino Regini

    Le recenti “Linee Guida del Governo per l’Università” (6 novembre 2008) iniziano in questo modo:
    “L’Europa, attraverso la strategia di Lisbona, ha posto il traguardo di una società basata sulla conoscenza. L’Italia ha come principale risorsa il suo capitale umano… L’università e la ricerca – un binomio inscindibile – sono una ricchezza fondamentale per l’Italia. Per tornare ad essere uno strumento davvero efficace di crescita e di promozione sociale e personale in un Paese avanzato, l’università deve cogliere con coraggio la richiesta di rinnovarsi…”.
    Chi potrebbe non condividere Continua a leggere >>

  135. A scuola di merito da Roger Abravanel
    Arianna Acierno

    La società italiana è una delle più diseguali ed ingiuste del mondo occidentale, retta da un’avversione culturale ai principi meritocratici e spesso fondata su logiche clientelari. L’osservazione, apparentemente scontata e banale, acquista valore ed originalità se a farla è Roger Abravanel, l’ingegnere di origini libiche che ha lavorato 34 anni in McKinsey come consulente di aziende italiane e di famosissime multinazionali Continua a leggere >>

  136. Una prospettiva di cambiamento nell'Università italiana
    Riccardo Cappellin

    La cultura è un diritto dei cittadini e un servizio fondamentale che lo Stato deve dare in cambio delle imposte sui redditi.

    Senza una ripresa decisa della crescita dell’economia le giovani generazioni non hanno prospettive di occupazione e di realizzazione personale. La crescita lenta dell’economia italiana nell’ultimo decennio non è dovuta né ad alti costi salariali né a tasse troppo alte e profitti troppo bassi, ma allo scarso impegno delle imprese nell’innovazione e dei governi, passati e presente, nell’organizzazione del sistema nazionale di innovazione. Continua a leggere >>

  137. Perché non si parla mai dell'Agenda di Lisbona?
    Aurelio Bruzzo

    Caro Guido e cari colleghi,
    mi permetto di aggiungere alle fondate perplessità qui espresse alcune considerazioni, sottolinenando come in tutto il dibattito sulle università italiane non venga mai menzionata l'Agenda e la Strategia comunitaria di Lisbona che pone precisi obiettivi Continua a leggere >>

  138. Dai vizi alle virtù. Competizione e valutazione nella vita universitaria italiana
    Carlo Sorrentino

    C’è una parola nelle cronache e nei commenti sulle vicende universitarie di queste settimane prepotentemente tornata di moda: barone.
    L’uso indiscriminato del termine rischia però di favorire distorsioni e incomprensioni. Sia ben chiaro, chi scrive ritiene che i docenti universitari (categoria a cui appartiene) siano fra i maggiori responsabili dei problemi dell’Università italiana; ma ugualmente nota il paradosso di un’istituzione ridotta dai baroni a un lupanare, che sforna però una quantità enorme di cervelli che emigrano o sono sfruttati Continua a leggere >>

  139. Uffici postali, ospedali, università
    Marco Santambrogio

    Se devo spedire un pacco vado in un ufficio postale. Scelgo l’ufficio più vicino perché mi aspetto che non faccia gran differenza a quale mi rivolgo: il servizio, si spera, è lo stesso. Se mi taglio con un apriscatole e ho bisogno di qualche punto, mi rivolgo a un pronto soccorso – uno qualunque, perché, di nuovo, mi aspetto che il servizio sia più o meno lo stesso dappertutto, a parte forse i tempi d’attesa. Per una malattia più grave, invece, la scelta dell’ospedale è una questione più delicata Continua a leggere >>

  140. Una questione etica, prima che di contenuti
    Corrado Ocone

    Non si tratta di essere pro o contro la riforma della Gelmini, pro o contro le tante riforme o riformette che si sono susseguite in questi anni con governi di centrodestra o di centrosinistra. Si tratta, piuttosto, di avere un’idea alta di educazione e di far sì che la scuola sia una palestra di ethos e di cittadinanza Continua a leggere >>

  141. Se un Paese non investe sui giovani muore
    Giacomo Caldara

    Questo è un Paese per vecchi. Dove si vincono le elezioni sfruttando i temi della paura, della sicurezza, della ostilità verso il diverso. Dove ciascuno, dovendo fronteggiare l'angoscia della crisi, mette i sacchetti di sabbia alle finestre e affida la propria vita a chi gli promette che sarà capace di difenderlo, di garantirgli che nulla cambierà, nelle sue piccole abitudini quotidiane. Continua a leggere >>

