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234 - 23.08.03


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Dalla Francia lo spettro della deflazione


Tra cronache di incendi, echi del sanguinoso dopoguerra iracheno, supplementi estivi di racconti e viaggi, i giornali francesi sembrano essersi dimenticati dei lavori della Convenzione e della neonata Costituzione europea. L’Europa continua però a comparire, qua e là, sotto forma di interrogativi e inquietudini legate temi economici e della crescita.  

La crescita dell’euro, che per mesi e mesi ha arrancato dietro al dollaro, ora spaventa per le conseguenze negative che porta con sé in relazione alla competizione delle imprese, a causa del fenomeno della deflazione. In seguito alla pubblicazione dei risultati semestrali di alcuni dei principali gruppi francesi, “Le Monde” parla di risultati “en demi-teinte”, grigi, per le aziende francesi, in generale calo, con qualche eccezione (tra cui France Telecom) a causa, appunto, del rialzo dell’euro, ma non solo. Guerra in Iraq, Sars, alti tassi di disoccupazione: argomenti dalle nostre parti troppo spesso utilizzati per spiegare tutti i mali dell’Italia e che tuttavia - come mette in luce la stessa stampa francese - hanno inciso e incidono pesantemente sull’intera economia europea.
 
Quello che  più in generale appare, sotto gli occhi delle lenti francesi, è un continente in declino, fermo nell’economia, e comunque in ritardo rispetto agli Stati Uniti, che pure non vivono una congiuntura semplice. Questi ultimi possono tuttavia contare  sull’abbassamento del dollaro e su una politica economica che l’economista Alain Cotta definisce su “Le Figaro” del 29 luglio, dinamica e keynesiana, a fronte di una politica europea stagnante e conservatrice: un’Europa, prosegue Cotta, fatta di “rentier”, di individui passivi e sempre più anziani e che continuano tuttavia a determinare le scelte politiche (l’articolo comparso su Le Figaro  fa parte di una serie di articoli relativi al tema “Quelle croissance per l’Europe?”. Segno che, appunto, quello della crescita europea è un interrogativo ricorrente, e con poche risposte chiare).

Una tempesta in un bicchier d’acqua
 
Il tema dell’economia ha interessato la stampa francese anche a proposito della polemica creatasi sul caso del rapporto Sapir, redatto sotto la guida dell’economista André Sapir, consulente di Romano Prodi. Dopo l’uscita del rapporto, Prodi  ha dovuto esplicitamente dichiarare di non avere una posizione esplicita sulle sue conclusioni (il testo per la stampa non riportava infatti il logo della Commissione), vivacemente contestate da alcuni commissari, tra cui Michel Barnier. Il rapporto formula, come spiegano Thomas Ferenczi et Philippe Ricard in un articolo su “Le Monde” del 19 luglio, alcune raccomandazioni per rilanciare la crescita in Europa, e avanza alcune critiche alla ripartizione del budget della Commissione Europea, non esitando a definire le politiche agricole e regionali dell’Unione "un vestige historique".

A questo proposito, il rapporto Sapir consiglia di ridistribuire le risorse in favore non tanto e non solo delle regioni più povere all’interno dei singoli paesi, ma soprattutto dei paesi più economicamente arretrati: nuovi membri, così come Spagna, Grecia, Portogallo. Inoltre, secondo Sapir, la politica agricola europea va rimessa in discussione, più in generale, perché impegna la metà delle spese a favore di un settore definito “in declino”.

Su “Le Monde” del 29 luglio Charles Wyplosz, professore di economia internazionale e direttore del centro internazionale di studi bancari e finanziari dell’Istituto superiore di studi internazionali di Genova, si stupisce dell’alzata di scudi di alcuni commissari contro il rapporto, e parla a proposito di una vera e propria tempesta in un bicchier d’acqua. A suo avviso, il rapporto non ha fatto altro che guardare in faccia la verità, riconoscendo che i fondi della commissione sono mal distribuiti e auspicando la liberazione di risorse per dinamizzare un’Europa che si trascina con un tasso di crescita inferiore a quello che servirebbe per far calare la disoccupazione.

Proprio questo, nota Wyplosz, era tra l’altro l’obiettivo del Consiglio di Lisbona. Se si vuole rilanciare la crescita, non si può dunque continuare a riservare l’ottanta per cento delle risorse alle politiche regionali e alla politica agricola comune, che, oltre a non raggiungere i propri obiettivi, continua a penalizzare i paesi poveri; bisognerà invece continua Wyplosz, fare qualche piccola rinuncia, sacrificando anche qualche “vacca sacra”.

Ad ogni modo, nell’entourage di Prodi si sottolinea che “i commissari prenderanno gli elementi che giudicheranno utili, rigettando gli altri”, e che l’obiettivo del presidente della Commissione era semplicemente quello di provocare un dibattito. Al di là della querelle, tuttavia, il rapporto Sapir è uno dei tanti studi che esprimono la preoccupazione per un’Europa ferma, ancora in attesa di una forte politica comune che possa finalmente farne una regione mondiale strategica, sia dal punto di vista economico che geopolitico. 

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