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284 - 14.09.05


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Alle origini di una
nuova democrazia
Luigi Pellizzoni


L’espressione “democrazia deliberativa” si riferisce, in linea generale, a un processo basato sulla discussione pubblica tra individui liberi ed eguali, da cui trae la propria legittimità. “Deliberazione” va quindi intesa non nel senso di “decisione”, ma del “dialogo” o “discussione” che precede la decisione. La deliberazione politica si distingue da altre forme di deliberazione, come quella scientifica, per essere più direttamente connessa a decisioni vincolanti per una comunità. Tali decisioni sono tuttavia intese come l’esito di una discussione tra i soggetti interessati. In questo senso, il concetto ha un innegabile contenuto normativo: prende posizione sul problema della legittimità democratica. Vedremo però che tale contenuto assume di volta in volta specificazioni diverse.
La riflessione su un paradigma democratico fondato sulla discussione pubblica e critico nei confronti di orientamenti teorici e prassi dominanti, centrate su elitismo (restrizione del confronto a gruppi ristretti) e aggregazione (volontà collettiva quale somma di espressioni individuali di opinione), inizia a svilupparsi fra gli anni Ottanta e Novanta del xx secolo. Nello stesso periodo vedono la luce anche importanti modelli ed esperienze di deliberazione pubblica.

Un’idea antica come la democrazia

C’è chi propone una data di nascita precisa, almeno terminologica. L’espressione “democrazia deliberativa” sarebbe contenuta per la prima volta in un saggio dello studioso americano Joseph Bessette (Deliberative democracy. Tha Majority Principle in Repubblican Government, pubblicato nel 1980 dall’American Enterprise Insitute nella raccolta di saggi dal titolo How Democratic is the Costitution?).
Alcuni anni più tardi questa concezione della democrazia è considerata già “matura”, almeno nel senso che il dibattito ha acquisito uno spessore qualitativo e quantitativo notevole, come varie antologie stanno a dimostrare. In realtà, come vedremo, le questioni tuttora aperte sono molte: la democrazia deliberativa è ancora giovane e sta muovendo i primi passi.

Se di discussione tra cittadini si tratta, le origini della democrazia deliberativa possono ovviamente essere fatte risalire molto indietro nel tempo. Quanto? Dipende da inclinazioni e interessi di chi parla. C’è chi cita come referenti più importanti Jürgen Habermas e John Rawls; chi menziona antecedenti quali John Dewey e Hannah Arendt; chi risale più indietro nel tempo, evocando John Stuart Mill, Jean-Jacques Rousseau, o addirittura Aristotele e la democrazia ateniese. In questo senso, “l’idea di democrazia deliberativa e la sua applicazione pratica sono antiche quanto la democrazia stessa” (ha scritto Jon Elster nella sua introduzione a Deliberative democracy, 1998). A fornire uno spunto forse determinante per una svolta nella riflessione teorica e nella sperimentazione empirica è stata in ogni caso la percezione di uno stato di crisi profonda delle istituzioni e della prassi democratica.
Crisi di cui si parla da almeno un trentennio. Per qualcuno, a dire il vero, nemmeno nei vent’anni successivi al secondo conflitto mondiale il consenso popolare verso le forme assunte dalla democrazia sarebbe stato unanime e convinto come a volte lo si è voluto dipingere. Anche costoro, tuttavia, constatano un crescente scetticismo e distacco dei cittadini nei confronti di quel “paradigma democratico” elaborato tra gli anni Venti e Quaranta del xx secolo e fondato sul sistema dei partiti e la progressiva estensione della cittadinanza “sociale”. L’origine della crisi è di solito indicata nell’incapacità delle democrazie di far fronte alla crescita delle aspettative che un numero sempre più ampio di individui nutre nei confronti dell’accesso a risorse materiali e simboliche; crescita accompagnata da una rottura dell’ordine sociale basato su autorità e status e dalla politicizzazione di ambiti di vita sempre più estesi a seguito dell’intervento statale.

Troppo successo,
la democrazia è in crisi

Le democrazie sarebbero insomma in affanno non per poco ma per troppo successo. Si è parlato al riguardo di crisi di sovraccarico o di legittimazione. Letture di questo genere sono state proposte, ad esempio, dai teorici della “società del rischio” (Beck e Giddens): problemi ambientali e tecnologici e relativa crisi istituzionale derivano dall’applicazione di tecnologie sempre più potenti in un contesto sociale in cui l’individuo è sempre più autonomo e consapevole. Analogamente, la crisi della sfera pubblica borghese deriva dall’applicazione sempre più estesa dei principi universalistici su cui si fonda e grazie a cui emergono richieste volte al riconoscimento di differenze culturali, etniche, religiose o di genere che ne minano le fondamenta. “Proprio grazie alla riuscita inclusione di un numero crescente di cittadini (…) i conflitti inerenti a un ampio pluralismo sfidano il quadro istituzionale che ha reso possibile tale inclusione” (Bohman J., Reflexive Public Deliberation, in “Philosophy & Social Criticism”, 29, 1, 2003,).