  142. Qualche elemento di chiarezza sull’università italiana
    Massimiliano Vaira

    Da ormai un decennio si dibatte sui cambiamenti in corso nel sistema universitario e nelle università italiane. Un dibattito troppo spesso confuso, poco informato, basato sulla sostituzione di giudizi di valore e opinioni personali ai giudizi di fatto, ai dati e alle analisi, connotato da una nostalgia per qualcosa che o non c’è mai stato oppure non è neppure degno di essere rimpianto. Tutto questo si traduce in una rappresentazione fallace e mistificante dell’università Continua a leggere >>

  143. L'arretratezza italiana nascosta dietro la sentenza
    David Bidussa

    La motivazione per il rinvio a giudizio del gruppo dirigente della Thyssen – l’azienda di Torino dove nel dicembre del 2007 morirono 6 operai - è stata definita una sentenza storica, a cominciare dal Procuratore aggiunto Raffaele Guariniello.
    Indubbiamente la questione della Thyssen non lascia indifferenti e certamente in questa decisione pesa una realtà, quella delle morti sul lavoro, che in Italia ha assunto dimensioni drammatiche, d’assoluta priorità Continua a leggere >>

  144. Un gioco per il futuro: collegare i punti della realtà
    Stefano Diana

    Da tanto ho desiderio di proporre ai miei alunni un gioco. Il gioco è questo. Io vi do dei punti a caso sulla grande mappa del reale: due o tre eventi campionati qui e là nella cronaca. Voi ora trovatemi un filo che li collega. Ad esempio: il picco nel consumo di cocaina e l’emergenza rifiuti. Oppure: la crisi finanziaria globale, la vittoria di Obama e la vostra protesta contro la Gelmini. Scampoli così Continua a leggere >>

  145. I temi del forum di Reset

    Cari lettori di Reset e Caffè Europa,
    come certamente sapete, l’università italiana, quella pubblica in particolare (Reset ha affrontato i temi universitari più volte negli anni scorsi e ha trattato con grande anticipo, si vedano ad esempio i dossier dedicati alla situazione dell'università italiana nel numeri 102 – luglio agosto 2007, 87 – gennaio febbraio 2005, 83 – maggio giugno 2004), raccoglie molti dei temi che oggi formano l’oggetto di accese polemiche politiche Continua a leggere >>

  146. Il programma del convegno

    Il cambiamento delle funzioni dell'istruzione superiore nei paesi europei.

    Convegno sull'Università in trasformazione per il Decennale dell'Università di Milano-Bicocca.
    Università degli Studi di Milano-Bicocca
    Edificio U12 – Auditorium, via Vizzola, 5 - Milano
    Lunedì 17 novembre 2008, ore 9.30 – 18.30 Continua a leggere >>

  147. Seguite con noi la discussione e partecipate

    Se volete esprimere la vostra opinione e contribuire al dibattito di Reset sui temi dell'università italiana, potete farlo sulle pagine web di Caffè Europa.
    Lasciare il vostro contributo è semplice, basta mandare un messaggio a:
    resetmag@tin.it

    Ecco una lista dei temi proposti (la lista è aperta)

    Le università italiane sono troppe o troppo poche?
    Ci sono troppi studenti universitari?
    Le università italiane costano troppo?
    Chi deve contribuire al costo delle università?
    Che significa abolizione del valore legale del titolo di studio?
    Come si devono reclutare e promuovere i docenti universitari?
    Come si fa la valutazione? Vale ancora il progetto dell’ANVUR?
    Che rapporto ci deve essere tra ricerca e didattica ?
    Dobbiamo continuare a seguire “the Bologna Process?”
    Come si governano gli atenei?
    Qual è il significato di “Enterprise University?”
    Che differenza c’è tra istituzione e azienda?
    Che significa libertà accademica?

    Continua a leggere >>

  148. Il senso profondo della protesta
    Stefano Diana

    Il più caparbio rimprovero opposto alle proteste dei ragazzi in questi giorni è stato la superficialità. Molti li hanno accusati di manifestare contro una riforma che ancora non è stata fatta. Di mescolare inavvertitamente le carte, elementari con università, ausiliari con docenti, reazionari con rivoluzionari Continua a leggere >>

  149. Perché il profumo di America non sfiora il Pd
    Elisabetta Ambrosi

    «L’Abruzzo è difficile da riconquistare ma l’Ohio è nostro»: Arturo Parisi non è un giornalista ma, a poche ore dalla vittoria di Obama, la sua ironia ha saputo tracciare un’efficace sintesi del rapporto tra Partito democratico statunitense e il nostro, italianissimo, Pd. Mentre negli scorsi giorni sugli schermi di tutto il mondo passavano le foto del futuro presidente, figlio di un keniano poligamo e di una ragazza del Kansas, cresciuto in Indonesia, in Abruzzo andava in onda lo scontro frontale Continua a leggere >>

