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256 - 26.06.04


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D-Day: Bush e noi
Daniele Castellani Perelli

D-Day I: ripartire dalla stabilizzazione dell'Iraq
I rapporti tra Europa e Stati Uniti, nelle ultime settimane, sono stati al centro degli editoriali dei quotidiani europei. L'occasione œ stata data dalle celebrazioni del D-Day. In occasione dei sessant'anni dello sbarco in Normandia, l'Economist ha scritto che "le divisioni sull'Iraq non devono segnare una divisione definitiva tra Europa e America". Il settimanale inglese ricostruisce il senso di quella frattura nei rapporti tra le due superpotenze. Da una parte George Bush e Tony Blair credevano che "fosse in pericolo la salvezza dell'Occidente", dall'altra Jacques Chirac e Gerhard Schroeder non erano d'accordo. Il fatto œ che questi ultimi non si sono limitati a rifiutare il proprio appoggio, ma hanno anche "lavorato duro per ostacolare i propri alleati", il ch¹ ha rappresentato "un allontanamento fortemente inusuale dalle regole non scritte". L'America, ammette l'Economist, aveva fatto lo stesso quando costrinse Francia e Gran Bretagna a interrompere l'invasione dell'Egitto nel 1956. "L'attitudine dell'Europa, a partire dalla seconda guerra mondiale, era stata quella della deferenza al partner maggiore - aggiunge il settimanale - tutt'al pi¦, come in Vietnam, gli europei si erano astenuti". Ora molti danno l'alleanza per morta, ma, secondo l'Economist, c'œ invece ancora molto su cui le due forze possono operare insieme, come "la sicurezza dell'Afghanistan, la soluzione per la Palestina, la diffusione della democrazia nel mondo arabo, convincere l'Iran a non costruire la bomba atomica". Alcuni americani pensano di essere in grado di fare tutto ci… da soli, tanto pi¦ che "l'Iraq dopo tutto ha dimostrato che Francia e Germania non possono impedire all'America di fare una guerra, se lo vuole". D'altra parte, per…, l'opposizione franco-tedesca "ha reso il lavoro del dopoguerra molto pi¦ duro". E' qui, nella comune necessitù di un Iraq pacifico e prospero, che le due parti possono recuperare il proprio rapporto.

D-Day II: Bush e noi
Dietro le critiche europee a Bush sta la domanda: quello occidentale œ un modello che ha fatto il suo tempo? Se lo chiede il progressista Die Zeit, che nell'articolo "Bush e noi" ripercorre la storia di un'inimicizia, quella appunto tra il presidente americano e noi europei, dalla "vecchia Europa" di Rumsfeld alla palma d'oro di Cannes a Micheal Moore, con l'asse franco-tedesco in prima fila nel criticare Bush junior. Ma con una differenza, secondo il settimanale tedesco: "La teoria corrente vuole che i francesi siano forse veramente antiamericani, mentre in realtù i tedeschi no: non potrebbero soffrire solo questo presidente e la sua politica". Die Zeit solleva una questione interessante: ai franco-tedeschi tutto sommato Bush fa comodo. Se infatti œ vero che "un'autentica svolta sarebbe certamente rappresentata da un cambio di governo a Washington, che gli europei auspicano fortemente", œ altrettanto vero che il ritorno al multilateralismo promesso da Kerry "potrebbe anch'esso mettere in imbarazzo l'Europa", perch¹ "œ facile dire no a Bush", ma una presidenza democratica rimetterebbe tutto in questione: "L'odiato Bush non œ affatto un presidente scomodo, ma un presidente comodo".

La grande differenza tra l'Europa di oggi e l'America di Bush, secondo Die Zeit, sarebbe per… nella lotta all'ideologia. "Joschka Fischer considera un nuovo totalitarismo l'Islam radicale e militante", spiega il settimanale, ma negli Stati Uniti sembra diffondersi un'analoga ideologia, come dimostrano i frequenti "paralleli con la guerra fredda": "Anche qui c'œ di nuovo un oppositore ideologico, un compito generazionale, l'autoaffermazione del mondo libero e al termine, si spera, la marcia trionfale del proprio ideale. Naturalmente zoppicano i paragoni storici, ma il fatto che la politica internazionale giri ancora una volta intorno alla costruzione del mondo, alla filosofia della storia e alle forme di vita, che ci sia uno sfidante con una missione storica e che lo si possa affrontare difficilmente senza una vera missione storica, tutto questo œ vero, e riconduce giustamente lo sguardo alle battaglie ideologiche del ventesimo secolo". "L'Europa postideologica - conclude Die Zeit - guarda a tutto ci… malvolentieri".

D-Day III: la Germania due volte emancipata
La Germania di Gerhard Schroeder esce due volte emancipata dalle celebrazioni del D-Day: "L'emancipazione nei riguardi del proprio passato ne genera una seconda, nei riguardi dell'antica potenza tutelare, gli Stati Uniti". Lo ha scritto su Le Monde Jacques-Pierre Gougeon, professore di civiltù tedesca all'universitù Paris-VIII ed ex consigliere culturale a Berlino. La presenza del cancelliere tedesco alle celebrazioni francesi (per la prima volta nella storia, visto che persino Helmut Kohl aveva sempre preferito evitare i festeggiamenti) œ stata, secondo Gougeon, "un momento forte della storia europea. Sembra chiudere il periodo del dopoguerra e aprire una prospettiva divenuta evidente con l'unificazione e il ritorno alla sovranitù della Germania". Lo studioso dipinge Schroeder come un uomo "conscio del peso della storia", e scrive : "Willy Brandt nel 1982 esortava i suoi compatrioti a abbandonare il loro 'complesso d'inferioritù nei riguardi degli Stati Uniti'. Gerhard Schroeder œ il primo cancelliere ad averlo detto nell'esercizio delle sue funzioni. E' una cesura maggiore". "Anche se negli atti recenti della diplomazia tedesca si pu… individuare una volontù di rinnovare i rapporti con gli Stati Uniti - conclude Gougeon - una cosa œ sicura: niente sarù pi¦ come prima. La Germania del ventunesimo secolo œ una Germania affrancata, due volte emancipata. E' questa nuova Germania che œ presente alle celebrazioni del 6 giugno".

 





 

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