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295 - 10.03.06


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Amato: “Il dialogo, antidoto
per scontri e pregiudizi”




Il dialogo come arma contro il radicalizzarsi dei contrasti e delle caricature delle immagini degli Altri, di un islam tutto violento e fondamentalista da una parte e di un Occidente tutto blasfemo e nichilista dall'altra. L'incontro organizzato al Cairo era il primo atto della neonata Associazione Reset-Dialogues on Civilizations, promossa dalla rivista italiana diretta da Giancarlo Bosetti insieme agli imprenditori Georg Heinrich Thyssen-Bornemisza, Francesco Micheli, Piergaetano Marchetti, ed ha riunito per tre giorni nella capitale egiziana filosofi, storici, politologi, uomini politici. Gli interventi di egiziani, iraniani, siriani, di intellettuali americani e di politici, europei come Otto Schily e Giuliano Amato hanno aggredito l'idea che a fronteggiarsi siano dei blocchi compatti dietro le insegne dell'Islam, del Cristianesimo, dell'Occidente e dell'Oriente.


“Noi non siamo un blocco, voi non siete un blocco”. Occidente e Oriente coltivano un’immagine deformata l’uno dell’altro e agli uomini di buona volontà spetta il compito di smontarla, per evitare che la semplificazione faccia il gioco dei rispettivi fondamentalismi. Giuliano Amato lo ha affermato al Cairo, al convegno internazionale “Beyond Orientalism and Occidentalism”, organizzato dall’Associazione Reset-Dialogues on Civilizations, e lo ha ribadito in un’intervista a Guido Rampoldi su la Repubblica del 9 marzo.
L’invito di Amato è ad aprire, con urgenza, il dialogo. La vignetta di un quotidiano danese – ha ricordato il vicepresidente della Convenzione europea – non può rappresentare la posizione di un intero continente, così come le violenze successive non rappresentano l’intero mondo musulmano: “Abbandoniamo i vecchi stereotipi – ha rilanciato – Una volta usciti dalle semplificazioni non sarebbe difficile convergere verso valori etici comuni”.
È questa la via per allontanare lo scontro tra civiltà, perché l’esperienza del Cairo ha dimostrato appunto che filosofi e giuristi liberali, musulmani o no, possono sentirsi in fondo un Noi: “Dobbiamo, gli uni e gli altri, prendere coscienza dei nostri difetti. Nel loro caso, un vittimismo che finisce per legittimare il terrorismo. Nel nostro, una visione della vita e della società nella quale la macchina dell’economia e l’uso delle libertà troppo spesso appaiono del tutto slegate dall’etica”.
Amato non chiede affatto “meno religione” nello spazio pubblico. Ne loda il ruolo sociale, e chiede solo di spostare il dialogo dal piano teologico a quello etico: “Non si tratta di convincere i musulmani ma di trovare valori comuni alle nostre fedi. E a chi non crede, aggiungo”.
Perché il dialogo sia più spedito, però, l’Occidente deve smettere di considerare la visione liberale della politica e della società strettamente connessa e avvinta alla propria identità, come se fosse una caratteristica etnologica ed esclusiva di una parte del mondo, in special modo se tale identità viene fatta coincidere col Cristianesimo e, viceversa, il Cristianesimo è ridotto al mondo Occidentale; allo stesso tempo il mondo islamico dovrebbe smettere di vedere intenzioni colonialiste in tutte le iniziative dell’Occidente.
“La battaglia non è persa – conclude Giuliano Amato – Credo sia arrivato il momento di chiamare tutti alle proprie responsabilità. Le religioni, che devono rifiutare le contrapposizioni identitarie. La politica, che non solo negli Stati Uniti ma ora anche in Italia, usa lo ‘scontro tra civiltà’ per rafforzarsi nello scontro interno. E i media: consolidare e amplificare gli stereotipi non è senza conseguenze”.

 

 

 

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