  150. Una straordinaria lezione di libertà
    Pietro Marcenaro

    C'è stato un tempo nel quale i comizi erano ascoltati. Parliamo di un'altra epoca.
    I leaders politici li preparavano con cura e i ragazzi come me li andavano a sentire tutti, quelli dei partiti più vicini e quelli degli avversari, per conoscere e imparare, anche così, qualcosa di più.
    Era il giugno 1965 e a Genova c'erano le elezioni amministrative, alle quali il Psiup partecipava per la prima volta dopo la sua costituzione.
    In Piazza Verdi, davanti alla stazione, parlava Vittorio Foa. Continua a leggere >>

  151. Cambiare: adesso tocca alla società
    Un articolo di Vittorio Foa pubblicato su Reset n.2, gennaio 1994

    Tornare alla politica è possibile, è necessario dopo lo sfascio che è sotto i nostri occhi. E non c’è solo da restaurare, c’è molto da ripensare. Un intero ceto politico di governo è stato travolto in modo così netto e radicale da rendere visibili i suoi confini e quindi gli stessi suoi limiti Continua a leggere >>

  152. Un coraggioso maestro di speranza
    Giancarlo Bosetti

    È stato bello imparare da Vittorio Foa, o almeno cercare di farlo, perché ci sono virtù in cui era irraggiungibile. Da chiunque. In una cosa specialmente non lo poteva battere nessuno: la capacità di combattere il risentimento, di dissolverlo in tanti coriandoli colorati, di mostrare l’insignificanza (e la pericolosità autolesionista) dell’odio, Continua a leggere >>

  153. «La buona politica è quella che sa unire»
    Vittorio Foa conversa con Reset

    «Sa qual era l’invenzione che, nel ’99, ho messo in cima alle invenzioni del secolo? Il Piano Marshall: un capolavoro di intelligenza politica». Così parlava Vittorio Foa, nell’ormai lontano 2003, quando in una luminosa giornata settembrina una spedizione di Reset andò a trovarlo nella sua casa di Formia, per un’intervista rimasta fino ad oggi inedita. Continua a leggere >>

  154. Il rivoluzionario Piano Marshall
    Vittorio Foa con Giancarlo Bosetti

    A chi gli chiede bilanci di fine secolo e magari di tornare sulle consuete controversie storiche – comunismo, nazismo, Olocausto, Resistenza, cause e concatenazioni di eventi – alle quali non si è mai sottratto, Vittorio Foa risponde rimandando a discussioni gia’ fatte e a libri, suoi, gia’ scritti. In questo momento non lo attrae l’idea di ripetere cose gia’ dette o di ri-subire contestazioni gia’ subite. Da un po’ di tempo questo collaudato e amato leader della sinistra italiana Continua a leggere >>

  155. La vita, la politica, la passione civile e  democratica
    Giorgio Napolitano

    I libri di memorie e riflessioni che persone come Vittorio Foa possono offrirci sono, per ricchezza di esperienze vissute e per freschezza di pensieri calati nell'oggi, altamente istruttivi e stimolanti. Tali sono stati Il Cavallo e la Torre e Questo Novecento, che Vittorio ci ha offerto in anni recenti. Ma la pubblicazione delle sue lettere dal carcere, a tanti decenni di distanza, rappresenta un evento straordinario Continua a leggere >>

  156. La candidata kamikaze
    Intervista a Giulia Innocenzi di Elisabetta Ambrosi

    La dissonanza più evidente rispetto agli altri tre candidati è il sesso: è l’unica ragazza su quattro a concorrere per la segreteria delle giovanili del Pd. Già questo non è poco, in una politica maschile anche quando l’anagrafe segnala che l’adolescenza è da poco alle spalle. Continua a leggere >>

  157. Quattro giovani in cerca d'autore
    Elisabetta Ambrosi

    Con le borse che crollano e una crisi economico-finanziaria senza precedenti, occuparsi delle polemiche che hanno accompagnato le candidature per le primarie dei giovani del Partito democratico sembra quasi un po’ comico. Continua a leggere >>

  158. Vicenza, la lezione di un successo
    Achille Variati con Alessandro Lanni

    «A Veltroni consiglierei di ascoltare di più chi conosce il popolo. Ma da Prodi mi sono allontanato dopo l’“editto di Bucarest” quando ha sentenziato che la base Usa si doveva costruire senza discussioni».
    Achille Variati, neosindaco di Vicenza, fa fatica a entrare in sintonia col suo stesso partito, il Pd, malgrado la sua vittoria ad aprile sia stata una delle poche note liete per il centrosinistra Continua a leggere >>