Nei primi anni Settanta si profila un esito “partecipazionista” della crisi, teorizzato dagli intellettuali, sostenuto da imponenti movimenti sociali e accolto in Italia da alcune riforme amministrative. Tale esito si rivela però effimero. Le ragioni sono molteplici: la contrapposizione violenta di una parte del movimento verso le istituzioni; la crisi fiscale del welfare state che erode le risorse necessarie a una ulteriore estensione dei diritti; la rivendicazione delle differenze, difficilmente declinabile nel lessico tradizionale delle disuguaglianze economiche e politiche; l’emergere del modello industriale “postfordista”, insofferente a vincoli e concertazioni.

Tre strade
postdemocratiche

La vicenda prende così una piega diversa. Entrano in campo i governi conservatori Reagan e Thatcher ed emerge quello che Mastropaolo chiama paradigma “postdemocratico”, largamente coincidente con la prospettiva della public choice. Quest’ultima si riallaccia alla componente del pensiero liberale più individualista e critica nei confronti dello Stato e ha quali punti di riferimento autori pur diversi tra loro come Schumpeter, Downs, Buchanan, Riker, Hayek. Tale paradigma si muove lungo tre direttrici.
La prima è quella elitista: la democrazia è essenzialmente un metodo per la selezione della leadership politica, quand’anche ciò avvenga in un contesto pluralistico.
La seconda direttrice è tecnocratica: la crescente complessità e tecnicità delle questioni impone un passo indietro dei politici a favore degli specialisti, chiamati a definire soluzioni “obiettivamente” efficienti. È l’estremizzazione della de-politicizzazione della democrazia a suo tempo denunciata da Marcuse.
La terza è quella strategica: la politica consiste nella competizione per il soddisfacimento di interessi di parte. Il mercato diventa qualcosa di più di una metafora descrittiva, come ancora in Schumpeter. È il modello cui ispirarsi e il meccanismo di regolazione cui lasciare lo spazio prevalente. Più precisamente, come nota Beetham, la connessione tra democrazia e mercato risulta articolata secondo quattro punti di vista o “teoremi”:

Il “teorema della necessità” definisce il mercato come un luogo essenziale della libertà individuale. Il “teorema dell’analogia” plaude allo spontaneo meccanismo di incentivi e disincentivi proprio del mercato per riconciliare l’interesse individuale con il bene collettivo. Il “teorema della superiorità” enfatizza la sovranità del consumatore e la capacità del mercato di rispondere alla domanda popolare. Il “teorema della menomazione” sottolinea che (…) la democrazia politica mette a repentaglio o fuori uso le operazioni del libero mercato [a causa di un sovraccarico di richieste] (Beetham D., Four theoremes about the market and Democracy, 1993).

Tante domande,
poche risposte

L’emergere della democrazia deliberativa può essere allora visto come una risposta al “crescente malessere suscitato dalla messa in opera del paradigma postdemocratico” (Mastropaolo). Messa in opera che avviene nei vari paesi in tempi, con intensità e secondo modalità diverse – nell’Europa continentale gli assetti neocorporativi e di welfare resistono più a lungo, per cedere comunque il passo nel corso degli anni Novanta a riforme di marca neoliberista – ma i cui esiti complessivi sono forse riassumibili in due parole: governance e globalizzazione. Le ragioni di tale malessere sono facilmente comprensibili. Come abbiamo visto c’è ampio consenso sul fatto che la crisi delle democrazie sia dovuta alle crescenti domande di cui sono oggetto e cui corrisponde una declinante qualità delle risposte. Ciò ribadisce il nesso tra legittimazione e efficienza-efficacia a suo tempo individuato da Max Weber come carattere saliente della modernità. La svolta postdemocratica tuttavia – questo l’argomento dei critici – non risolve ma semmai accentua tali problemi. La fiducia dei cittadini nei decisori e la loro effettiva possibilità di contare nelle scelte si indeboliscono infatti senza che a ciò corrisponda un rafforzamento dell’efficienza. A dimostrarlo stanno da un lato le ripetute débâcles tecnologiche, il peggiorare delle condizioni ambientali, l’incremento delle disuguaglianze entro e tra le nazioni, i dubbi benefici in termini di efficienza, qualità e tasso di innovazione apportati dalla privatizzazione dei servizi e l’aumento dell’autoregolazione dei mercati. Dall’altro l’inadeguatezza di un approccio centrato su individuo, proprietà privata, negoziazione degli interessi e expertise tecnica di fronte a conflitti quali quelli sull’aborto, la procreazione assistita, l’eutanasia, la brevettazione dei patrimoni genetici, il riconoscimento di diritti culturali, religiosi, di genere, sessuali. Conflitti che evidenziano divergenze profonde sulle esperienze di vita, i fatti, i valori e il modo di collegare gli uni agli altri. Conflitti che individuano un’area di “democrazia intermedia”, posta tra i momenti “alti” dell’attività legislativa e l’esercizio delle libertà individuali nella vita quotidiana, rispetto a cui il liberalismo – anche quando tenta di valorizzare il dialogo tra i cittadini – si trova in evidente difficoltà, cercando inutilmente di depotenziarli eliminandoli dall’agenda politica.

