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314 - 02.02.07


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Funziona perché le
persone vogliono contare

Renato Mannheimer
con Alessandra Spila



Tratto dall’ultimo numero di Reset (n.99 gennaio-febbraio 2007), in edicola e in libreria.


Perché in Italia il primo sondaggio informato e partecipato si è avuto così “in ritardo “ rispetto al resto del mondo? Perché per realizzarlo è stata necessaria la caparbietà fuori dall’ordinario di quanti l’hanno promosso? E perché, nonostante tutto, i cittadini che vi hanno preso parte sono rimasti così entusiasti? Renato Mannheimer, esperto di sondaggi “tradizionali”, che ha curato l’organizzazione scientifica del primo vero Deliberative Poll italiano secondo il modello ideato da James Fishkin, non ha dubbi sulle ragioni dell’ostilità incontrata e neanche su quelle della soddisfazione del campione selezionato. Vediamo perché.

Tra gli elementi più vistosi dei risultati del primo sondaggio informato in Italia, spicca la positività del giudizio sull’evento. L’82% del campione dichiara di essere pronto a rifare un’esperienza simile. Come valuta questa risposta?

È una risposta significativa, comune alle esperienze già fatte in tutto il mondo, non solo in quello occidentale. Il Deliberative Poll rappresenta uno strumento prezioso proprio perché colma una sorta di “vuoto” di democrazia, emerso in questi anni nella tradizionale democrazia rappresentativa. In altre parole, i cittadini non si accontentano più di scegliere i loro rappresentanti di elezione in elezione. Piuttosto vorrebbero dire la loro e di fatto sono chiamati, con i sondaggi tradizionali, a rispondere su temi specifici. Ma bisogna considerare due aspetti. Prima di tutto, i temi specifici sui quali devono rispondere: non sempre corrispondono alle tradizionali divisioni tra destra e sinistra. In secondo luogo, i sondaggi tradizionali, assai efficaci per rilevare l’opinione pubblica, raccolgono di solito un parere disinformato. Che cosa sappiamo delle questioni pro e contro la Tav, il cuneo fiscale o la politica sanitaria della Regione Lazio? Non abbiamo, insomma, conoscenze specifiche tali da esprimere un giudizio approfondito, ma soltanto superficiale. Al contrario, se si permette di approfondire, come col sondaggio informato, i cittadini sono soddisfatti e scelgono con più consapevolezza. Il motivo della loro soddisfazione, dunque, è duplice: per la partecipazione e per l’informazione. Aggiungerei anche un’altra ragione: la possibilità di discutere al di là delle classiche divisioni destra/sinistra.

Tra gli aspetti più apprezzati c’è la figura del moderatore che ha gestito le discussioni e la sessione deliberativa. Perché?

In realtà non è stato il moderatore in quanto tale ad essere plaudito. È stata apprezzata, ripeto, la possibilità di discutere in maniera più informata e senza divisioni tra destra e sinistra. Finalmente si è discusso su contenuti e non su posizioni politiche preconcette, inevitabili in assenza dei contenuti. Se si chiede a una persona, senza che questa sia adeguatamente informata, se è d’accordo o meno sulla Finanziaria, non potrà che rispondere in base alla sua posizione politica: d’accordo se di centrosinistra, in disaccordo se di centrodestra. Purtroppo esiste un difetto d’informazione e nel dire ciò è implicito un atto d’accusa contro i mass media che informano sulla notizia e non sul contenuto retrostante. Ecco spiegato, in breve, l’entusiasmo per moderatore e sessioni deliberative.

Oltre a ragioni simili, esistono anche ragioni scientifiche che giustificano l’enorme lavoro organizzativo del sondaggio informato rispetto a quello tradizionale?