  159. Auto in coda in un vuoto senza eguali
    Conversazione con Romolo Bugaro e Mauro Covacich

    Appena un paio di anni fa, l’antologia I nuovi sentimenti ha messo insieme alcuni tra i più significativi autori «nordestini» in un confronto intorno al tema del mutamento del territorio, in senso sociale e emozionale.
    Un progetto premiato dal pubblico in cui gli scrittori, andando aldilà di stili e di impostazioni diverse, rivendicavano un ruolo nella società, testimoniavano una volontà di analisi e riscoprivano tra loro un’esigenza di dialogo a lungo rimasta sopita Continua a leggere >>

  160. «Calabrese indipendente? Ma da che?»
     Intervista a Marco Travaglio

    «Uno lo indicò Confalonieri, l’altro è un ex dipendente di Berlusconi: trovo semplicemente strepitoso che il centrosinistra stia litigando su chi nominare presidente della Rai fra due persone di gradimento e fiducia del partito Mediaset»: Continua a leggere >>

  161. Aggiornare liturgia e idee
    Alessandro Campi

    Sostenere che “Fiuggi comincia oggi” significa che per la destra gli esami sono destinati a non finire mai. Ma non si può chiedere ad una forza politica di tornare sempre alla casella di partenza, come in uno sfortunato e interminabile gioco dell’oca. Continua a leggere >>

  162. La sfida? Coniugare radici e legittimità politica
    Marco Tarchi con Elisabetta Ambrosi

    «L’intenzione politica di Alemanno? È evidente: deve salvaguardare il profilo ideologicamente più marcato che ha tenuto ad assumere sin dalla fondazione di Alleanza Nazionale, e il giudizio che ha espresso – storiograficamente più che scontato: quale studioso negherebbe che il fascismo è stato un fenomeno più complesso di quanto emerge dalle leggi razziali? – gli è utile per ribadire le distanze dall’atteggiamento di abiura rimproverato a Fini Continua a leggere >>

  163. «Fiuggi comincia ora»
    Barbara Spinelli con Elisabetta Ambrosi

    Da un lato le condanne aperte e scioccate dei giudizi storici sul fascismo espressi dal neosindaco di Roma. Dall’altra, le letture più politiche di chi vede nelle dichiarazioni di Alemanno qualcosa che c’entra poco con la storia passata e molto col destino attuale di An: un un tentativo da parte del gruppo dirigente di rilanciare un segnale identitario, per evitare la scomparsa Continua a leggere >>

  164. Ripartire dal vecchio, un autogol
    David Bidussa

    A proposito di come la leadership politica di Alleanza Nazionale ha commemorato l’8 settembre, sono intervenuti in molti. Complessivamente sono d’accordo con il Prof. Dino Cofrancesco, ovvero se fossi un editore non offrirei un contatto per scrivere un manuale di storia né al Ministro Ignazio La Russa né all’attuale sindaco di Roma Gianni Alemanno. Ma il problema mi sembra riguardare il futuro di An più che il giudizio sul passato.
    Che cosa è oggi Alleanza nazionale? Continua a leggere >>

  165. La scelta di Rifondazione
    Elisabetta Ambrosi

    Basterebbe un’immagine - che faremmo bene a tenere in mente anche nelle prossime settimane, quando menti e corpi saranno ben lontani dalla politica e dalle vicende di quest’ultima settimana di luglio - a raccontare cosa succede nella politica italiana. L’immagine è composta di tre scene. Continua a leggere >>

  166. Finita l’illusione di una terza via
    Giorgio Tonini con Elisabetta Ambrosi

    «Il congresso di Rifondazione mostra che l’illusione che possa esistere una via intermedia tra massimalismo e riformismo è finita. Tutte le forze a sinistra del Pd devono dunque decidere se collocarsi sul terreno riformista, oppure scegliere la via della fuga in un mondo immaginario». Continua a leggere >>

  167. Presto la confluenza in un’area politica riformista
    Antonio Di Pietro con Elisabetta Ambrosi

    «Il nostro è un partito-mezzo, non un partito-fine, e ha un obiettivo temporaneo. In prospettiva confluiremo in un’area politica maggiore, tanto che già dalle prossime elezioni vorremmo cominciare la spersonalizzazione del partito, a partire dalla eliminazione del nome, troppo legato alla mia storia, e del simbolo». Continua a leggere >>

  168. Quale opposizione? Quale progetto?
    David Bidussa

    Consumato lo scandalo su Sabina Guzzanti, pagato il debito al Ministro Mara Carfagna, reso omaggio al papa e al Presidente della Repubblica, come d’obbligo, forse è il caso di parlare di noi.
    Abbiamo un’ipotesi di sviluppo che non rinvii ai tempi biblici del G8? Non so ma sarebbe bene discuterne senza ingegnerie contabilistiche o tributarie. Uno sviluppo fondato anche e soprattutto su criteri e temi discussi pubblicamente Continua a leggere >>

