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305 - 14.09.06


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Scienziati, via la corona,
si entra nell’arena pubblica

Elisabetta Ambrosi



“Le nostre istituzioni sono adeguate per affrontare le sfide poste dalla ricerca scientifica e dall’innovazione tecnologica? I cittadini sono sufficientemente equipaggiati per poterne discutere? Quali scenari ci attendono per il futuro? […] Come possiamo conciliare la sempre più frequente necessità di prendere decisioni su temi a elevata complessità tecnicoscientifica senza sacrificare le esigenza della partecipazione democratica?”. A queste complesse questioni il sociologo della scienza Massimiano Bucchi risponde in un prezioso saggio, Scegliere il mondo che vogliamo. Cittadini, politica, tecnoscienza. E lo fa incentrando il volume sulla critica ad una perniciosa visione della scienza e dei rapporti tra gli esperti e la società, visione che definisce “tecnocratica”.

In cosa consiste l’impostazione tecnocratica (che secondo l’autore è non unicamente prerogativa degli scienziati, perché seduce anche politici e cittadini in quanto facile soluzione a problemi complessi)? Ebbene, secondo tale approccio, i cittadini verserebbero in un grave deficit di informazione scientifica, deficit che ha origine nei pregiudizi crociani, cattolici e marxiani verso la scienza. L’unico modo di far fronte a tale lacuna consisterebbe nel delegare le decisioni su temi “caldi” agli esperti, e contemporaneamente attivare iniziative che colmino il divario tra scienziati e cittadini.

Questa visione è tuttavia, secondo l’autore, illusoria e al tempo stesso pericolosa. Essa è infatti caratterizzata sia da un profondo paternalismo, insito nell’idea secondo cui occorre sintonizzare i cittadini sui giudizi di valore degli esperti, sia dalla convinzione che quanto più si comunica la scienza tanto più si alza il livello di consapevolezza, in una sorta di modello pavloviano stimolo-risposta “che susciterebbe orrore e preoccupazione in qualunque altro settore (politica, religione), diverso dalla scienza”. Va respinta insomma l’immagine “disciplinare” di una scienza oggettiva calata dall’alto, che si accompagna alla concezione dell’informazione non come fine o diritto civico, ma come mezzo per far cambiare idea alle persone (ma per fortuna, sottolinea l’autore, ciò non è poi così facile!). Ovviamente non è in discussione il diritto degli scienziati di portare il proprio punto di vista nell’arena pubblica, ma, appunto, essi devono accettare che esso sia “uno tra i tanti punti di vista del discorso pubblico, di una comunicazione multidirezionale e aperta, di una scena pubblica caratterizzata da conflitti”.
L’opzione tecnocratica va superata anche per una serie di altre considerazioni. Essa concepisce in maniera anacronistica i rapporti tra scienza, politica e società, ignorando come queste tre dimensioni, in particolare la prima e la terza, siano drasticamente mutate.

Dalla big science alla scienza post-accademica

Se pensiamo allo scienziato per antonomasia, ci viene subito in mente l’immagine sorridente di Einstein con la lingua di fuori; ma in realtà, il tipo di scienza associato al grande fisico ha subito una vera rivoluzione. Alla big science (in cui la fisica gioca un ruolo di primo piano) caratteristica dei paesi industrializzati tra le due guerre, fondata sulla centralità di grandi istituzioni pubbliche e sulla relazione tra la politica e un gruppo di esperti, è subentrata gradualmente una scienza caratterizzata da un generale mutamento delle fonti di finanziamento, da un acceso dibattito sulla brevettabilità dei risultati scientifici e da una prepotente ascesa delle scienze della vita. Inoltre, per questo nuovo tipo di scienza post-accademica i media diventano interlocutori centrali e il contatto con essi viene attivamente ricercato. Ancora, questo nuovo approccio mette in discussione confini antichi, “in primo luogo tra ricerca di base, ricerca applicata e la loro implementazione tecnologica”. Il laboratorio si smaterializza in una serie connessioni e reti sparse per il mondo.

Da questo punto di vista, è sempre più difficile parlare di “comunità scientifica”, tipica della big science, caratterizzata dai due pilastri del disinteresse – che ora viene messo in discussione a causa del legame con lo sfruttamento commerciale – e dell’ethos condiviso di matrice protestante, cui subentra un frastagliamento dei codici normativi e valoriali, ai quali i vari comitati di bioetica non possono costituire una risposta, non essendo altro che una variante etica della proposta tecnocratica.

Alla perdita di una morale univoca e super partes si accompagna quella di una presunta imparzialità della scienza stessa. Che i risultati della ricerca e della tecnologia siano infatti moralmente neutrali (e che ciò che li renderebbe buoni o cattivi sia l’uso che se ne fa) è un altro dei miti, resistenti, da decostruire: le questioni tecnoscientifiche assomigliano sempre più ad oggetti ibridi “in cui si compenetrano dati scientifici, interessi economici, priorità sociali, valori morali e culturali”. L’autore critica la credenza del “doppio smistamento” dei problemi – alla politica le questioni politiche, alla scienza le questioni scientifiche. Ora, infatti “i Parlamenti si riempiono di embrioni”, così come i ricercatori scendono in piazza, contribuendo così a demolire ulteriormente la loro immagine di esperti neutrali.