In effetti, la fatica organizzativa del sondaggio informato è enorme. Ma ne vale la pena, dal punto di vista scientifico e da quello sociale. Anche il sondaggio tradizionale è nato per ragioni “sociali”, per colmare vuoti di partecipazione. Ormai però lo fa in modo spesso improprio. Vale a dire che, rispetto a tematiche complesse come per esempio il cuneo fiscale, i cittadini non possono che rivelarsi scarsamente informati, incapaci di un giudizio vero e proprio. Dal punto di vista scientifico la situazione è forse simile. L’opinione, come mostrano i risultati, cambia dopo che gli intervistati hanno ricevuto un’adeguata informazione. Sebbene possa sembrare una banalità, non lo è affatto. Ciò mette in evidenza, quindi, la fallacia o l’incompletezza dei sondaggi tradizionali – di cui io, come si sa, sono un grande fautore – e pure la necessità di operare sull’informazione. Nel porre le domande nei sondaggi tradizionali, insomma, non si tiene conto abbastanza del livello di informazione di chi risponde. I risultati del sondaggio informato mostrano infine che le variazioni d’opinione tra prima e dopo non sono tutte in un senso. Una volta informate, le persone non reagiscono orientandosi nella stessa unica direzione. Si hanno tanti movimenti, anche di direzione opposta l’uno all’altro.

In Italia il sondaggio informato è arrivato dopo dieci anni dal primo esperimento e dopo aver fatto il giro del mondo, dall’Australia alla Grecia. Quali sono i motivi di questo “ritardo “?

È bene ricordare che alcuni tentativi simili al sondaggio informato (ci sono molti seguaci e copie del modello di Fishkin), sono stati effettuati a Torino e Bologna pochi mesi fa. Ma in effetti in Italia c’è, più che altrove, prevenzione e scetticismo verso i sondaggi e più in generale verso le applicazioni scientifiche della statistica e della sociologia. Ricordiamoci che sia Croce che Gramsci attaccavano queste scienze perché prodotto di una cultura americana, o perché “inferma scienza”, come Croce definiva la sociologia. In Italia prevalgono altri strumenti dell’analisi dell’opinione pubblica che sono, ahimè, imperfetti e legati piuttosto alla riflessione di questo o di quell’altro pensatore. Questo clima ha forse portato un’ostilità anche verso il sondaggio informato, poiché sostituisce o integra i canali tradizionali della formazione dell’opinione politica. Occorre riconoscere perciò che la Regione Lazio ha avuto un gran coraggio a far entrare un elemento d’integrazione della tradizionale formazione della rappresentanza politica proprio nel luogo della rappresentanza politica. L’esperienza specifica è di grande interesse perché nonostante il coraggio e l’entusiasmo dell’assessore Nieri e degli altri promotori, si sono incontrate enormi difficoltà sul piano burocratico, come sempre nelle istituzione pubbliche italiane. E invece proprio grazie alla caparbietà dei promotori, il primo sondaggio informato italiano è stato portato a termine in un solo mese. Si tenga presente che in genere si impiegano sei mesi.

Dopo un’esperienza simile che cosa pensa del futuro del sondaggio informato in Italia?

Non saprei proprio che cosa dire del futuro dei sondaggi informati in Italia. Credo però che ci saranno altri esperimenti. L’ideale sarebbe riuscire a farne uno a livello nazionale, ma questo comporta difficoltà enormi.

Un’ultima domanda, questa volta sul campione selezionato. È stato chiamato a valutare il lavoro della giunta Marrazzo e lo ha fatto positivamente. Ma come si può esser certi che il campione sia davvero rappresentativo dal punto di vista politico?

Il campione così come viene estratto è rappresentativo, al pari di tutti i campioni estratti con rigore. C’è una piccola prima imperfezione quando dall’estrazione del campione si passa alla richiesta di partecipare. Infatti chi ha poi accettato di partecipare, come mostrano i dati, è vicino alla distribuzione reale degli orientamenti di voto della Regione Lazio. Non tutti quelli che hanno accettato di partecipare hanno partecipato. E qui c’è una piccola differenza: hanno partecipato in misura lievemente maggiore, del 9%, i più orientati o simpatizzanti del centrosinistra. Si sono mostrati comprensibilmente più partecipi. Noi abbiamo condotto allora un ricalcolo dei risultati riponderando i dati, facendo cioè pesare meno quelli del centrosinistra. Un’operazione che si fa sempre, e che non ha cambiato la natura dei risultati: anche i simpatizzanti del centrodestra hanno spostato la loro opinione. Non è a favore o meno alla giunta, ma piuttosto sui singoli argomenti di cui sono stati informati. Quindi si può dire con certezza che la rappresentatività del campione estratto e di quello che ha partecipato è straordinariamente buona.

 

 

 

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