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236 - 19.09.03


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Schroeder apre la porta alla Turchia


“L’ingresso in Europa della Turchia è nel nostro interesse”. Gerhard Schroeder ha forse trovato le parole giuste, per rassicurare l’opinione pubblica tedesca (poco favorevole all’adesione turca all’Unione), e per far felice il suo ospite, il premier turco Tayyip Erdogan, al quale martedì 2 settembre ha promesso quell’atteso appoggio tedesco che, ha dichiarato Erdogan, “ci renderà la vita più facile”.

Il Cancelliere ha espresso “rispetto” per le riforme già avviate dalla Turchia, e, per replicare alle aspre critiche mossegli dall’opposizione cristiano-democratica, ha ricordato che l’esecutivo si sta muovendo su una linea di politica estera che è da sempre propria della Germania. La Cdu-Csu, ben conscia dell’impopolarità del tema, aveva infatti annunciato che intende porre il tema dell’adesione della Turchia all’Ue al centro della campagna elettorale per le europee del 2004. “La Turchia appartiene ad uno spazio culturale completamente diverso”, ha dichiarato un portavoce del partito cattolico, lasciando intendere che il problema, più che economico o di diritti umani, è appunto religioso. “E’ una polemica da quattro soldi”, ha concluso Schroeder, una “campagna populistica che nuoce agli interessi tedeschi” e che “contraddice anche la politica del mio predecessore Kohl”.

Anche nella Spd, in verità, c’è chi preferirebbe rimandare l’adesione turca, ma, commenta la Sueddeutsche, “evita di dirlo pubblicamente”, e la stessa base socialdemocratica non è “turcoeuforica”. Il quotidiano progressista ha così sintetizzato il dibattito che si svolge in Germania, dove vivono quasi due milioni e mezzo di turchi: “Il tema Turchia ha una forza magnetica; sa attirare a sé tutte le paure, paure di ogni colore e di diversa genesi, paura dello straniero, dell’Islam, della minaccia e della distruzione dell’ordine interno europeo. Tutte le cose che si dicevano dell’allargamento ad Est può esser detto ora con più leggerezza, perché c’è un concetto che le racchiude tutte: la Turchia”.

Al termine del suo incontro berlinese, Erdogan, che ha detto di contare ora sulla Germania, ha definito “irrevocabile” la scelta europeista, condivisa dal 75% dei propri concittadini. “Noi – ha dichiarato il premier turco – vogliamo portare la democrazia del nostro paese al più alto livello”. Rispondendo a chi contesta l’appartenenza geografica e culturale europea di Ankara, il premier ha ricordato che “l’Europa non ha mai avuto confini immutabili” e che “non è un club cristiano, ma una comunità politica di valori”. Erdogan ha aggiunto che, al contrario, l’adesione turca rappresenterebbe una grande chance anche per l’Europa, per dimostrare che “uomini di diverse religioni e culture possono vivere insieme in pace ed amicizia”.

Le diffidenze in giro per il continente rimangono, nonostante il governo turco, in carica da meno di un anno, abbia già approvato quattro dei sette pacchetti di riforme richiesti dall’Europa. I rapporti con gli Stati Uniti si sono intanto fortemente raffreddati. Il primo marzo scorso il Parlamento di Ankara bocciò clamorosamente la richiesta di transito di soldati statunitensi sul suolo turco, ed ora l’amministrazione Bush chiede alla Turchia l’invio in Iraq di 10.000 uomini (anche se il ministro degli Esteri iracheno ha dichiarato di essere contrario alla presenza di truppe di paesi confinanti). Erdogan, in una intervista alla Frankfurter Allgemeine, ribadisce che il suo governo è pronto a fare la propria parte, ma solo nel caso in cui ci sia l’approvazione della comunità internazionale, “e non di pochi paesi”. La freddezza con gli Usa non ha fatto comunque venir meno l’appoggio dell’Italia, al momento il maggiore sponsor della causa di Ankara, tanto che il premier Berlusconi il mese passato è stato chiamato dal suo omologo turco a fare da testimone di nozze del figlio. E la freddezza con gli Usa potrebbe anche risultare utile per riavvicinarsi a quei due colossi mitteleuropei, Germania e Francia, che hanno espresso le maggiori riserve sul suo ingresso nella Ue. Ma se l’appoggio della prima, alla fine della visita berlinese, sembra sia stato conquistato, la Francia, si sa, è un osso duro.

In un’intervista a Le Monde del novembre 2002, Valery Giscard d’Estaing, presidente della Convenzione europea, disse che la “Turchia non è un paese europeo”, e che il suo ingresso nell’Ue avrebbe portato “alla fine dell’Unione”. Giscard si prese allora il rimprovero del Presidente dell’Europarlamento Pat Cox, nonché la secca replica di Erdogan: “è un fondamentalista cristiano”. In questi giorni, forse non a caso in coincidenza con il tour europeo di Erdogan, Le Monde ha raccontato tre storie di ordinaria crudeltà che, nel sud-est turco, hanno visto la morte atroce di tre donne, uccise dai propri parenti o mariti per aver “tradito l’onore” della famiglia o della tribù. Il quotidiano parigino ha citato l’associazione Women for Women's Rights, secondo cui il “61,2 % dei matrimoni sono combinati”. Amnesty International però, i cui rappresentanti sono riusciti proprio in questi giorni berlinesi a incontrare il premier turco, ammette i progressi di Ankara nel campo dei diritti umani, sebbene aggiunga che c’è ancora molto da fare. Lo ha ammesso lo stesso Erdogan, che sul tema delle torture ha promesso “tolleranza zero”.

Ha scritto la Sueddeutsche: “La richiesta di ammissione della Turchia è per l’Unione europea una sfida enorme – chance e rischio. Si può dibattere certo a lungo, se e come la Turchia appartenga all’Europa. Si può leggere e scrivere un’intera biblioteca. Ma non è una questione di sapere, quanto di volere. L’Europa è più di ciò che era, dunque più della somma delle vecchie battaglie e dei vecchi pregiudizi. L’Europa è ciò che gli Europei vorranno farne”.

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