Una scossa per la politica

Ai drammatici mutamenti della scienza fa da controcanto un radicale cambiamento sociale, che i sociologi della globalizzazione hanno documentato con grande finezza: aumento delle incertezze, crescente invadenza di una razionalità economica, ridefinizione della dimensione spazio temporale. In questa cornice, un aspetto significativo in relazione ai mutamenti della scienza è costituito dalla nascita di nuovi movimenti sociali, che chiedono a gran voce di partecipare e che spesso contribuiscono a co-produrre scienza (si pensi alle associazioni dei malati), anche se talvolta mantengono una relazione ambivalente verso la ricerca e la tecnica – individuate a volte come il nemico da combattere (esempio paradigmatico, quello degli Ogm) a volte come risorsa per l’identità e l’azione.

Cambiamenti della scienza e metamorfosi sociali mettono in ogni caso in luce una grave inadeguatezza della tradizionali forme di rappresentanza democratica e di decisione politica. Trasformazioni economiche e scientifiche vanno invece, secondo l’autore, riportate nell’alveo stesso della democrazia. Ma in che modo?
L’autore disegna una mappa della forme di partecipazione pubblica in ambito scientifico che include sia i modelli più specificamente deliberativi di partecipazione su temi controversi sperimentati nei paesi occidentali (dal referendum, al focus group, alle consensus conferences) e promossi da specifiche organizzazioni, sia le forme di partecipazione più spontanea, come mobilitazioni e proteste, associazioni di pazienti, ricerche community-based. Queste diverse forme di partecipazione vengono suddivise in base a due criteri: il grado di spontaneità e la bassa o alta intensità di partecipazione nel processo di costruzione della conoscenza. In secondo luogo, Bucchi si focalizza sulle iniziative più strettamente deliberative, che hanno il difetto di non essere spontanee ma hanno un’alta intensità partecipativa. Ebbene, secondo l’autore queste forme possono essere solo una parziale risposta ai dilemmi della partecipazione democratica. Innanzitutto, la riuscita dipende dalle issues in gioco e dalla loro capacità di integrarsi con i processi decisionali tradizionali e di coinvolgere i cittadini. Ma soprattutto, è illusorio pretendere di risolvere le impasse della scienza mettendo intorno a un tavolo cittadini ed esperti, perché in tal modo si sostituirebbe “ai feticci della tecnocrazia quello di una capacità della discussione di portare a un accordo tra le parti”. Altri equivoci pesano sull’efficacia delle iniziative deliberative: la credenza che si possano appianare le dispute tra i soggetti coinvolti, quando la democrazia è fatta di conflitti e di decisioni che di rado accontentano tutti; l’idea che alle sfide della tecnoscienza si possa rispondere ampliando la base dei soggetti coinvolti.

La verità è che “non bastano quattro chiacchiere tra cittadini ed esperti, e in ogni caso il dialogo coi cittadini non è una sorta di lubrificante sociale cui ricorrere quando i meccanismi decisionali si inceppano, ma un elemento che ha senso solo se è incorporato in modo stabile anche in tempo di pace”. In altre parole, argomenta l’autore, “non si tratta di abbellire, o di dare una patente di sostenibilità sociale, ma di portare la partecipazione pubblica e l’aperto confronto democratico sin nelle fasi iniziali di definizione dell’agenda della tecnoscienza”. Il dibattito non è un’ospite da invitare all’ultimo momento, tanto più che ogni tecnologia oggi incorpora già una visione del mondo. Portare la democrazia nel cuore della tecnoscienza (e viceversa) fa sì che siamo obbligati a interrogarci su quale visione del mondo vogliamo e possiamo realizzare.

È qui allora che entra in gioco la politica, chiamata direttamente in causa dai dilemmi della tecnoscienza: “E se la sfida delle decisioni complesse e la stagione della ‘riproducibilità tecnica della vita’ rappresentasse, invece che un problema da tamponare, un’opportunità di riscoprire la politica e la democrazia non solo in senso procedurale ma come confronto pieno e aperto tra visioni del mondo e dell’uomo?”. Solo la politica può, infatti, secondo l’autore, far fronte alla pluralità di pareri e valori, rispondendo alla domanda cruciale: Perché stiamo facendo questo piuttosto che quest’altro? E lo può fare laicamente, etsi veritatis non daretur, senza deleghe alla religione o alla scienza.

Massimiano Bucchi
Scegliere il mondo che vogliamo.
Cittadini, politica, tecnoscienza
,
Il Mulino 2006, pagine 190, euro 12.

 

 


 

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