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323 - 21.06.07


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Ogm, si sperimenta la
discussione informata
Giuseppe Pellegrini


Quello che segue è un intervento tratto “I quaderni dell’Irer. Innovazione tecno-scientifica, innovazione della democrazia” (Guerini e Associati) realizzato dall’Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia e dalla Fondazione Giannino Bassetti.
L’autore è Docente di Metodologia e tecniche della ricerca sociale,
Università di Padova.

Il Progetto Partecipazione Pubblica e Governance dell’Innovazione (PPGI) è una sperimentazione istituzionale – promossa da Regione Lombardia, IReR, Fondazione Bassetti e Observa-Science in Society – riguardante due procedure partecipative sul tema degli ogm. Quella degli ogm è infatti una questione da un lato molto vicina alla sensibilità dei cittadini, dall’altro tale da poter essere affrontata da una serie di “attori sociali” (biotecnologi, imprenditori, associazioni di agricoltori, associazioni di consumatori, ecc.), nonché frequentemente toccata dall’agenda mediatica.

Nello specifico ci siamo occupati della questione degli esperimenti sugli ogm effettuati in campo aperto (che in Italia si possono fare, seppur con dei limiti): abbiamo cercato cioè di isolare un particolare aspetto della questione ogm e di indagarlo a livello locale. Tuttavia non si è trattato soltanto di una sperimentazione di modelli procedurali, ma di un vero e proprio progetto di ricerca, di una serie di studi e di riflessioni sul tema delle biotecnologie in campo agroalimentare.

Nel presentare l’esperienza della ricerca illustrerò innanzitutto la procedura adottatai risultati, che è molto simile alla cosiddetta consensus conference; avanzerò poi alcune conclusioni sui risultati che abbiamo ottenuto; infine vorrei fare proporre alcune valutazioni che riguardano l’efficacia di determinate procedure di partecipazione. Sottolineo l’espressione “valutare” perché molto spesso, anche nella letteratura internazionale, le esperienze che vengono presentate non brillano quanto a elementi valutativi. Nel nostro progetto, invece, abbiamo cercato di integrare alcuni strumenti di valutazione, per far emergere non solo i risultati positivi, ma anche tutte le criticità legate a questo tipo di esperienze.

Due modi diversi per
informarsi e discutere

La nostra ricerca, sostanzialmente, è stata strutturata in questo modo: da un lato uno studio approfondito della letteratura esistente, dall’altro una serie di incontri con i cittadini lombardi, di cui parlerò in seguito in maniera più diffusa. Abbiamo poi condotto anche un intenso lavoro di analisi dei media, in particolare dei principali quotidiani nazionali, per tenere conto del cosiddetto “livello di copertura” nel periodo in cui si è svolta la sperimentazione (e cioè nel primo semestre del 2004) e per capire così il tipo di impatto che certi “allarmi mediatici” potevano causare.

I gruppi di discussione che abbiamo organizzato sono stati riuniti in due giornate di lavoro, con due diversi panel di 14 cittadini lombardi ciascuno: persone selezionate ed articolate secondo delle variabili di stratificazione (età, genere, titolo di studio e area territoriale) in modo tale da risultare rappresentative, ovverosia da fornire un piccolo spaccato del territorio lombardo - anche se questo tipo di iniziative non ha una pretesa di rappresentatività statistica.

A questi due incontri, condotti da un “facilitatore”, sono intervenuti anche esperti e “portatori di interessi”: scienziati di pareri diversi – scienziati più critici e scienziati più favorevoli – in modo da presentare l’intero spettro delle opinioni, ambientalisti, associazioni di consumatori e rappresentanti degli agricoltori. Avevamo invitato anche dei giornalisti, che però, purtroppo, non si sono presentati.

Gli incontri sono stati articolati in tre fasi principali. Innanzitutto un dibattito durante il quale i cittadini si sono trovati a discutere sull’argomento senza alcuna preparazione preliminare, se non quella che ciascuno aveva per conto proprio. Questo in modo diverso da altre esperienze in cui vengono forniti anticipatamente dei dossier. La domanda rivolta loro era molto semplice e diretta: “siete favorevoli a sperimentazioni di ogm in campo aperto nel territorio lombardo?”.