Molto più di una
questione di mercato

Questo è lo sfondo da cui prende le mosse la democrazia deliberativa, tanto in sede teorica che di modelli operativi e esperienze concrete. Il primo e più importante bersaglio polemico è dunque la concezione aggregativa, elitista e strategica della democrazia, l’assimilazione “indebita” della politica al mercato:

la nozione di sovranità del consumatore è accettabile perché e nella misura in cui il consumatore sceglie tra azioni che differiscono solo per il modo in cui producono effetti sul consumatore medesimo. Nella scelta politica, tuttavia, il cittadino deve esprimersi su soluzioni che differiscono anche per gli effetti prodotti sugli altri cittadini (Elster J., The Market and the Forum. Three Varieties of Political Theory, 1986).

Tra Machiavelli
e l’antica Roma

La “profonda insoddisfazione per il pensiero politico liberale dominante” (come ha scritto Macedo) e la prassi che a esso si ispira non trova naturalmente espressione solo in questo ambito. Si assiste per esempio, nei medesimi anni, a un fiorire dell’interesse nei confronti del “repubblicanesimo”, in particolare del pensiero di Machiavelli e dei filosofi e storici romani. Pur nella diversità di approcci e interpretazioni, il tentativo è anche in questo caso di proporre una concezione della politica significativamente diversa da quella del liberalismo post-democratico. Due i punti chiave. Da un lato all’idea di libertà come “non interferenza” (ossia non coercizione), tipica della tradizione liberale, viene contrapposta l’idea repubblicana di libertà come “non dominio” (ossia non dipendenza). Dall’altro si enfatizza il valore della partecipazione attiva alla vita pubblica, non tanto come bene in sé, realizzazione della socialità umana, quanto come strumento per assicurare la libertà, nell’accezione specificata. Il nesso con la democrazia deliberativa è percepibile in particolare nel pensiero di autori come Michelman, Sunstein e Pettit. Quest’ultimo ha recentemente sostenuto che la democrazia deliberativa costituisce condizione per la realizzazione dell’idea repubblicana del non dominio.

La democrazia deliberativa è poi chiaramente connessa a un altro filone sviluppatosi nello stesso periodo: la “democrazia associativa”. L’attenzione è qui rivolta alla capacità di auto-organizzazione della società civile. La proposta è di “ristrutturare lo stato e l’economia in modo da fornire alle associazioni un accresciuto ruolo nella produzione e nella regolazione sociale e economica” (Fung, Association and Democracy: between Theories, Hopes and Realities, “Annual Review of Sociology”, 2003). Alcune posizioni sono a dire il vero piuttosto sintoniche con l’enfasi individualista e antistatalista post-democratica, propugnando un associazionismo “imprenditoriale” capace di adeguarsi alla domanda dei cittadini sostituendo l’intervento pubblico. Altre tuttavia vedono nello Stato l’attore chiamato a sostenere e indirizzare l’associazionismo e indicano nello sviluppo di arene di discussione pubblica un necessario bilanciamento alla contrattazione tra gli interessi e all’individualismo consumistico.

In un modo o nell’altro, la democrazia deliberativa mira a ridare spazio e peso ai cittadini, a coinvolgerli in prima persona nelle questioni che li riguardano, in un contesto segnato da conflitti profondi e problemi inediti.


Questo articolo è tratto dall’introduzione al libro La deliberazione pubblica, a cura di Luigi Pellizzoni, edito da Meltemi (2005, pagg. 311, euro 23,50).

 

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