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314 - 02.02.07


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Anche per la Rai ultimo treno

Giancarlo Bosetti



Tratto dall’ultimo numero di Reset (n.99 gennaio-febbraio 2007), in edicola e in libreria.

Considerate questo articolo una lettera aperta ai responsabili della Rai. Le proposte che contiene rappresentano un ultimo treno, un’estrema chance per produrre almeno una piccola novità che inverta una tendenza di lungo periodo e riavvicini il servizio pubblico radiotelevisivo alla sua missione istituzionale, quella per cui in Italia si paga il canone, la stessa per cui in Gran Bretagna i costi della Bbc sono sostenuti dallo Stato.

La missione pubblica
Che cosa sia questa missione si può sintetizzare così: un servizio reso ai cittadini, all’opinione pubblica nel “garantire – cito dal contratto di servizio tra il ministero del Tesoro e la Rai – la libertà, il pluralismo, l'obiettività, la completezza, l'imparzialità e la correttezza dell'informazione” e poi ancora “favorire la crescita civile ed il progresso sociale; promuovere la cultura, l’istruzione… riservando, in tutte le fasce orarie anche di maggiore ascolto, un adeguato e proporzionato numero di ore di trasmissione all'informazione, educazione, formazione, promozione culturale”.
La Rai si è allontanata da questa missione per due ragioni fondamentali: la prima è la dipendenza dai partiti, che controllano attività e nomine e che perseguono finalità diverse da quelle descritte nel contratto; la seconda è quella che comunemente viene chiamata “competizione” con la televisione commerciale e che meglio sarebbe definire “concorso duale al monopolio”. Il risultato è un disservizio palese come il Tg1 sotto la direzione di Clemente Mimun, la cui natura propagandistica, partitica, distorsiva, asservita era di tragica evidenza. Pubblicherò personalmente alcune trascrizioni di edizioni di prima serata. Non si pensi che un cambio di direttore (da Mimun a Gianni Riotta), per quanto benvenuto e decisamente migliorativo, sia sufficiente a liquidare il problema. Tanto più che esso non è il risultato di una riflessione critica, ma la conseguenza di un risultato elettorale!

La cultura della discussione
La proposta che avanzo come “estrema chance” nella gravissima situazione italiana è quella di introdurre vari elementi della “democrazia deliberativa” che chiamerò per comodità “democrazia della discussione” traducendo il termine delle scienze politiche che usano la parola inglese to deliberate che significa “discutere attentamente i pro e i contro di una questione prima di decidere”. Diciamo subito che non si tratta di discutere di più ma di discutere meglio, adottando un metodo critico verso il modo in cui spesso si forma la opinione e si prendono le decisioni, senza i necessari approfondimenti, adottando punti di vista per le ragioni più varie, spesso indipendenti dal merito e legate a impressioni superficiali. La “democrazia della discussione” è poco conosciuta in Italia (anche dai dirigenti politici) al di fuori ovviamente degli addetti ai lavori non pretende di portare la competenza dei cittadini fino a un’utopistica, e assurda, perfezione, ma invita semplicemente a migliorare un po’ le cose: più informazioni, più attenzione dei professionisti dell’informazione al contenuto delle decisioni, maggiore fiducia nella intelligenza degli elettori, clima più trasparente nei rapporti tra cittadini e politici. Di questa cultura ha bisogno certamente la Rai. Un ente pubblico che ha legittimato per anni un’informazione asservita ai bisogni dei partiti e dei loro leader, al dettaglio, e al tempo stesso, le trasmissioni più banali e commerciali deve aprire una stagione di riflessioni sulla propria natura, credibilità, funzione. Come si giustifica e che cosa insegna ai suoi aspiranti professionisti, e nelle sue scuole, una Rai che affida la nomina delle direzioni dei Tg ai partiti?

La “cultura della discussione” ha decisamente molto da offrire: come addestrare alla neutralità generazioni di professionisti abituati a servire i partiti? Come distaccarsi da una tradizione che legittima il mandato politico fino ad insediare un consiglio di amministrazione interamente etichettato dai partiti?