Una seconda fase prevedeva invece un confronto con soggetti esperti (scienziati e stakeholders). Infine gli incontri si sono conclusi con la redazione di un documento di sintesi, una sorta di atto deliberativo in cui venivano rappresentati i diversi punti di vista emersi, argomentati e articolati nel corso delle discussioni. Non si trattava necessariamente di un documento unitario; le persone, infatti, non dovevano per forza arrivare ad un consenso unanime.

Gli incontri sono stati condotti però secondo due diversi tipi di procedura, per cercare di mettere a confronto due differenti metodi di partecipazione e poter così valutare l'efficacia delle procedure, le potenzialità e le criticità.
La prima procedura si svolgeva con una prima fase di discussione di un gruppo di soli cittadini, che dovevano articolare le proprie posizioni per poi scegliere, entro una rosa di esperti, chi convocare per il confronto, da effettuare in una seconda fase.
La seconda procedura prevedeva, invece, una prima fase con un incontro (a “domanda e risposta”) tra i cittadini e gli esperti, che dava spazio a questi ultimi di esporre preventivamente le proprie ragioni, e proseguiva con un’assemblea di cittadini dove ciascuno poteva presentare e proporre la propria posizione.

È chiaro che nella prima tipologia di procedura la definizione del problema è lasciata ai cittadini, i quali hanno più tempo per strutturare la propria opinione e per rafforzarsi nei propri convincimenti. Nella seconda tipologia, invece, l’influenza degli esperti è molto più forte, perché si esercita fin da subito; di conseguenza, per i cittadini, la possibilità di mettere in discussione le proprie idee di partenza è nettamente più alta. Uno dei nostri scopi, infatti, era proprio quello di capire se – e in che misura – in questo tipo di dibattiti sia possibile modificare le proprie posizioni, e attraverso quali meccanismi. Si tratta di un problema molto studiato, ad esempio dai sondaggi informati di Fishkin e da altre metodiche.

Orbene, nella procedura B, quella in cui gli esperti hanno avuto una maggiore possibilità di incidere sulle modalità con cui i cittadini strutturavano l’argomento, meno persone sono rimaste sulle loro posizioni. È chiaro che non si è trattato di un ribaltamento o di uno stravolgimento completo dei propri punti di vista iniziali: quello che è emerso, però, è che i partecipanti erano maggiormente disposti a modificare la propria opinione, moderandola o radicalizzandola (ad esempio accettando la sperimentazione, pur rimanendo complessivamente contrari all’utilizzo degli ogm). Bisogna ammettere tuttavia che alcune convinzioni, soprattutto quelle legate a sistemi “centrali” di valori e di credenze, si sono dimostrate molto stabili, molto radicate, e quindi difficilmente modificabili o “negoziabili” nel corso di queste discussioni.

E’ stato poi condotto un follow-up a distanza di tre mesi: le persone convocate ai panel sono state ricontattate telefonicamente per una valutazione dell’esperienza, e in particolare per vedere se i cambiamenti che avevamo osservato si erano stabilizzati. E si è visto che coloro che avevano avuto un più ampio contatto con gli esperti ed una più elevata possibilità di discutere con loro (secondo tipo di procedura) mantenevano una maggior predisposizione al cambiamento – o per lo meno alla modifica – della propria posizione.

In generale, comunque, i cittadini coinvolti (ed anche gli esperti) hanno fornito un parere positivo in merito a questi incontri; molti hanno apprezzato il fatto che la discussione si sia svolta con un certo ordine, permettendo di arrivare a definire i termini delle questioni trattate.

Verso un’opinione pubblica
p iù approfondita e consapevole

Veniamo approfondita adesso ai risultati. Innanzitutto abbiamo riscontrato un’articolazione della tematica maggiore rispetto alla norma. E’ stato molto interessante vedere analizzate, durante gli incontri, tutta una serie di dimensioni tematiche che solitamente, nel dibattito pubblico e sui media, non vengono considerate: aspetti di natura economica, aspetti di natura sociale, ed anche aspetti riguardanti la libertà e la competitività della ricerca.