  169. Prendo le distanze da Grillo-Guzzanti e difendo l'alleanza col PD
    Leoluca Orlando con Elisabetta Ambrosi

    Respinge con argomentazioni e sorrisi le accuse di stare trascinando un partito con un ottimo successo elettorale a vessillo ideologico di uno sparuto drappello di comici senza freni Continua a leggere >>

  170. Dallo scippo delle ragioni ai nuovi partiti che sanno di vecchio
    Elisabetta Ambrosi

    Basterebbe la gioia di Silvio Berlusconi a commentare quanto avvenuto martedì scorso all’imbrunire sullo sfondo di una delle piazze più belle d’Italia. Più bella architettonicamente, s’intende. Ma anche – chi c’è stato può testimoniarlo – umanamente. Non solo e non tanto perché c’erano famigliole con bambini, pensionati, molti ragazzi giovani (categorie non necessariamente migliori di single o commercianti), ma soprattutto per il tipo di esigenza comune che chi c’era portava con sé: Continua a leggere >>

  171. Chi è nemico della meritocrazia?
    Corrado Ocone

    No, Don Milani proprio no. Stando a quanto riferito nei giorni scorsi da più giornali, Sandro Bondi, parlando ad un convegno fiorentino sul cosiddetto dossettismo organizzato dalla Fondazione Magna Carta, avrebbe affermato che non solo la sinistra si è indebitamente appropriata del prete di Barbiana, strumentalizzando le sue idee, ma anche, il che è francamente troppo, che queste idee andrebbero riproposte Continua a leggere >>

  172. Se si voltano le spalle alla storia
    David Bidussa

    Un Paese che non racconta a se stesso la sua storia – tutta la sua storia – è un paese incline ad autoassolversi. il mito del bravo italiano ha avuto sempre la meglio.
    E’ esistita un’Italia delle leggi razziali, non sono esistite solo le leggi razziali, come corpo legislativo. Un corpo coerente che non è caduto all’indomani del 25 luglio 1943 Continua a leggere >>

  173. Israele, compleanno senza un’idea di futuro
    David Bidussa

    In un intervento del luglio 1967 pubblicato su “L’Europeo” (e riproposto nel numero monografico dedicato ai 60 anni di Israele, in edicola dalla settimana scorsa ) Moshe Dayan, allora ministro della difesa di Israele, sosteneva che la guerriglia messa in pratica in Vietnam dai Vietcong, non poteva essere adottata dai palestinesi contro Israele Continua a leggere >>

  174. La violenza locale non è solo folklore
    David Bidussa

    Verona è tornata alla ribalta sul piano nazionale per questioni legate alla violenza. Un’aggressione grave per motivi futili: un giovane, Nicola Tommasoli , 29 anni in coma; un reo confesso che appartiene a un gruppo politico già coinvolto in atti di violenza in quella stessa città Continua a leggere >>

  175. Una lingua e un paese da decifrare
    Antonio Padellaro con Alessandro Lanni

    “L’uccisione di Aldo Moro fu anche l’inizio della fine della Democrazia
    cristiana”. Antonio Padellaro era un cronista politico del “Corriere della sera” negli anni Settanta e ricorda bene quella stagione politica culminata con la morte di Moro. “L’epilogo tragico del sequestro segnò anche il tramonto di uno stile della politica e di un linguaggio con cui quel mondo si esprimeva” Continua a leggere >>

  176. Un "bagno inglese" per il Pd, partito virtuale
    David Bidussa

    Nella discussione sulla sconfitta del Pd tutti sono concordi su un punto: il risultato elettorale è figlio di un’assenza di radicamento e di un ceto politico che non viene premiato perché non ha rapporti col territorio, perché “delocalizzato” Continua a leggere >>

  177. Vince la pratica, perdono le idee. Analisi di un voto post-ideologico
    Elisabetta Ambrosi

    C’è un’immagine che stona nella lunga maratona elettorale che dalla chiusura dei seggi si è protratta fino a sera. E cioè il luogo dove si è consumata la drammatica débacle della Sinistra arcobaleno. Non un quartier generale in senso proprio, non un luogo politico, ma un grande bar americano Continua a leggere >>

  178. Il Parlamento chiude le porte al Novecento
    Mauro Buonocore

    Alla fine i numeri non hanno ballato come nel 2006. La giornata degli spogli elettorali non ha mostrato grandi incertezze ma dati sempre confermati man mano che le proiezioni trovavano la verifica dei numeri che uscivano dal Ministero dell'Interno: il successo della coalizione guidata da Silvio Berlusconi Continua a leggere >>

