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Pop Art, la mitologia del quotidiano

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Pop Art, la mitologia del quotidiano

 

Paolo Consolato Latella

 

 



Già chiara nella definizione, la Popular Art trae spunti e materiali dalla società di massa, è aperta verso il mondo esterno, alla modernità rappresentata dai consumi, alla pubblicità e ai nuovi media. Arte urbana cresciuta nella grande metropoli, muove i suoi primi passi a Londra negli anni '50 nei circoli di giovani artisti, ma è negli Stati Uniti e principalmente a New York che trova la sua consacrazione e la maggiore diffusione. Non sarebbe potuto andare diversamente perché era il modello della società americana, basato sui consumi di massa che si andava affermando nel mondo, e non quello europeo uscito in pezzi dalla II Guerra Mondiale.

Il movimento Pop irrompe e travolge tutte le forme artistiche, letteratura, poesia, teatro, cinema, facendole interagire tra loro come del resto altri movimenti d’avanguardia avevano già fatto, basti ricordare il futurismo Italiano. Rompe con gli schemi tradizionali del fare arte, prende oggetti d'uso quotidiano e li eleva ad icone, simboli di nuovi valori, andando più in là dei ready made di Duchamp e delle manipolazioni Dada, aggiornando così il linguaggio artistico con nuovi strumenti di lettura e di espressione.

E’ un impresa certamente difficile ricostruire un panorama completo della Pop Art nei suoi sviluppi internazionali, per la quale occorrerebbe l’impegno di grandi istituzioni culturali. Ciò nonostante la mostra I love Pop si propone il compito di analizzare proprio il carattere internazionale della Pop Art. Il percorso è articolato in sezioni che corrispondono a vari paesi: Austria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna e, chiaramente Stati Uniti. L’esposizione, allestita nei bei spazi del Chiostro del Bramante a Roma, è stata realizzata in collaborazione con la Fondazione Ludwig di Aquisgrana la cui collezione distribuita tra vari musei, spazia dal medioevo alle ultime tendenze dell’arte contemporanea, costituendo uno dei maggiori nuclei collezionistici privati in Europa e uno dei più importanti nel mondo. Hanno anche contribuito il Comune di Roma, la Regione Lazio e la Mercedes Benz Italia.

Il nucleo principale è composto dagli artisti Pop americani la cui azione si è sviluppata tra l'affermarsi della società dei consumi e il bisogno di reagire alle elaborazioni degli artisti della precedente generazione, quali Pollock, de Kooning, Kline, Newman e Rothko. Le loro opere esposte al Bramante, dall’Elvis Presley di Warhol all’ippopotamo cavalcato da una pin-up, dai "barattoli" di Jasper John alle figure silenti di Segal, non dimostrano di essere giunti ad uno stato di semplici documenti, ma possono essere spunto per riflessioni che hanno ancora una loro validità.

Mentre i giovani artisti italiani degli anni '60 partono da punti di vista diversi, rifacendosi alla tradizione artistica, come ad esempio Tano Festa, con una caratterizzazione che ha il suo peso rispetto ai presupposti degli americani, questi non legati da una storia antica sono quindi più direttamente coinvolti dalle tematiche contemporanee. Nonostante appena in quegli anni la società italiana si stesse "modernizzando" grazie al boom economico, gli artisti nostrani sono veloci nel cogliere le nuove istanze: lo dimostrano gli interventi di Manzoni, Ceroli, Angeli, Rotelle, Schifano, Pascali, Kounellis, Pistoletto, per indicarne alcuni, che con i loro approcci diversi rappresentano uno dei momenti più felici dell’arte del Novecento italiano e di cui l’esposizione romana può rendere solo parzialmente la ricca gamma. L’impressione che si ricava osservando oggi le opere italiane è di grande freschezza e vitalità: queste non sfigurano per niente al confronto dei giganti americani. Gli altri artisti europei non sembrano sempre all’altezza della situazione, anche se le compressioni di César o le accumulazioni di Arman, i paesaggi di Gerhard Richter o le decontestualizzazioni di Erro sono ancora oggi lavori che possono stimolare curiosità.

Il catalogo edito da Electa e curato da W. Becker, M. Boyden, L. Hegyi e G. Mercurio, propone vari interventi che analizzano i caratteri internazionali e "nazionali" del Pop e le sue contaminazioni nel cinema - da Easy Rider a Zabrikie Point - nella musica - dai Beatles e Rolling Stones ai Velvet Underground e Jimi Hendrix - e nella moda, calando così, come è giusto che sia, la Pop Art nei "mitici" anni '60. Testimonianze particolarmente significative sono le interviste a Milton Gendel, Plinio De Martiis, Fabio Sergentini, Ileana Sonnabend, Antonio Homem e Gian Enzo Sperone, personaggi che hanno vissuto e hanno contribuito a creare il fenomeno Pop e possono far percepire efficacemente la consistenza dell'ambiente artistico italiano e i rapporti intercorsi con quello americano.

Altre testimonianze di rilievo sono le fotografie di Ugo Mulas - pubblicate da Einaudi nel 1973 – e di Fred W. McDarrah alle quali è dedicata una sezione all'interno della mostra. Queste immagini forniscono con sensibilità e partecipazione l'atmosfera che si respirava nei circoli, negli studi degli artisti e nella Factory di Wharol.

Nonostante il tempo trascorso e i grandi mutamenti avvenuti nella società, la Pop Art, o perlomeno i suoi presupposti, non sembra legata solo al momento contingente di quegli anni ma, attingendo alla "mitologia del quotidiano", resta per taluni aspetti ancora attuale.

 

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