Un altro fatto importante, emerso in maniera piuttosto chiara nelle discussioni, è l’apertura dei cittadini a varie soluzioni di policy: la distinzione e al tempo stesso la connessione tra elementi politici, elementi economici ed elementi squisitamente scientifici e tecnologici, hanno fatto sì che i soggetti interpellati non si siano indirizzati esclusivamente verso soluzioni unilaterali, ma abbiano segnalato invece l’opportunità di una risposta “multistrutturata”.

Un’ultima considerazione. Molto spesso si sente dire che gli italiani sono contro le sperimentazioni, contro la ricerca, contro l’innovazione. Ciò che è risultato chiaro, invece, sia dal primo che dal secondo panel, è il fatto che la ricerca è ritenuta da tutti molto importante, come importante è considerato il ruolo delle istituzioni, soprattutto di quelle locali. I cittadini pensano infatti che siano gli organismi locali a dover prendere decisioni in merito a queste questioni, mentre al giorno d’oggi in Italia esse sono di competenza del Ministero dell’Ambiente, non trattandosi di una materia “concorrente”.

Infine, qualche accenno a proposito delle criticità emerse. I soggetti coinvolti hanno mostrato un certo scetticismo ed una certa disillusione - peraltro riscontrata nella valutazione di varie esperienze, anche internazionali - in merito all’effettiva forza dei documenti di sintesi elaborati al termine degli incontri. Il timore dei cittadini è che tali documenti, nonostante siano ricchi di raccomandazioni, non abbiano in realtà una grande capacità di incidere sui processi decisionali in maniera realmente vincolante. Qualcuno ha anche lamentato come incontri di una sola giornata non siano sufficienti, perché, quando si devono affrontare temi come questi, è necessario informarsi, leggere, argomentare, confrontarsi, discutere, e tutto ciò richiede tempo (in effetti, le consensus conferences realizzate a livello internazionale occupano di solito un paio di giorni, a distanza di quindici giorni l’uno dall’altro).


Una via partecipata alle decisioni

Vorrei adesso avanzare alcune considerazioni sul tema delle procedure partecipative. La procedura da noi utilizzata è partita dalla definizione della questione centrale, è passata alla discussione delle problematiche ad esso connesse, ed è giunta alla stesura di un documento deliberativo finale, il quale esprime la posizione dei cittadini anche in merito al “come” si debba procedere relativamente alla fase decisionale: chi deve decidere, in che modo, su che base, ecc.

Questo è un punto molto importante: i meccanismi partecipativi non sono – né devono pretendere di essere – una panacea; tuttavia essi permettono sicuramente di migliorare i processi decisionali, quantomeno dal punto di vista procedurale. Questi metodi offrono infatti ai cittadini molti elementi informativi, permettono loro di affrontare una questione, di discuterla e di riconsegnarla poi alle istituzioni in una veste più articolata, non semplicemente polarizzata entro una visione dicotomica (sì/no), che spesso è proprio ciò che ostacola i processi decisionali. Quello che è emerso, quindi, anche secondo il parere dei cittadini, è che le procedure di deliberazione pubblica non sono certo risolutive, ma possono essere molto utili come “accompagnamento” dei normali processi di decision-making.

A tale proposito vorrei ricordare brevemente un caso di qualche anno fa. Nel 2000 è stato condotto in Svizzera un Publiforum sugli ogm, a seguito del quale i cittadini si sono dichiarati favorevoli alla ricerca, ma hanno richiesto una moratoria di cinque anni per quanto riguardava la commercializzazione dei prodotti. Il Parlamento ha approvato una legge sugli ogm che non prevedeva tale moratoria, ma la legge è stata abrogata grazie ad un referendum popolare che ha raccolto l’80% dei consensi degli Svizzeri. In quella occasione, dunque, l’utilizzo di metodi partecipativi ha reso la popolazione più consapevole, portandola ad azioni di cosiddetta “democrazia diretta” che sono state in grado di incidere in maniera significativa sui processi decisionali.

Attualmente una delle questioni emergenti è indubbiamente quella delle nanotecnologie: se non sarà considerata adeguatamente, se non ne discuteremo in modo aperto ed efficace, c’è il pericolo che fra cinque, dieci anni, ci troveremo di nuovo nella stessa situazione in cui siamo oggi a proposito degli ogm.

 

 

 

 

 

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