  179. Italia 2008, la politica cambia colori
    Giancarlo Bosetti

    È vero, la grande novità, prima durante e dopo le elezioni italiane dell’aprile del 2008 è il Partito democratico. Novità grande perché novità di sistema; non è soltanto una nuova formazione con un nuovo simbolo, ma il primo pezzo di un altro scenario, un altro gioco, un altro film. Esce di scena la coalizione eterogenea, figlia di una fase di transizione e di leggi elettorali “sporche”. Entra in scena il primo candidato a una competizione, chiara e distinta, in cui il segretario di un grande partito si propone come primo ministro Continua a leggere >>

  180. Sale vietate per Nazirock
    Claudio Lazzaro con Mauro Buonocore

    Non uscirà nelle sale cinematografiche il documentario su Forza Nuova. Nazirock è il titolo del film con cui Claudio Lazzaro ritrae dall'interno ambienti in cui si alimenta l'ideologia dell'estrema destra italiana, in cui si vedono ragazzi che mostrano ritratti di Mussolini tatuati sulla loro pelle, in cui si sentono adoloscenti con la testa rasata dire in maniera sfuggente che no, l'Olocausto non ha potuto mietere sei milioni di vittime, ma “saranno state al massimo un milione”. Continua a leggere >>

  181. Forse ti assumono, ma per due ore
    Luigi Furini con Mauro Buonocore

    Ma che paese è un paese in cui una donna, una madre, vive di contratti di due ore? Che paese è un paese in cui per parlare di mondo del avoro bisogna togliere dal vocabolario parole come tutele, garanzie e futuro?
    Queste domande sono scritte tra le pagine di Volevo solo lavorare (Garzanti) il libro in cui Luigi Furini racconta l'odissea di chi cerca lavoro a cinquant'anni e incontra ragazze che vivono con contratti termine (con tanto di buste paga e tredicesima) di due ore Continua a leggere >>

  182. "La precarietà? E' l'alibi di chi vive nel paese dei balocchi"
    Giampaolo Pansa con Elisabetta Ambrosi

    “Lei ha toccato un tema assai delicato, su cui c’è vasta letteratura, e molto complesso … Guardi, io non sono una persona complessa, sono un cronista, quindi le darò risposte semplici”. Comincia così il mio lungo match con Giampaolo Pansa, “colpevole” ai miei occhi di un Bestiario pubblicato di recente, in cui il giornalista dell’Espresso accusa i giovani di mascherarsi dietro la precarietà per scarsa voglia di fare Continua a leggere >>

  183. E la politica resta a guardare
    Carlo Carboni

    Non dubito che dai sondaggi emerga un quadro più complesso, meno “sbilanciato” in tema di orientamento politico della cittadinanza competente. D’altra parte, come cercherò di chiarire brevemente Continua a leggere >>

  184. “Ma non diciamo che è solo di sinistra”
    Renato Mannheimer scrive al direttore di "Reset" Giancarlo Bosetti

    Caro Giancarlo,
    leggendo – come faccio sempre – l’ultimo numero di Reset (n.104 – novembre dicembre 2007, ndr), mi è parso di capire che in alcuni interventi - specie quello di Carboni – sulla situazione politica attuale, si tracciasse una distinzione tra due Italie: quella dei cittadini “competenti”, che seguono in qualche modo le vicende politiche e ne sono di conseguenza più informati e quella “disimpegnata”. La distinzione è sicuramente corretta. Mi è sembrato tuttavia di capire Continua a leggere >>

  185. Le due Italie tra dinamismo e disimpegno
    Carlo Carboni

    Masse antipolitiche, masse irriverenti, masse giustizialiste, masse complici. Tutto alla fine riporta a un’immagine negativa della massa e del suo presunto qualunquismo, tra ignavia e lealtà passiva. In realtà, non si tratta della società di massa, ma, più probabilmente, della società pluralista, ricca di minoranze Continua a leggere >>

  186. Il mercato (chiuso) delle candidature
    Elisabetta Ambrosi

    “Lo sa come funzionano le candidature del Pd? Si prendono gli uomini, e li si dividono in due gruppi, i fedelissimi e quelli senza corrente. Per prima cosa, si piazzano tutti i primi, meritevoli o no. Poi si prendono le donne e si usano come candidate contro l’entrata degli uomini capaci. E in parte, naturalmente, contro le donne stesse, quelle più originali. Un’operazione perfetta, che merita un piccolo trattato socio-antropologico”.
    È una voce rimasta fuori dalle liste Continua a leggere >>

  187. Non chiamiamola etica, qui si tratta di diritti civili
    Ignazio Marino con Chiara Preti

    “Alla fine, il vero punto non è il sondino o la nutrizione artificiale. Il reale problema è che qui c’è chi pensa che l’individuo non abbia diritto ad avere il potere di decidere su di sé!” Ignazio Marino parla a Roma, invitato dal circolo del Pd del Centro Storico, risponde alle domande che gli pongono persone comuni, cittadini e cittadine Continua a leggere >>