I nuovi sondaggi e nuove trasmissioni
Dalla riflessione di questi anni della “cultura della discussione” vengono alcune proposte specifiche.

1) Introdurre la sperimentazione dei “sondaggi deliberativi” (che per le stesse ragioni di cui sopra chiameremo “sondaggi informati”). Si tratta dei sondaggi sui quali Reset ha condotto una campagna in questi anni (sulle sue pagine cartacee e su quelle telematiche di Caffè Europa): un campione di gente comune viene riunito per un evento di tipo congressuale la cui diffusione in tv e radio, e sui giornali, diventa occasione per riflettere sul merito dei problemi, per verificare in concreto e in modo spettacolare come, avendo più informazioni e discutendo seriamente con esperti e con altri di diverso parere, le opinioni possano cambiare e di molto. I sondaggi informati, sull’esempio del primo che si è condotto in Italia il 3 dicembre 2006 per iniziativa della Regione Lazio, possono diventare una produzione tipica della Rai in occasione delle campagne elettorali, amministrative, politiche ed europee. È bene applicare la formula standard dei sondaggi deliberativi ideata da James Fishkin, con lo Stanford Center for Deliberative Democracy, perché è al momento l’unica davvero collaudata e affidabile, in attesa che maturi una nuova generazione di queste tecniche spettacolari di consultazione.

2) Introdurre una trasmissione sull’opinione pubblica, sul modo in cui si forma e sui vari modi in cui la si inganna o la si condiziona. La propaganda politica e i suoi effetti, la costruzione della agenda pubblica di un paese, il modo in cui i politici mostrano o nascondono le loro intenzioni in Italia e all’estero, il funzionamento e il disfunzionamento di sondaggi tradizionali, exit poll, il lavoro dei consulenti e del marketing politico, tutto ciò può alimentare una trasmissione televisiva che potrà apparire irrealizzabile solo a coloro che concepiscono la televisione come diretta emanazione dei poteri dei partiti.

3) I metodi di conduzione della discussione, la capacità di interessare, attrarre il pubblico senza ricorrere ai diverbi, anzi cercando di evitarli, la tenuta del filo della attenzione sui temi pertinenti allo svolgersi di una discussione bene informata, queste e tante altre utili cose si possono imparare e mettere in pratica a condizione di desiderarle. Il successo di ascolti dei due duelli televisivi tra Prodi e Berlusconi ha mostrato una prima novità che muoveva finalmente nella direzione che stiamo descrivendo, ma è giunta al termine di una campagna elettorale condotta dai tg in modo orribile, con una quasi totale assenza di argomenti pertinenti per lo più incentrata su scambi di accuse personali.

 

Via dalla cultura dello spoil-system
L’uscita della Rai dalla fase della spartizione elettorale delle spoglie non si farà, se mai si farà, senza passare da una articolata enunciazione di una diversa cultura politica, comunque la si voglia chiamare, democrazia deliberativa, con James Fishkin, Bruce Ackerman, Amartya Sen, John Ralws, o democrazia della discussione, government by discussion, se vogliamo seguire la formula cara a John Stuart Mill e William Bagehot. La buona informazione, pluralistica, indipendente, ricca, competente, interessante, ben sintetizzata, aperta alle critiche non nasce dalla mediazione tra le risse di partito, ma ha delle sue proprie basi, fiorisce sulla professionalità di giornalisti e operatori della tv che amino la propria indipendenza e il proprio giudizio critico. Perché una nuova storia cominci occorre che chi ha la responsabilità della Rai, presidente, direttore, generale, consiglieri, muova qualche difficile primo passo. C’è molto scetticismo circa il fatto che tanti figli di partito riescano a produrre qualcosa di “deliberativo” e a contraddire il proprio atto di nascita (o di nomina) nel posto che occupano. Sta a loro smentire. Noi questo articolo-lettera aperta glielo faremo arrivare sulla scrivania.

 

 

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