  188. “Ci vuole un Pd capace di unire”
    Franco Monaco con Elisabetta Ambrosi

    “Penso che sia una buona cosa, sia per la Chiesa sia per la politica, che non ci siano più partiti a denominazione cristiana. La Chiesa ne esce più libera e forte. Le democrazie moderne pure, dal momento che si reggono su partiti post-ideologici, laici e plurali nei quali i cattolici possono essere protagonisti, ma non come corpo separato” Continua a leggere >>

  189. Così la destra prova a reinventarsi
    David Bidussa

    C’è un nuovo corso nella scena politica italiana. La novità non consiste nella richiesta di semplificare la scena politica, ma nel modo in cui si tenta di soddisfarla.
    Era già così, all’inizio della cosiddetta “Seconda Repubblica” Continua a leggere >>

  190. PdL, una leadership decisa dai numeri
    Angelo Mellone con Elisabetta Ambrosi

    "Mi auguro che Berlusconi modifichi seriamente il suo stile, sia di campagna elettorale che di governo. E che eviti di tirare fuori la balla dell’anticomunismo a cui non crede più nessuno". Angelo Mellone, autore di Dì qualcosa di destra (Marsilio 2006) e Berlusconi spiegato a mia figlia (di prossima pubblicazione), giornalista e comunicatore vicino ad An, auspica una campagna elettorale sobria e bipartisan Continua a leggere >>

  191. Il partito dell'antiprodismo
    Piero Ignazi con Mauro Buonocore

    Poco importano le identità politiche, poco importano la cultura, le idee e la collocazione internazionale del partito. Tutto svanisce di fronte all'egemonia che Silvio Berlusconi esercita sulla destra italiana. Perché tutto quello che conta è battere la sinistra, tutto il resto è secondario Continua a leggere >>

  192. "Meno 194 per tutte"
    Elisabetta Ambrosi

    Grandi manovre a destra per conquistare il monopolio della rappresentanza del voto cattolico. Manovre così manifeste da aver suscitato la reprimenda del Vaticano, che, tramite l’"Osservatore", si smarca clamorosamente dalle scelte di campo nette di Ruini e bacchetta il soldato Boffo Continua a leggere >>

  193. Coro unanime: questa politica è indecente
    Daniele Castellani Perelli

    La “tempesta della casta” si è abbattuta sul governo Prodi, ma non festeggiano a spumante e mortadella i principali quotidiani italiani, come hanno invece fatto in aula i senatori del centrodestra. Non lo fanno quelli vicini al centrosinistra, ma nemmeno quelli “indipendenti” Continua a leggere >>

  194. “Così è finita l'agonia”
    Gianfranco Pasquino con Mauro Buonocore

    Fine di un governo, “fine di un'agonia”, dice Gianfranco Pasquino.
    Fine di una situazione che “in alcuni casi ha avuto toni addirittura imbarazzanti”.
    Se c'è qualcosa c'è da imparare da tutta questa storia, dice il Professore, è che “le regole elettorali sono importanti, che bisogna saper premiare le coalizioni che sono compatte, che bisogna saper scegliere leader politici ambiziosi che vogliano rimanere in carica e che abbiano una biografia politica in grado di poter essere tradotta in qualcosa di concreto e positivo”. Continua a leggere >>

  195. E il Vaticano benedì lettera dei professori
    Mauro Buonocore

    Tra le tante parole che hanno commentato la vicenda Ratzinger-Sapienza, la “laicità” ha avuto, e continua ad avere, un ruolo centrale, un utilizzo incalzante che la porta al cuore del dibattito pubblico. A volte però, viene il dubbio che nell'usare certi vocaboli si inciampi (involontariamente) nel rischio di perderne per strada il significato, con l'effetto di tirare (spesso volontariamente) l’equilibrio del dibattito dalla propria parte. Continua a leggere >>

  196. Tra fatti e valori, a lezione da Weber
    Elisabetta Ambrosi

    E se la querelle generata dalla visita, poi annullata, di Joseph Ratzinger all’università La Sapienza di Roma fosse un’occasione per riflettere sul ruolo dell’accademia nella vita pubblica italiana? Un buon pretesto, cioè, per interrogarsi sui fini che la scienza – che si fa nelle nostre università – si pone, e sul suo rapporto con i valori e le diverse concezioni del bene? Continua a leggere >>

  197. Se manca la prima virtù liberale: reggere il dissenso
    David Bidussa

    C’è troppa fibrillazione in giro.
    C’è stata nella vicenda del Papa e in quella speculare dei docenti universitari che l’hanno contestato. Ma c’è anche in quella che coinvolge - sul piano degli affetti famigliari – il ministro della Giustizia. Continua a leggere >>

  198. Immigrati, come li vedono i giovani
    Alessandro Lanni

    Giovani italiani multiculturali crescono. Non sarà una rivoluzione, ma di certo è una tendenza da non sottovalutare quella che emerge dall'ultimo rapporto dello Iard sui giovani italiani (Il Mulino, 2007 pagg. 400, euro 29), Continua a leggere >>

  199. La mossa del Cavaliere non risolve la partita
    David Bidussa

    Siamo entrati nel fine settimana discutendo di riforme istituzionali e della loro necessità. Come ne usciamo all’alba della nuova settimana? Se dovessimo tirare un bilancio della giornata di ieri dobbiamo dire che la fotografia è molto confusa. Continua a leggere >>

  200. Silvio: condottiero o mago del marketing politico?
    Elisabetta Ambrosi

    “Che qualcosa dovesse cambiare nella strategia di Berlusconi, dopo l’insuccesso dei tentativi di far cadere il governo Prodi in sede parlamentare, era scontato. Così come ci si poteva aspettare che la sua familiarità con le tecniche del marketing politico lo avrebbe portato ancora una volta a sfruttare l’effetto-annuncio di cui è maestro”. Continua a leggere >>

  201. Tre parole per discutere di politica
    Guido Martinotti

    E’ abbastanza stupefacente come nel dibattito pubblico italiano fenomeni complessi vengano subito ingabbiati in semplificazioni rigide e piuttosto puerili, al fondo, che impediscono la comprensione vera della realtà, circostanza di cui poi tutti quelli che hanno contribuito ad offuscarla si lamentano in coro. Continua a leggere >>

  202. Le sfide della nuova stagione
    David Bidussa

    Qualcosa non gira nella politica. Ed è che anziché discutere delle cose da fare rimane il vecchio vizio di discettare sul significato delle cose.
    Il problema è cruciale e riguarda la capacità o la volontà di inaugurare una nuova stagione politica. Non è solo un problema di restyling. Riguarda invece le sfide concrete. Continua a leggere >>

  203. Che primarie sono, se non c’è competizione vera?
    Sergio Fabbrini

    Il processo di formazione del Partito democratico resta ancora condizionato dai gruppi dirigenti e dalle strutture più o meno organizzate dei vari partiti, il che rende pesanti le ali della nuova formazione. Questo aspetto negativo si vede anche nella decisione di andare all’elezione del segretario in presenza di più liste. Continua a leggere >>

  204. “Solo un leader forte porterà vera innovazione”
    Stefano Ceccanti con Elisabetta Ambrosi

    Stefano Ceccanti ha le idee molto chiare su come il Pd dovrebbe cambiare il paese. Niente programmi lunghi decine di pagine, ma solo due obiettivi: riforme elettorali e costituzionali per completare la transizione con un bipolarismo migliore; riforme economico-sociali per valorizzare gli outsider (donne, giovani, soggetti realmente deboli) rispetto agli insider. Continua a leggere >>

  205. “Lo vedo nascere così: smidollato e scriteriato”
    Gianfranco Pasquino con Elisabetta Ambrosi

    “Nasce un partito senza precedenti, senza modelli, senza criteri: smidollato e scriteriato. Eppure il modello c’era, c’è: il Parti Socialiste di François Mitterrand”. Gianfranco Pasquino, politologo bolognese, non è tenero verso il neopartito democratico definito senza mezzi termini “oligarchico”. Continua a leggere >>

  206. Lo spin dei politici “fuori tema”
    Giancarlo Bosetti

    Cari ascoltatori di Fahrenheit,
    dopo avere analizzato, per il libro in cui mi occupo di spin e spin doctors e di trucchi della politica (Spin. Trucchi e tele-imbrogli della politica, Marsilio), i testi dei discorsi dei politici e soprattutto i famosi pastoni dei telegiornali, mi sono reso conto che il trucco principale, il numero uno, è quello di “cambiare discorso”. Continua a leggere >>

  207. Guolo, Allievi, Campanini e le sorprese dell’islam giudiziario

    Giancarlo Bosetti


    Cari ascoltatori di Fahrenheit,
    parliamo di relazioni interculturali, un campo dove i conflitti sono sempre in agguato e anche la violenza è dietro l’angolo. Per la mia rivista, Reset, mi capita spesso di promuovere iniziative in questo campo e ci sono persone con cui collaboro che sono preziose, per le loro doti e i loro studi. Continua a leggere >>

  208. Il dilemma di Böckenförde, sfida per i laici
    Giancarlo Bosetti

    Cari ascoltatori di Fahrenheit,
    vi voglio raccontare una mia esperienza di queste settimane, come direttore della Reset. Abbiamo fatto circolare un quiz, un enigma, un dilemma. L’abbiamo mandato in giro tra intellettuali italiani, americani, europei. E raramente ho visto una domanda fare tanta presa, sfidare, costringere a Continua a leggere >>